Steinmeier dice che la Germania ha bisogno di immigrazione. Il punto è un altro: ha bisogno di integrazione

Il presidente federale Frank-Walter Steinmeier ha pronunciato il 25 agosto una frase destinata a riassumere una parte importante del dibattito tedesco: “Abbiamo bisogno dell’immigrazione come Paese, ne abbiamo bisogno se vogliamo funzionare”. Ha richiamato ospedali, case di riposo, assistenza e ampi settori dell’economia privata nei quali il contributo dei lavoratori provenienti dall’estero è ormai rilevante. Ha anche riconosciuto che l’immigrazione richiede uno sforzo alle comunità locali e ai cittadini e che chi è tenuto a lasciare la Germania deve effettivamente partire.

È un discorso più equilibrato di molte rappresentazioni ideologiche del fenomeno. E tuttavia parte, a mio avviso, dalla domanda sbagliata. La questione decisiva per la Germania e per l’Europa non è stabilire se “abbiamo bisogno di immigrazione”. È stabilire di quale
immigrazione abbiamo bisogno, a quali condizioni e attraverso quale percorso quella presenza possa trasformarsi in integrazione stabile.

Il fabbisogno di lavoratori è reale. L’invecchiamento demografico, la carenza di personale sanitario e assistenziale e le difficoltà di numerosi settori produttivi non possono essere ignorati. Ma dal bisogno di lavoratori non discende automaticamente il bisogno di qualsiasi immigrazione. Confondere le due proposizioni significa trasformare una necessità economica specifica in una giustificazione generale dei flussi.

Una politica razionale dovrebbe compiere il percorso inverso: individuare il fabbisogno, selezionare l’ingresso, verificare il lavoro effettivo e accompagnare la persona verso l’integrazione. Solo successivamente dovrebbe porsi il problema della stabilizzazione. È precisamente ciò che manca quando il dibattito si riduce alla contrapposizione tra “la Germania ha bisogno degli immigrati” e “la Germania deve chiudere le frontiere”.

Lo stesso Steinmeier, in precedenti interventi, ha mostrato di conoscere bene questa dimensione. Ha affermato che un’integrazione riuscita favorisce l’accettazione e che dove l’integrazione fallisce rimangono sfiducia e pregiudizi. Ha inoltre richiamato il ruolo dell’integrazione attraverso il lavoro. È quindi proprio il concetto di integrazione che dovrebbe diventare il centro del ragionamento.

Il lavoro è fondamentale, ma non esaurisce il percorso. Una persona può essere economicamente utile e rimanere socialmente separata; può avere un contratto e non conoscere sufficientemente la lingua; può produrre reddito senza condividere le regole fondamentali della convivenza. Allo stesso modo, una persona può attraversare una fase di difficoltà lavorativa ed essere profondamente integrata nella comunità. Per questo l’integrazione deve essere valutata attraverso una pluralità di indicatori e non identificata con un unico requisito.

La Germania ha già strumenti importanti, dai corsi di integrazione ai percorsi linguistici e professionali. Il problema europeo è
trasformare questi strumenti da servizi accessori a elementi centrali della politica migratoria. Se un Paese afferma di avere bisogno dell’immigrazione, deve contemporaneamente essere in grado di dire che cosa chiede a chi arriva e quali risultati considera necessari per una permanenza stabile.

Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione nasce esattamente da questa esigenza. L’alternativa non è tra accogliere tutti e rimandare tutti indietro. L’alternativa riguarda ciò che avviene nel tempo:
integrazione per chi costruisce un rapporto reale con la società, ritorno per chi non ha più titolo a restare o, nei limiti consentiti dall’ordinamento e con tutte le necessarie garanzie, non percorre il cammino richiesto per la stabilizzazione.

Anche la frase di Steinmeier secondo cui chi deve partire deve effettivamente lasciare il Paese è importante. Una politica di integrazione perde credibilità se non è accompagnata dalla capacità di distinguere tra chi ha diritto a restare e chi è destinatario di una decisione definitiva di allontanamento. Accoglienza, integrazione e ritorno non sono tre politiche separate: sono momenti diversi dello stesso governo dell’immigrazione.

L’Europa continuerà probabilmente ad avere bisogno di lavoratori stranieri. Ma formulare il problema in questi termini è ancora insufficiente. Ha bisogno soprattutto di persone che possano diventare parte funzionale, autonoma e responsabile delle società nelle quali entrano. In una parola: ha bisogno di integrazione.

L’immigrazione è uno strumento. L’integrazione è l’obiettivo. Confondere l’una con l’altra significa continuare a discutere degli ingressi senza decidere quale società vogliamo costruire dopo gli ingressi.

Fonte: Tagesschau, 25 agosto 2026; Presidenza federale tedesca, precedenti interventi sull’integrazione e sull’immigrazione.

Avv. Fabio Loscerbo

Avvocato Cassazionista

Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione

Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo

ORCID: 0009-0004-7030-0428

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