Francia, i numeri dell’integrazione: più lingua, requisiti più alti e meno automatismi verso la cittadinanza

La nuova edizione de “L’essentiel de l’immigration”, pubblicata il 25 agosto dalla Direction générale des étrangers en France, non parla soltanto di visti, asilo e immigrazione irregolare. Contiene un capitolo specifico sull’integrazione e sull’accesso alla cittadinanza, ed è probabilmente proprio questa la parte più interessante per il dibattito italiano.

Nel 2025 sono stati sottoscritti in Francia 102.871 Contrats d’intégration républicaine, il 10,1 per cento in meno rispetto all’anno precedente. Il dato quantitativo diminuisce, ma
contemporaneamente cresce il peso attribuito alla formazione linguistica: il 51,2 per cento dei firmatari ha ricevuto la
prescrizione di un percorso di lingua francese, la percentuale più alta dal 2018. Le prescrizioni linguistiche sono state 52.649, in aumento del 3,3 per cento nonostante la diminuzione complessiva dei contratti.

Non è un dettaglio. Dal luglio 2025 la Francia ha innalzato a livello A2 l’obiettivo linguistico per i nuovi firmatari del percorso di integrazione, anticipando l’attuazione della legge del 26 gennaio 2024 “pour contrôler l’immigration, améliorer l’intégration”. La disciplina collega il livello A2 alla carta di soggiorno pluriennale e il livello B1 alla carta di residente; dal 2026 assume inoltre rilievo il superamento di un esame civico.

Il Contrat d’intégration républicaine esprime una concezione precisa: l’integrazione non è una formula politica, ma un percorso
amministrativamente organizzato. Lo straniero che intende stabilirsi durevolmente assume impegni nei confronti dello Stato; lo Stato, a sua volta, offre formazione civica, formazione linguistica quando necessaria, colloqui individualizzati e orientamento professionale.

I risultati mostrano anche che la semplice prescrizione non basta. Tra coloro che hanno completato la formazione linguistica, il 67,6 per cento ha raggiunto il livello A1 nel 2025. È un miglioramento rispetto all’anno precedente, ma significa contemporaneamente che una quota consistente non raggiunge ancora il livello atteso. Se l’integrazione viene considerata un obiettivo pubblico, deve quindi essere misurata anche nei risultati e non soltanto nella partecipazione formale ai corsi.

Ancora più significativo è il collegamento con la cittadinanza. Nel 2025 le acquisizioni per decreto o dichiarazione di competenza del Ministero dell’Interno sono state 62.235, in diminuzione del 6,8 per cento. Le naturalizzazioni per decreto sono scese del 13,5 per cento. La DGEF collega espressamente questa dinamica anche alla circolare del 2 maggio 2025, che ha irrigidito le condizioni per la
naturalizzazione.

Dal 1° gennaio 2026 il livello linguistico richiesto per la
naturalizzazione è B2. La circolare insiste inoltre sull’“esemplarità” del candidato rispetto alla legge e ai valori della Repubblica e sull’autonomia, intesa come inserimento professionale effettivo e durevole capace di assicurare risorse stabili e sufficienti.

Qui emerge un modello che merita attenzione. La Francia non limita il discorso sull’integrazione all’accoglienza iniziale. Costruisce una progressione: ingresso regolare, contratto di integrazione, lingua, formazione civica, inserimento professionale, requisiti più elevati per il soggiorno stabile e, infine, condizioni ancora più rigorose per la cittadinanza.

È una logica molto vicina all’idea che la permanenza debba essere collegata all’integrazione effettiva. Non significa negare i diritti fondamentali né ignorare le situazioni personali e familiari che l’ordinamento deve proteggere. Significa però distinguere tra il diritto a essere trattati secondo legge e la progressiva acquisizione di posizioni sempre più stabili all’interno della comunità nazionale.

Nel paradigma Integrazione o ReImmigrazione questa gradualità è centrale. L’integrazione deve poter essere verificata attraverso indicatori concreti: conoscenza linguistica, autonomia economica, inserimento lavorativo, rispetto delle regole, partecipazione alla vita sociale. Non per costruire un sistema punitivo, ma per dare significato alla scelta di stabilizzarsi definitivamente in un Paese.

Il dato francese del 2025 mostra che questa impostazione non è teorica. Più della metà dei firmatari del contratto viene ormai indirizzata alla formazione linguistica; la lingua richiesta cresce con la stabilità del titolo; la naturalizzazione pretende un livello B2 e una reale autonomia. L’integrazione, in altre parole, smette di essere soltanto una parola utilizzata nei programmi politici e diventa una sequenza di requisiti, strumenti e verifiche.

È precisamente su questo terreno che dovrebbe spostarsi anche il dibattito europeo: meno contrapposizione astratta tra favorevoli e contrari all’immigrazione e più attenzione a ciò che accade dopo l’ingresso. Perché la questione decisiva non è soltanto quante persone arrivano, ma quale percorso viene richiesto a chi vuole restare.

Fonte: Direction générale des étrangers en France, “L’essentiel de l’immigration – Données 2025” e “Intégration et accès à la nationalité française pour l’année 2025”, pubblicati nel 2026.

Avv. Fabio Loscerbo

Avvocato Cassazionista

Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione

Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo

ORCID: 0009-0004-7030-0428

Commenti

Lascia un commento