Regno Unito, 40 scomparsi da minori negli hotel dell’asilo: il tempo passa, la responsabilità resta

Il 27 agosto il Joint Committee on Human Rights del Parlamento britannico ha ricostruito un conto che Londra non può ancora chiudere. Negli anni in cui il Home Office collocava minori stranieri non accompagnati negli hotel destinati all’asilo, 472 ragazzi furono dichiarati scomparsi; 432 sono stati successivamente rintracciati, mentre di 40 non si conosce ancora la sorte. Nel frattempo quasi tutti hanno superato i diciotto anni, ma due risultano tuttora minorenni.

La contraddizione è evidente. Il governo può ricordare che quelle strutture sono state chiuse nel gennaio 2024 e che nessun minore non accompagnato vi è più ospitato; non può però trasformare la fine di una prassi nella soluzione delle sue conseguenze. Gli hotel non esistono più, le persone scomparse sì, e il semplice trascorrere del tempo non cancella il fatto che furono perse di vista quando erano affidate al sistema pubblico.

Il rapporto parlamentare chiarisce anche la distribuzione delle competenze. In base al Children Act 1989, le autorità locali devono assistere e alloggiare ogni minore bisognoso presente nel proprio territorio, compresi i minori stranieri non accompagnati. Le forze di polizia conducono le indagini sulle scomparse; il Home Office conserva invece una responsabilità propria nella gestione del sistema d’asilo, nella verifica dei dati, nella condivisione delle informazioni con polizia e servizi locali e nelle direttive alle reti di tutela. Competenze diverse non significano responsabilità dissolte.

Nel marzo 2024 l’Alta Corte confermò l’illegittimità dell’uso degli hotel come sistemazione permanente o di lungo periodo per minori soli. Tutti e sette gli alberghi allora impiegati erano già stati chiusi, ma risultavano ancora irreperibili 118 ragazzi. Il nuovo dato di 40 dimostra che il lavoro di ricerca ha prodotto risultati, senza tuttavia risolvere la parte più grave: per decine di persone manca ancora una ricostruzione pubblica della sorte e del percorso successivo alla scomparsa.

Il problema non coincide con una generica insufficienza dell’accoglienza. Davanti al Comitato sono stati indicati fattori differenti: sfruttamento e tratta, timore dei futuri provvedimenti in materia d’asilo, tentativi di raggiungere familiari o conoscenti in altre zone del Paese. Una precedente comunicazione ministeriale ha inoltre ammesso che alcuni dei ragazzi ritrovati si trovavano in situazioni di sfruttamento e potevano essere vittime di tratta. Quando l’identificazione, la presa in carico e lo scambio di informazioni falliscono, lo spazio lasciato libero viene occupato dalle reti criminali.

Per questo il Comitato non si è limitato a esprimere preoccupazione. Ha chiesto al governo di pubblicare regolarmente i dati, rendere accessibili per quanto possibile le indicazioni inviate alle reti locali, spiegare le azioni concrete intraprese per rintracciare gli scomparsi e riferire ogni tre mesi sui progressi. La risposta governativa, secondo cui le indagini spettano alle forze di polizia, è corretta sul piano operativo ma incompleta su quello istituzionale: senza un coordinamento centrale verificabile, ogni amministrazione può aver svolto il proprio compito mentre il risultato complessivo continua a mancare.

Ingresso, posizione giuridica e integrazione non possono essere confusi, ma devono restare collegati. La minore età impone una tutela che precede l’esito della domanda d’asilo; il titolo di soggiorno dovrà essere definito attraverso la procedura competente e l’integrazione non potrà mai sostituirlo. Tuttavia, durante la presa in carico, protezione, scuola, lingua, stabilità abitativa e relazioni affidabili sono anche strumenti di controllo legale: rendono il percorso conoscibile, riducono l’esposizione allo sfruttamento e consentono allo Stato di assumere decisioni successive sulla permanenza o sul ritorno sulla base di persone identificate, non di fascicoli vuoti.

Il Regno Unito ha eliminato la sistemazione che i giudici avevano ritenuto illegittima, ma deve ancora rendere conto di ciò che è accaduto al suo interno. Governare l’immigrazione non significa soltanto impedire un ingresso o disporre un ritorno: significa sapere chi è stato affidato allo Stato, dove si trova e quale autorità risponde quando scompare. Se quaranta storie restano senza risposta, il confine è stato controllato soltanto a metà.

Fonti: Joint Committee on Human Rights, rapporto del 27 agosto 2026; The Guardian, 27 agosto 2026; The Independent, 27 agosto 2026.

Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista

Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione

Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo

ORCID: 0009-0004-7030-0428

Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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