C’è un dato nell’ultima rilevazione pubblicata il 28 agosto 2026 da Termometro Politico che meriterebbe di essere letto con maggiore attenzione rispetto alla consueta discussione sulle percentuali dei partiti: l’immigrazione continua a occupare uno spazio rilevante tra le preoccupazioni degli italiani. Il dato, naturalmente, non autorizza a sostenere che il Paese sia diventato improvvisamente contrario alla presenza straniera, né consente di trasformare una rilevazione demoscopica in un plebiscito a favore di una determinata politica migratoria. Dice però qualcosa che la politica dovrebbe prendere sul serio: dopo anni di decreti, sanatorie, flussi, sbarchi, accordi internazionali, rimpatri annunciati e continue modifiche legislative, una parte significativa dell’opinione pubblica continua a percepire l’immigrazione come una questione non risolta.
Ed è proprio questa persistenza che dovrebbe interessarci.
Perché nel frattempo il discorso pubblico ha progressivamente cambiato argomento. Alla stagione nella quale l’immigrazione veniva
rappresentata prevalentemente attraverso gli sbarchi e l’accoglienza si è affiancata una narrazione differente, apparentemente più pragmatica e certamente sostenuta da problemi economici reali: abbiamo bisogno di lavoratori stranieri.
L’Italia invecchia, nascono pochi bambini, numerose imprese denunciano difficoltà nel reperire personale, determinati settori produttivi dipendono già in misura consistente dalla manodopera straniera e le proiezioni demografiche mostrano una progressiva riduzione della popolazione in età lavorativa. Da queste premesse viene frequentemente ricavata una conclusione presentata quasi come inevitabile: se mancano lavoratori, occorre aumentare l’immigrazione.
Il problema è che una politica migratoria non può essere costruita come un ufficio di collocamento internazionale.
L’economia può certamente indicare quanti lavoratori mancano in agricoltura, nell’edilizia, nell’assistenza familiare, nella ristorazione, nella logistica o nell’industria. Può individuare professionalità difficili da reperire e misurare il fabbisogno delle imprese. Ma non può rispondere alla domanda molto più ampia che inevitabilmente accompagna ogni immigrazione destinata a diventare stabile: che cosa accade dopo l’ingresso?
È qui che la visione economicista mostra tutti i propri limiti.
Il lavoratore straniero non è una quantità di forza lavoro che entra nel Paese, occupa una casella vuota nel mercato e scompare dalla società al termine della giornata lavorativa. Vive in una città, utilizza servizi, costruisce relazioni, può ricongiungere il coniuge e i figli, può avere altri figli in Italia, può stabilizzarsi, ottenere un permesso di soggiorno di lungo periodo e, ricorrendone le condizioni, diventare cittadino italiano. Una decisione assunta oggi per risolvere la carenza di personale di un determinato settore può quindi produrre conseguenze sociali, demografiche e culturali che si estenderanno per decenni.
Questo non costituisce un argomento contro l’immigrazione lavorativa. Costituisce un argomento contro l’idea che il lavoro esaurisca la questione migratoria.
Per troppo tempo abbiamo confuso l’inserimento economico con l’integrazione, quasi che il possesso di un contratto costituisse automaticamente la prova dell’avvenuto inserimento nella comunità nazionale. Il lavoro è certamente un indicatore importante: favorisce autonomia, responsabilità, relazioni sociali e partecipazione alla vita produttiva. Ma non basta.
Si può lavorare regolarmente per molti anni senza conoscere
adeguatamente la lingua italiana. Si può percepire un reddito e continuare a vivere quasi esclusivamente all’interno della propria comunità di origine. Si possono rispettare gli obblighi contrattuali senza sviluppare alcuna partecipazione alla società circostante. Si può essere economicamente inseriti e contemporaneamente trasmettere alle seconde generazioni un rapporto di sostanziale estraneità rispetto alla comunità nazionale.
Il contratto di lavoro misura l’occupazione. Non misura l’integrazione.
Ed è precisamente questo il punto che il sondaggio dovrebbe indurci ad affrontare. Se, nonostante il crescente ricorso all’argomento secondo cui l’Italia avrebbe bisogno di immigrazione per sostenere economia e demografia, una parte degli italiani continua a percepire il fenomeno con preoccupazione, liquidare questa distanza come semplice
irrazionalità dell’opinione pubblica sarebbe politicamente comodo ma intellettualmente insufficiente.
Bisognerebbe chiedersi se i cittadini non stiano percependo qualcosa che il linguaggio economico non riesce a descrivere.
La questione migratoria riguarda infatti anche sicurezza, scuola, quartieri, seconde generazioni, lingua, rispetto delle regole, accesso alla cittadinanza, trasformazioni demografiche, concentrazioni territoriali e capacità di gruppi provenienti da culture differenti di costruire nel tempo una sufficiente appartenenza alla stessa comunità politica.
Nessuno di questi problemi può essere risolto semplicemente
dimostrando che il PIL beneficia dell’apporto dei lavoratori stranieri.
È qui che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone di cambiare il metro attraverso il quale valutiamo l’immigrazione. Non basta contare quanti entrano, quanti lavorano, quanti contributi versano, quanti permessi vengono rilasciati e quanti stranieri diventano residenti di lungo periodo. Occorre iniziare a domandarsi quanto e come si integrano coloro che rimangono.
Per farlo sono necessari due passaggi che la politica italiana continua a evitare: riconoscere un dovere di integrazione e costruire un sistema di integrazione verificabile.
Il dovere di integrazione parte da un principio elementare: chi sceglie di stabilire durevolmente la propria esistenza in Italia non acquisisce soltanto diritti, ma assume progressivamente responsabilità nei confronti della comunità nella quale ha deciso di vivere. La conoscenza della lingua italiana, il rispetto concreto delle norme e dei principi fondamentali dell’ordinamento, l’autonomia economica quando possibile, l’adempimento dei doveri familiari e scolastici, il rispetto delle regole della convivenza civile e la capacità di costruire relazioni con la società italiana non possono essere considerati elementi puramente eventuali della permanenza.
Ma affermare un dovere senza essere capaci di verificarne
l’adempimento rischierebbe di produrre l’ennesima dichiarazione di principio.
Per questo occorre compiere il secondo passaggio: l’integrazione deve poter essere misurata nel tempo.
Non significa costruire un tribunale delle culture, giudicare le convinzioni private delle persone o pretendere che chi arriva rinunci alla propria origine. Una democrazia liberale deve continuare a tutelare libertà religiosa, identità personale, vita privata e pluralismo culturale. Significa però individuare parametri
sufficientemente oggettivi attraverso i quali distinguere la semplice permanenza cronologica da un percorso effettivo di inserimento.
Conoscenza linguistica, continuità lavorativa e autonomia economica, rispetto delle regole, percorso scolastico dei figli, responsabilità familiare, partecipazione alla vita sociale e assenza di comportamenti gravemente incompatibili con la convivenza civile possono concorrere alla costruzione di un sistema di valutazione progressiva,
naturalmente rispettoso delle garanzie individuali e della necessità di considerare le specifiche situazioni personali.
Il principio dovrebbe essere semplice: quanto più stabile diventa la permanenza, tanto maggiore deve poter essere il livello di
integrazione richiesto e verificato.
Non avrebbe senso pretendere dallo straniero appena arrivato ciò che può essere ragionevolmente richiesto dopo cinque, dieci o quindici anni. Ma è altrettanto irragionevole sostenere che quindici anni di residenza dimostrino automaticamente l’integrazione soltanto perché sono trascorsi quindici anni.
Il tempo misura il tempo.
L’integrazione misura qualcosa di diverso.
Ed è proprio questa distinzione che permette anche di superare la contrapposizione sterile tra chi vorrebbe vedere nell’immigrazione soprattutto una risorsa e chi la considera prevalentemente una minaccia. Un sistema fondato sull’integrazione verificabile non parte da un giudizio collettivo sugli immigrati. Parte dai percorsi individuali.
Chi lavora, conosce la lingua, rispetta le regole, cresce
responsabilmente i propri figli, costruisce relazioni sociali e dimostra nel tempo di essere diventato parte della comunità
rappresenta precisamente il risultato che una politica migratoria dovrebbe perseguire. Chi invece, dopo una permanenza prolungata, manifesta un persistente rifiuto dell’integrazione pone una questione differente, che l’ordinamento non dovrebbe continuare a ignorare.
È qui che entra anche la seconda parte del paradigma: ReImmigrazione.
Non come espulsione indiscriminata né come trasposizione italiana delle teorie della “remigrazione” sviluppatesi in altri contesti europei, ma come principio secondo cui non tutte le permanenze devono necessariamente trasformarsi in stabilizzazioni definitive,
soprattutto quando il percorso individuale dimostra una persistente incompatibilità con le condizioni richieste per diventare parte stabile della comunità, sempre nel rispetto dei limiti costituzionali, europei e internazionali e delle necessarie valutazioni individuali.
Questa impostazione permette inoltre di leggere diversamente lo stesso fabbisogno economico.
Prima di decidere quanti lavoratori stranieri far entrare non dovrebbe essere valutata soltanto la quantità di posti che le imprese dichiarano di non riuscire a coprire. Dovrebbero entrare nel ragionamento anche la capacità territoriale di integrazione, la concentrazione delle comunità straniere, la situazione delle scuole, il mercato abitativo, i precedenti risultati dei percorsi migratori e, soprattutto, la capacità del sistema di verificare nel tempo che l’ingresso lavorativo si trasformi effettivamente in integrazione quando la permanenza diventa stabile.
Non è chiusura. È programmazione.
Ed è esattamente ciò che manca quando l’immigrazione viene ridotta a una risposta automatica alla crisi demografica.
Il sondaggio pubblicato da Termometro Politico non ci dice quale sia la politica migratoria voluta dagli italiani e sarebbe scorretto attribuirgli un significato che non possiede. Ci dice però che l’immigrazione continua a essere percepita come un problema
importante. Questo dovrebbe bastare per comprendere che continuare a rispondere soltanto con il numero dei lavoratori necessari alle imprese non sarà sufficiente.
Gli italiani non vivono dentro una tabella demografica. Vivono nelle città, nei quartieri, mandano i figli nelle scuole e osservano quotidianamente il modo nel quale la società cambia.
La politica ha il dovere di governare quel cambiamento senza trasformarlo né in paura né in propaganda.
Per farlo deve finalmente smettere di limitarsi a contare gli immigrati che servono all’economia e cominciare a misurare
l’integrazione di coloro che rimangono.
Perché un Paese può avere bisogno di lavoratori.
Ma una comunità nazionale ha bisogno soprattutto di persone capaci e disposte a diventarne parte.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428
Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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