AfD oltre il 40%: la Germania scopre il costo politico di un’immigrazione letta soltanto attraverso l’econom ia

C’è qualcosa di profondamente significativo nella crisi politica che attraversa oggi la Germania, perché il Paese che per molti anni ha rappresentato uno dei principali laboratori europei dell’immigrazione concepita come risposta alle esigenze economiche e demografiche si trova contemporaneamente a registrare una crescita di Alternative für Deutschland che, in alcune aree orientali, ha ormai raggiunto dimensioni tali da modificare gli equilibri dell’intero sistema politico. Alla vigilia delle elezioni del 6 settembre in
Sassonia-Anhalt, alcuni sondaggi collocano AfD attorno al 40%, mentre anche sul piano federale il partito è ormai stabilmente una delle principali forze politiche tedesche.

Sarebbe certamente troppo semplice sostenere che tutto questo sia stato prodotto dall’immigrazione. Nella Germania orientale pesano fattori economici, differenze territoriali ancora riconducibili alla lunga eredità della riunificazione, spopolamento, trasformazioni industriali, percezione di marginalità rispetto alle aree occidentali e una più generale sfiducia nei confronti delle istituzioni politiche tradizionali. Ridurre l’intera crescita di AfD a una sola causa significherebbe dunque sostituire l’analisi con uno slogan.

Ma sarebbe altrettanto difficile sostenere che l’immigrazione non abbia avuto un ruolo nella trasformazione del sistema politico tedesco.

Ed è proprio qui che il caso della Germania diventa particolarmente interessante, perché consente di osservare le conseguenze politiche di una concezione dell’immigrazione che per molto tempo è stata prevalentemente costruita attorno alle necessità dell’economia.

La premessa è nota. La Germania invecchia, la popolazione in età lavorativa diminuisce e numerosi settori produttivi incontrano difficoltà nel reperire personale. Da questa constatazione è derivata una conclusione apparentemente inevitabile: l’economia tedesca ha bisogno di lavoratori stranieri e, conseguentemente, la Germania ha bisogno di immigrazione.

Il ragionamento contiene una parte indiscutibile di realtà. Se un sistema produttivo non dispone di un numero sufficiente di lavoratori, l’immigrazione può contribuire a ridurre quella carenza. Il problema nasce quando una questione destinata a modificare la composizione sociale di un Paese viene affrontata prevalentemente come problema di mercato del lavoro.

Perché un lavoratore straniero non è una unità produttiva destinata a scomparire alla conclusione del turno di fabbrica.

Vive in una città, utilizza servizi, costruisce relazioni, può ricongiungere la propria famiglia, avere figli, stabilizzarsi e diventare progressivamente parte della società nella quale lavora. I figli entrano nel sistema scolastico e possono costruire nel Paese di immigrazione l’intera propria esistenza. Una decisione inizialmente giustificata dalla necessità di occupare un posto vacante può dunque produrre conseguenze sociali destinate a svilupparsi nell’arco di decenni e, successivamente, di generazioni.

È precisamente questo il limite della visione economicista dell’immigrazione.

Non perché l’economia sia irrilevante. Al contrario, il lavoro costituisce uno degli strumenti più importanti attraverso i quali può svilupparsi un percorso di integrazione: produce autonomia, crea relazioni, riduce la dipendenza assistenziale e inserisce la persona dentro il sistema produttivo della comunità nella quale vive. L’errore consiste nel compiere il passaggio successivo e presumere che lavorare equivalga automaticamente a integrarsi.

Non è così.

Una persona può essere perfettamente inserita nel mercato del lavoro e contemporaneamente possedere una conoscenza limitata della lingua del Paese nel quale vive, sviluppare relazioni quasi esclusivamente all’interno della propria comunità di origine e mantenere una distanza significativa rispetto alla società circostante. Il reddito misura l’inserimento economico. Non può, da solo, misurare l’integrazione.

La Germania si trova così davanti a un paradosso particolarmente istruttivo. Alcuni territori che registrano una forte crescita delle forze politiche più ostili all’immigrazione sono contemporaneamente territori nei quali il declino demografico e la carenza di lavoratori rendono necessario l’apporto della manodopera straniera.

La risposta tradizionale consiste nel ricordare agli elettori che “abbiamo bisogno degli immigrati”.

Ma è proprio questa risposta che rischia ormai di essere insufficiente.

Quando una parte della popolazione esprime preoccupazioni riguardanti immigrazione, sicurezza, trasformazione culturale, integrazione o coesione sociale, rispondere esclusivamente con il fabbisogno di lavoratori significa continuare a parlare un linguaggio economico a cittadini che stanno ponendo una questione prevalentemente sociale e politica.

È possibile che l’economia abbia bisogno di immigrazione e che contemporaneamente la società abbia bisogno di sapere quanta immigrazione sia in grado di integrare.

Le due affermazioni non sono incompatibili.

È precisamente questo spazio che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” tenta di occupare, superando contemporaneamente due semplificazioni opposte: quella secondo cui l’immigrazione sarebbe sempre economicamente necessaria e quindi sostanzialmente positiva, e quella secondo cui la presenza straniera costituirebbe in quanto tale un problema da eliminare.

La questione dovrebbe essere posta diversamente.

Non basta domandarsi quanti lavoratori stranieri servano alle imprese. Occorre chiedersi quanti nuovi ingressi possano trasformarsi in permanenze socialmente sostenibili e quale percorso debba essere richiesto a chi intende stabilizzarsi.

È qui che diventano centrali due concetti: dovere di integrazione e integrazione verificabile.

Il primo significa riconoscere che chi sceglie di stabilire
durevolmente la propria vita all’interno di una comunità nazionale assume progressivamente delle responsabilità nei suoi confronti. Conoscere la lingua, rispettare concretamente le norme e i principi fondamentali dell’ordinamento, perseguire l’autonomia economica, adempiere ai doveri familiari e scolastici, rispettare le regole della convivenza e costruire relazioni con la società nella quale si vive non possono essere considerati aspetti puramente facoltativi della permanenza.

Il secondo concetto impone di andare ancora oltre.

Se continuiamo a parlare di integrazione senza essere capaci di stabilire quando essa stia avvenendo e quando invece stia fallendo, continueremo a utilizzare una parola politicamente rassicurante ma giuridicamente quasi vuota.

L’integrazione deve diventare verificabile.

Non attraverso un giudizio sull’identità privata delle persone, né pretendendo la cancellazione della cultura di origine, ma attraverso indicatori sufficientemente oggettivi: conoscenza linguistica, lavoro e autonomia economica, rispetto delle regole, percorso scolastico dei figli, responsabilità familiare, partecipazione alla società e assenza di comportamenti gravemente incompatibili con la convivenza civile.

La distinzione è decisiva perché permette di separare tre fenomeni che troppo spesso vengono sovrapposti: presenza, occupazione e
integrazione.

Essere presenti non significa essere integrati. Lavorare non significa necessariamente essere integrati. Vivere per molti anni in un Paese non dimostra, da solo, l’avvenuta integrazione.

Il tempo misura la durata della permanenza; il contratto misura l’inserimento nel mercato del lavoro; l’integrazione riguarda invece la relazione complessiva che una persona costruisce con la comunità nella quale ha scelto di vivere.

Ed è proprio questa relazione che una politica migratoria moderna dovrebbe cominciare a osservare.

Il caso tedesco pone anche una questione strettamente politica. Per molti anni una parte considerevole del sistema dei partiti ha ritenuto possibile contenere AfD attraverso il cosiddetto Brandmauer, il muro politico che esclude accordi e collaborazioni con la formazione della destra radicale. È una scelta che appartiene legittimamente
all’autonomia dei partiti democratici. Ma un cordone sanitario può isolare una forza politica; non può eliminare le ragioni per le quali milioni di cittadini decidono di votarla.

Quando una forza raggiunge percentuali prossime o superiori al 40% in alcune regioni, il problema non può più essere affrontato soltanto chiedendosi con chi sia lecito costruire una maggioranza. Occorre interrogarsi anche sulle ragioni per cui una quota così consistente dell’elettorato abbia abbandonato i partiti tradizionali.

E se tra quelle ragioni compare anche l’immigrazione, la risposta non può consistere né nell’assecondare automaticamente ogni paura né nel dichiarare quelle preoccupazioni politicamente illegittime.

Occorre governare meglio l’immigrazione.

Significa controllare gli ingressi, stabilire rapidamente chi abbia diritto di rimanere, rendere effettivi i ritorni quando quel diritto non esiste, calibrare l’immigrazione lavorativa non soltanto sulle necessità immediate delle imprese ma anche sulla capacità di assorbimento della società e, soprattutto, verificare nel tempo l’integrazione di chi costruisce una presenza stabile.

Questo è anche il punto nel quale deve essere superata l’idea che la demografia possa essere corretta semplicemente attraverso
l’importazione di popolazione.

Se una società invecchia, l’immigrazione può certamente contribuire a riequilibrare temporaneamente la struttura della forza lavoro. Ma la sostenibilità di una società non è un dato esclusivamente demografico. Dipende dalla capacità delle persone che la compongono di riconoscersi dentro istituzioni comuni, utilizzare una lingua condivisa, rispettare le stesse regole fondamentali e percepirsi progressivamente come appartenenti a una medesima comunità politica.

Altrimenti si può migliorare il rapporto tra lavoratori e pensionati e contemporaneamente peggiorare la coesione della società.

È questo il punto che la visione economicista tende sistematicamente a non vedere.

La crescita di AfD non dimostra automaticamente che la politica migratoria tedesca sia stata un fallimento, e sarebbe
metodologicamente scorretto sostenerlo. Dimostra però qualcosa che dovrebbe interessare l’intera Europa: una politica migratoria non può essere valutata soltanto sulla base dei risultati economici che produce.

Deve essere valutata anche sulla base della sua sostenibilità sociale, della capacità di integrare, della percezione di controllo da parte dei cittadini e della capacità dello Stato di distinguere tra permanenza temporanea, stabilizzazione e appartenenza.

La Germania aveva certamente bisogno di lavoratori.

La domanda che oggi emerge con sempre maggiore forza è se abbia dedicato la stessa attenzione a ciò che sarebbe accaduto dopo il loro ingresso.

È una domanda che riguarda anche l’Italia.

Perché se continueremo a decidere quanti stranieri far entrare guardando prevalentemente ai posti vacanti nelle imprese e alle proiezioni demografiche, senza contemporaneamente stabilire quale integrazione pretendiamo e come intendiamo verificarla, rischiamo di ripetere la stessa incomprensione.

L’economia può dirci quanti lavoratori mancano. Non può dirci, da sola, quale immigrazione una società sia capace di trasformare in integrazione.

Quella è una decisione politica.

Ed è probabilmente una delle decisioni più importanti che l’Europa dovrà assumere nei prossimi anni.

Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista

Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione

Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo

ORCID: 0009-0004-7030-0428

Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

Commenti

Rispondi

Scopri di più da Integrazione o ReImmigrazione

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere