Il dibattito sull’immigrazione ha una caratteristica che merita di essere osservata con attenzione: ogni volta che qualcuno prova a spostare l’attenzione dagli ingressi alla permanenza, e dunque dalla gestione immediata dei flussi alla questione assai più complessa di ciò che accade quando milioni di persone costruiscono stabilmente la propria vita all’interno delle società europee, emerge quasi inevitabilmente un’altra emergenza destinata a riportare la
discussione altrove. È ciò che accade anche nel confronto aperto dalle riflessioni di Ernesto Galli della Loggia e ripreso, il 28 agosto, da Fabio Cavallari su Gli Stati Generali, attraverso un articolo che introduce una questione certamente seria: prima ancora delle nostre opinioni sull’immigrazione esiste una realtà demografica, ambientale e climatica che potrebbe produrre nei prossimi decenni pressioni migratorie assai maggiori rispetto a quelle alle quali l’Europa è oggi abituata.
La domanda posta da Galli della Loggia riguarda però un problema differente e destinato, a mio avviso, a diventare ancora più importante: multiculturalismo e integrazione possono realmente coincidere? Possiamo continuare a ritenere che la semplice compresenza sul medesimo territorio di comunità portatrici di lingue, culture, tradizioni e concezioni sociali differenti produca spontaneamente, attraverso il trascorrere del tempo, una società integrata, oppure dobbiamo finalmente riconoscere che l’integrazione costituisce un processo distinto dalla mera convivenza geografica e che, proprio per questo, deve poter essere osservata e verificata?
Cavallari non nega la rilevanza della domanda, ma introduce una variabile destinata, nella sua prospettiva, a modificare profondamente le dimensioni del problema. Il cambiamento climatico, l’aumento delle temperature, la scarsità delle risorse idriche, la riduzione della produttività agricola e le conseguenze economiche che ne derivano potrebbero determinare spostamenti di popolazione particolarmente significativi, soprattutto in alcune aree dell’Africa. L’autore opportunamente ricorda che le grandi stime relative alle migrazioni climatiche riguardano prevalentemente spostamenti interni ai singoli Paesi o alle rispettive aree regionali, evitando quindi l’equazione semplicistica secondo la quale decine o centinaia di milioni di persone sarebbero automaticamente destinate a raggiungere l’Europa.
È precisamente qui, tuttavia, che il ragionamento dovrebbe essere rovesciato.
Se le pressioni migratorie aumenteranno, il problema dell’integrazione non diventerà meno importante. Diventerà enormemente più importante.
Quanto maggiore è il numero delle persone che entrano e soprattutto rimangono stabilmente all’interno di una comunità nazionale, tanto meno è possibile affidare l’integrazione alla convinzione che il trascorrere del tempo, il lavoro o la semplice residenza siano sufficienti a produrla spontaneamente. È proprio l’aumento
quantitativo dei fenomeni migratori a rendere necessaria una definizione qualitativa dell’integrazione.
Ed è qui che occorre mettere in discussione un altro paradigma che ha accompagnato per decenni le politiche migratorie europee: la visione prevalentemente economicista dell’immigrazione.
Una parte considerevole del dibattito continua infatti a ragionare secondo uno schema apparentemente lineare: l’Europa invecchia, diminuisce la popolazione in età lavorativa, determinati settori produttivi non trovano manodopera, quindi abbiamo bisogno di immigrazione. Il ragionamento contiene elementi di realtà, ma diventa profondamente insufficiente quando pretende di trasformare una questione sociale, culturale, giuridica e demografica in una semplice equazione tra posti di lavoro disponibili e persone da importare.
Un lavoratore non è soltanto un fattore produttivo. È una persona che vive in una comunità.
Può ricongiungere la propria famiglia, avere figli, stabilirsi per decenni, accedere al soggiorno di lungo periodo e, quando ne ricorrono le condizioni, acquisire la cittadinanza. I suoi figli frequenteranno le scuole italiane e potranno costruire qui l’intera propria esistenza. Ciò che inizialmente viene rappresentato attraverso una voce del mercato del lavoro può quindi produrre conseguenze sociali destinate a svilupparsi nell’arco di generazioni.
Per questo la domanda corretta non può essere semplicemente “di quanti lavoratori stranieri abbiamo bisogno?”. Occorre aggiungerne almeno un’altra: “quale capacità di integrazione possiede la società nella quale quelle persone sono destinate a stabilirsi?”
Il lavoro rimane naturalmente uno degli elementi fondamentali dell’integrazione. Consente autonomia economica, relazioni sociali, partecipazione alla vita produttiva e riduce la dipendenza dalle prestazioni pubbliche. Ma commetteremmo un errore altrettanto grave se identificassimo automaticamente occupazione e integrazione. Si può lavorare per vent’anni in Italia senza acquisire un’adeguata conoscenza della lingua, mantenendo relazioni sociali quasi
esclusivamente interne alla propria comunità di origine e senza sviluppare un rapporto significativo con la società nella quale si vive.
L’integrazione è più del lavoro.
È proprio da questa constatazione che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” introduce due concetti che dovrebbero essere collocati al centro delle future politiche migratorie: il dovere di integrazione e l’integrazione verificabile.
Il primo riguarda la responsabilità individuale. Chi sceglie di costruire stabilmente la propria vita in Italia non può considerare l’integrazione come qualcosa che debba essere realizzato
esclusivamente dallo Stato o dalla società che lo accoglie. La permanenza comporta progressivamente anche responsabilità: conoscenza della lingua italiana, rispetto delle norme e dei principi
fondamentali dell’ordinamento, adempimento dei doveri familiari e scolastici, autonomia economica quando concretamente possibile, rispetto delle regole della convivenza civile e capacità di sviluppare relazioni con la comunità nazionale.
Il secondo concetto compie però un passaggio ulteriore. Se
l’integrazione costituisce un elemento rilevante della permanenza, non può rimanere una categoria puramente retorica: deve diventare verificabile.
Questo non significa costruire un impossibile esame sull’identità personale dello straniero né pretendere uniformità culturale. Significa individuare indicatori sufficientemente oggettivi attraverso i quali valutare nel tempo un percorso: conoscenza linguistica, inserimento lavorativo, autonomia economica, rispetto delle regole, responsabilità familiare, percorso scolastico dei figli,
partecipazione sociale, assenza di comportamenti gravemente
incompatibili con la convivenza civile e altri elementi che consentano di distinguere la semplice permanenza cronologica dall’effettivo inserimento nella comunità.
Il tempo trascorso in un Paese, infatti, misura la durata della presenza. Non misura necessariamente l’integrazione.
È una distinzione fondamentale, soprattutto se guardiamo alle possibili trasformazioni climatiche e demografiche dei prossimi decenni. Se le pressioni migratorie aumenteranno, una politica basata soltanto sull’alternativa tra chiudere e aprire le frontiere diventerà progressivamente incapace di governare la realtà. L’Europa dovrà decidere quanti ingressi possa sostenere, attraverso quali canali e secondo quali criteri; dovrà determinare rapidamente chi abbia diritto alla protezione; dovrà rendere effettivi i ritorni quando non esiste un titolo alla permanenza; dovrà infine sapere se coloro che rimangono stanno realmente sviluppando un percorso di integrazione.
Prima ancora di tutto questo esiste però un ulteriore livello, sul quale la riflessione di Cavallari coglie un elemento strategicamente importante: la politica migratoria deve cominciare prima della frontiera.
Se una parte delle future migrazioni sarà determinata dall’interazione tra cambiamento climatico, scarsità d’acqua, crisi agricole, instabilità politica, crescita demografica e mancanza di prospettive economiche, l’Europa non può aspettare che quelle dinamiche si trasformino in partenze per iniziare a occuparsene. Acqua, energia, agricoltura, infrastrutture, investimenti, formazione professionale e sviluppo economico nei Paesi di origine diventano anche strumenti di politica migratoria.
Non perché sia possibile eliminare le migrazioni attraverso la cooperazione allo sviluppo, né perché possa essere riproposta come formula autosufficiente l’espressione “aiutiamoli a casa loro”, ma perché rendere possibile la permanenza nei Paesi di origine deve tornare a essere un obiettivo strategico della politica europea.
La stessa dimensione esterna della politica migratoria deve però essere sottratta alla visione economicista. Non basta finanziare progetti per produrre sviluppo e supporre che automaticamente diminuiranno le partenze; occorre costruire rapporti strategici con i Paesi di origine che comprendano sviluppo, mobilità legale, controllo delle frontiere, identificazione, riammissione e possibilità di ritorno. La gestione delle migrazioni deve diventare una componente stabile della politica estera europea.
Esiste poi una distinzione giuridica che non dovrebbe essere dimenticata. La necessità di lasciare un determinato territorio, il diritto alla protezione internazionale e il diritto a stabilirsi in Europa non coincidono.
Il fatto che una persona possa essere costretta ad abbandonare il luogo nel quale vive a causa della desertificazione, della scarsità d’acqua o di fenomeni ambientali estremi rappresenta una questione umana e politica di enorme rilevanza, ma non determina automaticamente l’esistenza di un generale diritto soggettivo a scegliere uno Stato europeo nel quale stabilirsi. La Convenzione di Ginevra del 1951 non contempla una categoria autonoma di “rifugiato climatico”; gli effetti ambientali possono naturalmente concorrere, insieme ad altri fattori, a determinare situazioni rilevanti ai fini della protezione o del principio di non-refoulement, ma il rapporto tra clima e migrazione non può essere trasformato in un automatismo.
Questo significa che l’Europa dovrà contemporaneamente sviluppare quattro capacità: intervenire sulle condizioni che alimentano gli spostamenti, governare gli ingressi, rendere effettivi i ritorni quando non esiste il diritto alla permanenza e verificare
l’integrazione di chi invece rimane.
È questa visione complessiva che manca quando l’immigrazione viene considerata esclusivamente come strumento per correggere gli squilibri demografici o soddisfare il fabbisogno delle imprese.
Non possiamo pensare di importare forza lavoro e disinteressarci delle conseguenze sociali della permanenza. Non possiamo considerare riuscita una politica migratoria soltanto perché un lavoratore straniero occupa un posto che un’impresa non riusciva a coprire. La valutazione deve continuare negli anni successivi e deve riguardare anche la lingua, l’autonomia, il rispetto delle regole, la famiglia, le seconde generazioni e la capacità di costruire appartenenza alla comunità nazionale.
È qui che l’integrazione verificabile diventa il necessario
superamento della visione economicista dell’immigrazione.
Galli della Loggia pone quindi una domanda che il cambiamento climatico non rende obsoleta. La rende più urgente. Se davvero il futuro sarà caratterizzato da pressioni migratorie maggiori, l’Europa non potrà permettersi di misurare la propria politica soltanto attraverso il numero degli ingressi autorizzati, dei contratti di lavoro sottoscritti, delle domande di protezione accolte o delle espulsioni eseguite.
Dovrà cominciare a misurare anche ciò che fino ad oggi abbiamo preferito lasciare indefinito: quanto e come si integrano coloro che rimangono.
Perché l’immigrazione del futuro non potrà essere governata attraverso una semplice equazione economica. Richiederà una politica capace di accompagnare l’intero percorso: dalle condizioni che determinano la partenza alla selezione degli ingressi, dalla decisione sul diritto alla permanenza al ritorno di chi non può restare, fino al dovere di integrazione di chi invece sceglie di costruire qui il proprio futuro.
E soprattutto richiederà di accettare un principio che per troppo tempo abbiamo evitato di formulare chiaramente: l’integrazione non può essere soltanto auspicata. Deve essere richiesta e deve poter essere verificata.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428
Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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