Difesa, sviluppo e immigrazione: all’Etna Forum manca una quarta parola, integrazione

Il titolo scelto per uno dei confronti dell’Etna Forum 2026, svoltosi a Ragalna il 27 agosto, contiene già tre parole che descrivono efficacemente il modo nel quale una parte importante della politica italiana continua a guardare alla posizione della Sicilia nel Mediterraneo: difesa, sviluppo, immigrazione. Il panel,
significativamente intitolato “La Sicilia confine d’Europa”, ha riunito esponenti politici e istituzionali per discutere del ruolo strategico dell’isola, della sua collocazione geografica e delle conseguenze che derivano dall’essere contemporaneamente frontiera meridionale dell’Italia e dell’Unione europea.

È una prospettiva comprensibile. La Sicilia rappresenta materialmente uno dei principali luoghi nei quali l’Europa incontra le dinamiche migratorie provenienti dal Mediterraneo e, proprio per questa ragione, ogni riflessione sulla sicurezza delle frontiere, sulla politica mediterranea e sulla capacità dell’Unione di governare i movimenti delle persone inevitabilmente passa anche dall’isola. Il problema nasce quando il confine diventa contemporaneamente il punto di partenza e quello di arrivo dell’intero ragionamento
sull’immigrazione.

Perché l’immigrazione non finisce quando viene attraversata la frontiera.

Anzi, sotto molti aspetti è precisamente in quel momento che comincia il problema più difficile da governare. Dopo lo sbarco occorre stabilire chi abbia diritto alla protezione, chi possieda un diverso titolo alla permanenza, chi debba essere rimpatriato e chi sia invece destinato a rimanere in Italia per anni, talvolta per tutta la vita. È questa seconda parte del percorso migratorio ad avere progressivamente trasformato la composizione sociale delle nostre città, delle scuole, dei luoghi di lavoro e delle periferie, eppure continua a occupare uno spazio sorprendentemente ridotto rispetto all’attenzione dedicata alla frontiera.

Il dibattito politico italiano appare infatti ancora prigioniero di una contrapposizione costruita prevalentemente attorno all’ingresso. Da una parte si discute della necessità di controllare maggiormente le frontiere, contrastare gli ingressi irregolari, aumentare
l’effettività dei rimpatri e rafforzare la cooperazione con i Paesi di origine e di transito; dall’altra si insiste sulla protezione internazionale, sull’accoglienza, sul soccorso e sulla tutela dei diritti fondamentali. Sono questioni reali, giuridicamente e politicamente rilevanti, sulle quali uno Stato deve necessariamente assumere decisioni. Ma entrambe le prospettive rischiano di lasciare irrisolta la domanda che viene immediatamente dopo: che cosa chiediamo a chi rimane?

È questa la quarta parola che dovrebbe essere aggiunta a difesa, sviluppo e immigrazione: integrazione.

Non nel significato generico con il quale il termine è stato utilizzato per decenni, quasi fosse sufficiente pronunciarlo perché il trascorrere del tempo producesse spontaneamente l’inserimento dello straniero nella società italiana. L’integrazione dovrebbe essere considerata una componente strutturale della politica migratoria, direttamente collegata alla stabilizzazione della permanenza e fondata sulla responsabilità individuale di chi sceglie di costruire il proprio futuro all’interno della comunità nazionale.

Il problema non consiste semplicemente nel mettere a disposizione strumenti pubblici e attendere che l’integrazione si realizzi. L’integrazione richiede innanzitutto la volontà di integrarsi. Chi decide di vivere stabilmente in Italia deve assumersi progressivamente la responsabilità di conoscere la lingua italiana, rispettare concretamente le norme e i principi fondamentali dell’ordinamento, adempiere ai propri doveri familiari e scolastici, perseguire l’autonomia attraverso il lavoro quando ne sussistono le condizioni e costruire una relazione effettiva con la società nella quale vive. La permanenza pluriennale sul territorio, considerata isolatamente, non può essere confusa con l’avvenuta integrazione.

Questa distinzione diventa ancora più importante quando il fenomeno migratorio viene osservato dalla prospettiva delle seconde
generazioni. Una politica che misura esclusivamente gli ingressi e gli sbarchi rischia di continuare a considerare l’immigrazione come un fenomeno temporaneo anche quando le sue conseguenze sono ormai permanenti. I bambini che frequentano oggi le scuole italiane, le famiglie stabilmente residenti, i lavoratori che costruiscono qui la propria esistenza e le comunità straniere presenti da decenni non appartengono più alla dimensione della frontiera. Appartengono alla questione, assai più complessa, della coesione futura della società italiana.

È proprio per questo che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone di leggere l’immigrazione come un percorso unitario e non come una successione di emergenze scollegate tra loro. Il controllo dell’ingresso è necessario, perché uno Stato che non conosce e non governa chi entra rinuncia a una parte essenziale della propria sovranità. La decisione sulla posizione giuridica deve essere sufficientemente rapida, perché non è razionale lasciare una persona per anni nell’incertezza. Il rimpatrio deve essere effettivamente eseguibile quando, concluse le procedure e rispettate le garanzie, non esiste un titolo alla permanenza. Ma per chi rimane stabilmente deve aprirsi una fase ulteriore: quella dell’integrazione come dovere verificabile e progressivo.

È proprio questa parte che continua a mancare nella costruzione di una politica migratoria complessiva.

Possiamo rafforzare Frontex, concludere accordi con i Paesi terzi, costruire nuove procedure alla frontiera, aumentare la capacità dei CPR e rendere maggiormente efficaci i rimpatri. Tutto questo riguarda una parte fondamentale del fenomeno, ma non risponde alla domanda su quale società vogliamo costruire con coloro che, legittimamente, rimarranno.

E non è una questione secondaria. Al contrario, potrebbe essere la questione migratoria decisiva dei prossimi vent’anni.

Una frontiera può essere controllata attraverso uomini, mezzi, norme, accordi internazionali e tecnologia. Una società coesa richiede qualcosa di più difficile: la condivisione progressiva di lingua, regole, responsabilità e appartenenza civile. Se questo processo viene ignorato, il rischio è che lo Stato diventi molto più efficiente nel decidere chi può entrare senza diventare altrettanto capace di stabilire che cosa significhi realmente rimanere.

L’Etna Forum ha avuto quindi il merito di collocare la Sicilia dentro una prospettiva più ampia, collegando la sua posizione geografica alla sicurezza, allo sviluppo e all’immigrazione. La riflessione potrebbe però essere portata un passo più avanti.

La Sicilia non è soltanto il luogo nel quale l’Europa incontra il Mediterraneo e nel quale una parte dei flussi migratori raggiunge fisicamente il territorio dell’Unione. È anche il luogo dal quale dovrebbe partire una domanda che riguarda l’Italia intera: dopo avere deciso chi può rimanere, quale integrazione pretendiamo?

Perché una politica migratoria che si occupa soltanto del confine governa l’ingresso. Una politica migratoria che pretende di governare il futuro deve occuparsi anche di ciò che viene dopo.

Difesa, sviluppo, immigrazione. Manca ancora una parola.

Integrazione.

Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista

Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione

Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo

ORCID: 0009-0004-7030-0428

Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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