La Danimarca avverte la sinistra: sull’immigrazione avete perso il contatto con la realtà

La Danimarca avverte la sinistra: sull’immigrazione avete perso il contatto con la realtà

C’è una frase pronunciata dall’ex ministro danese Mattias Tesfaye che meriterebbe di essere discussa molto più seriamente di quanto normalmente accada quando si parla di immigrazione: bisogna «vivere nel mondo reale». Non è una provocazione proveniente dalla destra radicale, né lo slogan di un movimento costruito sulla contestazione dell’immigrazione. Tesfaye appartiene ai Socialdemocratici danesi, è stato ministro dell’Immigrazione e dell’Integrazione ed è figlio di un rifugiato etiope. Proprio per questo il suo richiamo assume un significato politico particolare.

Il messaggio rivolto alla sinistra europea è, nella sostanza, semplice: governare l’immigrazione significa accettare che esistano dei limiti. Limiti nella capacità di accoglienza, nella possibilità di integrare numeri crescenti di persone, nella sostenibilità del welfare e soprattutto nella capacità di una comunità nazionale di assorbire trasformazioni demografiche e culturali senza perdere progressivamente la propria coesione.

È precisamente questo il punto che una parte consistente del dibattito europeo continua a rifiutarsi di affrontare. Per molti anni
l’immigrazione è stata raccontata prevalentemente attraverso due categorie: quella umanitaria e quella economica. Da una parte le persone da accogliere, dall’altra i lavoratori necessari per compensare denatalità e carenza di manodopera. È rimasta invece sullo sfondo la domanda decisiva: quante persone una società può realmente integrare e a quali condizioni?

La socialdemocrazia danese ha avuto il merito politico di comprendere che porre questa domanda non significa necessariamente abbandonare solidarietà e diritti. Significa riconoscere che anche l’integrazione ha bisogno di condizioni materiali, sociali e culturali per
funzionare. Quando queste condizioni vengono meno, continuare ad aumentare gli ingressi non risolve il problema: rischia di
amplificarlo.

Tesfaye ha sostenuto da tempo che il controllo dell’immigrazione debba essere letto anche come tutela dello Stato sociale. Il ragionamento merita attenzione soprattutto perché proviene dalla tradizione socialdemocratica. Le conseguenze della mancata integrazione, infatti, non vengono distribuite uniformemente nella società. Sono soprattutto i quartieri popolari, la scuola pubblica, i servizi territoriali e le fasce meno protette del mercato del lavoro a confrontarsi
quotidianamente con gli effetti delle trasformazioni più rapide. Una politica che ignora questa realtà finisce paradossalmente per allontanarsi proprio dai ceti sociali che la sinistra storicamente pretende di rappresentare.

La questione, tuttavia, deve essere portata ancora più avanti. Controllare gli ingressi costituisce soltanto una parte della risposta. Una politica migratoria matura deve contemporaneamente stabilire chi può entrare, pretendere un percorso effettivo di integrazione da chi è destinato a rimanere e avere il coraggio di affrontare il problema della permanenza quando quel percorso fallisce o quando vengono meno le condizioni giuridiche e sostanziali che la giustificano.

È questo il passaggio che conduce dal semplice controllo
dell’immigrazione al paradigma Integrazione o ReImmigrazione. Non ogni straniero deve essere considerato provvisoriamente presente, così come non ogni presenza deve essere trasformata automaticamente in permanenza definitiva. Tra queste due estremizzazioni esiste lo spazio della politica: selezionare, governare, integrare, verificare e, quando necessario, organizzare il ritorno.

La Danimarca sembra aver compreso prima di altri che l’immigrazione non può essere amministrata sulla base di ciò che vorremmo fosse, ma deve essere governata per ciò che concretamente produce nelle società europee. È questo, in fondo, il significato più profondo dell’invito di Tesfaye a tornare nel «mondo reale».

E forse è proprio da qui che dovrebbe ripartire anche la sinistra italiana: non dalla ricerca di formule sempre nuove per giustificare politiche già decise, ma dall’osservazione degli effetti che trent’anni di immigrazione hanno prodotto sul territorio. Perché una politica che rifiuta di misurarsi con la realtà, prima o poi, sarà la realtà a smentirla.

Avv. Fabio Loscerbo – Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista Registro UE n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428

Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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