Riabitare i vuoti, ma con quale comunità? L’immigrazione non può essere la cura automatica dello spopolament o italiano

Riabitare i vuoti, ma con quale comunità? L’immigrazione non può essere la cura automatica dello spopolamento italiano

Il tema dello spopolamento delle aree interne italiane è troppo serio per essere affrontato attraverso formule rassicuranti o soluzioni apparentemente inevitabili. Il progressivo abbandono di piccoli comuni, territori montani e aree rurali costituisce uno dei grandi problemi strutturali dell’Italia contemporanea, perché alla
diminuzione della popolazione non corrisponde soltanto la presenza di qualche casa vuota in più, ma la progressiva perdita di attività economiche, servizi pubblici, scuole, presidi sanitari, relazioni sociali e, in definitiva, della capacità stessa di una comunità di riprodursi nel tempo.

È proprio da questo problema che prende le mosse il volume Riabitare i vuoti. Perché l’Italia interna non può fare a meno dell’immigrazione, curato da Sarah Gainsforth e Filippo Tantillo, al quale Jessica Cugini ha dedicato un articolo pubblicato il 2 settembre 2026 su Nigrizia. La tesi merita attenzione perché non si limita alla più elementare rappresentazione dell’immigrato come lavoratore necessario a colmare le carenze del mercato del lavoro, ma propone qualcosa di più ambizioso: considerare la presenza straniera come una componente della possibile rigenerazione sociale, economica e demografica dei territori italiani che stanno perdendo popolazione.

Il problema, tuttavia, nasce proprio nel momento in cui si passa dalla constatazione dello spopolamento alla conclusione secondo cui l’immigrazione dovrebbe rappresentarne la risposta. Fra le due proposizioni esiste infatti uno spazio politico enorme, che non può essere cancellato trasformando una possibile scelta di politica pubblica in una necessità storica. Che molti territori italiani si stiano svuotando è un dato; che debbano essere ripopolati attraverso l’immigrazione è invece una scelta, e come ogni scelta che incide sulla composizione futura della popolazione dovrebbe essere discussa apertamente, valutandone conseguenze, limiti e condizioni.

Una casa vuota può essere nuovamente abitata, una scuola può evitare la chiusura grazie all’arrivo di nuovi bambini, un’impresa può trovare lavoratori che altrimenti non avrebbe reperito e un comune può persino arrestare temporaneamente il proprio declino demografico. Tutto questo, però, non risolve ancora il problema fondamentale, perché un paese non è semplicemente la somma degli individui che occupano gli immobili presenti entro i suoi confini. Una comunità è il risultato di una sedimentazione storica fatta di lingua, consuetudini, istituzioni, memoria, regole condivise, rapporti sociali e appartenenza. Se cambia profondamente la popolazione che abita un territorio, cambia inevitabilmente anche la comunità che quel territorio esprime.

La questione diventa ancora più evidente nei piccoli comuni. In una grande città l’arrivo di alcune centinaia o migliaia di nuovi residenti può essere assorbito all’interno di una struttura sociale molto più ampia; in un paese che ha perso metà dei propri abitanti, invece, l’ingresso relativamente rapido di una popolazione
culturalmente e socialmente differente può modificare in profondità gli equilibri della comunità locale. Non vi è nulla di scandaloso nel riconoscerlo. È semplicemente una conseguenza delle proporzioni demografiche, ed è precisamente per questo che una politica migratoria responsabile dovrebbe occuparsi non soltanto di quanti immigrati possano arrivare, ma anche di dove si stabiliscano, delle
caratteristiche dei territori nei quali vengono inseriti e soprattutto della loro effettiva capacità di integrazione.

Il rischio della visione economicista dell’immigrazione, che su ReImmigrazione abbiamo più volte criticato, consiste precisamente nel ridurre persone e comunità a grandezze intercambiabili. Mancano lavoratori, dunque importiamo lavoratori; diminuiscono gli abitanti, dunque importiamo abitanti; chiudono le scuole, dunque servono nuovi bambini; rimangono vuote le abitazioni, dunque occorre qualcuno che le occupi. È una logica apparentemente razionale, ma costruita sulla rimozione della dimensione politica e comunitaria della demografia. Gli esseri umani non sono unità statistiche che possono essere spostate da una colonna all’altra di un foglio Excel senza che ciò produca conseguenze sulla società nella quale vengono inseriti.

Prima ancora di domandarci chi possa riabitare i territori che si stanno svuotando, dovremmo allora interrogarci sulle ragioni per le quali gli italiani li hanno abbandonati e continuano ad abbandonarli. Se un giovane lascia un piccolo comune perché non trova lavoro, perché i collegamenti sono insufficienti, perché l’ospedale è stato ridimensionato, perché la scuola è stata chiusa, perché acquistare o ristrutturare un’abitazione è economicamente difficile o perché costruire una famiglia è diventato sempre più oneroso, l’arrivo di popolazione straniera non elimina nessuna di queste cause. Può attenuarne temporaneamente alcuni effetti demografici, ma rischia contemporaneamente di consentire alla politica di evitare il problema originario: creare nuovamente le condizioni affinché gli italiani possano restare, tornare, avere figli e costruire il proprio futuro nei territori dai quali oggi sono costretti ad allontanarsi.

Ciò non significa negare che l’immigrazione possa contribuire alla sopravvivenza e persino alla rinascita di determinate realtà territoriali. Significa, piuttosto, rifiutare l’idea che essa possa essere considerata una risposta automatica e quantitativa alla crisi demografica. Se nuovi cittadini stranieri entrano stabilmente in comunità che stanno progressivamente perdendo la propria popolazione originaria, la questione dell’integrazione diventa ancora più importante di quanto non lo sia nelle grandi aree urbane. Ed è precisamente qui che emerge il limite di una parte del dibattito italiano: si discute moltissimo del diritto ad arrivare, del diritto a rimanere e delle necessità economiche che giustificherebbero l’immigrazione, mentre si discute ancora troppo poco dei doveri che necessariamente accompagnano una permanenza destinata a diventare stabile.

Il paradigma dell’“Integrazione o ReImmigrazione” nasce anche da questa constatazione. Una politica migratoria non può esaurirsi nella gestione degli ingressi e nella successiva stabilizzazione quasi automatica della presenza straniera, ma deve essere capace di verificare nel tempo se quella presenza abbia prodotto un effettivo inserimento nella comunità nazionale. L’integrazione, in questa prospettiva, non può essere considerata esclusivamente un compito delle istituzioni, né può essere ridotta all’esistenza di un contratto di lavoro o di un’abitazione. Deve comportare conoscenza della lingua italiana, rispetto sostanziale dell’ordinamento, condivisione dei principi costituzionali, accettazione della parità tra uomo e donna, partecipazione alla vita sociale e riconoscimento della prevalenza delle regole della comunità nazionale rispetto a norme religiose, familiari o consuetudinarie eventualmente incompatibili con esse.

È proprio per questa ragione che abbiamo proposto di iniziare a discutere dell’introduzione nella Costituzione di un vero e proprio dovere di integrazione. Se l’immigrazione viene presentata come fenomeno destinato a incidere strutturalmente sulla futura
composizione demografica italiana, allora l’integrazione non può continuare a essere trattata come una generica aspirazione delle politiche pubbliche. Quanto maggiore diventa il peso dell’immigrazione nella trasformazione demografica del Paese, tanto maggiore deve essere la capacità dell’ordinamento di pretendere da chi sceglie di stabilirvisi una partecipazione effettiva alla comunità nazionale.

La prospettiva temporale, del resto, è decisiva. Un’amministrazione comunale può legittimamente considerare un successo aver riaperto alcune abitazioni, mantenuto una classe scolastica o trovato lavoratori per imprese che rischiavano di chiudere. Lo Stato, però, deve ragionare su un orizzonte diverso. Deve chiedersi quale sarà la composizione sociale e culturale di quel territorio fra venti, trenta o cinquant’anni e se il processo in corso stia producendo una comunità maggiormente coesa oppure una pluralità di comunità che condividono lo stesso spazio senza sviluppare una reale appartenenza comune.

Questo problema diventerà tanto più rilevante quanto più procederanno contemporaneamente le due dinamiche che già caratterizzano la demografia italiana: diminuzione e invecchiamento della popolazione italiana da una parte, crescita della componente di origine straniera dall’altra. Continuare a leggere questi fenomeni soltanto attraverso il numero complessivo dei residenti significa non comprendere la portata della trasformazione in corso. Una popolazione può infatti rimanere numericamente stabile mentre cambia profondamente la propria composizione, e proprio per questo la stabilità del dato demografico non coincide necessariamente con la continuità della comunità.

“Riabitare i vuoti”, dunque, può certamente rappresentare una parte della risposta alla crisi delle aree interne, ma prima bisogna stabilire quale progetto nazionale debba guidare quel processo. L’Italia non può limitarsi a registrare il proprio declino demografico per poi compensarlo attraverso l’ingresso di popolazione proveniente dall’estero, come se l’unico obiettivo fosse mantenere invariato il numero degli abitanti. Deve innanzitutto provare a rendere nuovamente abitabili quei territori per gli italiani che li hanno lasciati, sostenere la natalità, ricostruire servizi, lavoro e infrastrutture e favorire il ritorno di chi sarebbe disposto a vivere nelle aree interne se esistessero condizioni economiche e sociali adeguate.

L’immigrazione può inserirsi in questo progetto, ma non può
sostituirlo. E quando contribuisce stabilmente al ripopolamento di un territorio deve essere accompagnata da una politica dell’integrazione molto più esigente di quella finora praticata, proprio perché ciò che è in gioco non è soltanto il destino individuale di chi arriva, ma la forma futura delle comunità nelle quali arriva.

Il vero interrogativo posto dai paesi che si svuotano, pertanto, non riguarda semplicemente quanti abitanti riusciremo a conservare nelle statistiche demografiche. Riguarda qualcosa di assai più profondo: se saremo capaci di mantenere comunità nelle quali nuovi e vecchi abitanti possano riconoscersi in una medesima appartenenza civile, oppure se utilizzeremo l’immigrazione per rinviare il declino numerico senza governare la trasformazione sociale che inevitabilmente l’accompagna.

Riabitare i vuoti è necessario. Ma riempire uno spazio e ricostruire una comunità non sono la stessa cosa.

Avv. Fabio Loscerbo – Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista Registro UE n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428

Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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