Dall’America all’Europa, torna lo Stato sull’immigrazione. Ma manca l’integrazione
Le notizie che arrivano nelle ultime settimane dai principali Paesi occidentali sembrano indicare un cambiamento abbastanza netto. Dopo anni nei quali il dibattito migratorio è stato dominato soprattutto dall’accoglienza, dalla protezione internazionale e dalla gestione degli ingressi, gli Stati stanno tornando a rivendicare con maggiore decisione una funzione che sembrava essersi progressivamente indebolita: far rispettare le regole della permanenza.
La Germania aumenta l’attenzione sui rimpatri e centralizza alcune competenze in materia di immigrazione. Il Regno Unito registra un aumento dei ritorni e del trattenimento amministrativo, mentre diminuiscono gli attraversamenti della Manica e l’arretrato delle domande d’asilo. La Francia rafforza a Mayotte uomini e mezzi contro l’immigrazione irregolare e arriva a ipotizzare una forma di condizionalità economica nei confronti dei Paesi che non collaborano alle riammissioni. Negli Stati Uniti l’ICE sta assumendo una centralità che va ben oltre quella degli anni precedenti. Anche ordinamenti tradizionalmente molto prudenti nell’apertura
all’immigrazione, come il Giappone, stanno contemporaneamente cercando lavoratori stranieri e irrigidendo alcuni criteri relativi alla permanenza.
Le differenze tra questi modelli sono enormi e sarebbe sbagliato metterli sullo stesso piano. Ma una tendenza comune esiste:
l’illegalità amministrativa torna a essere considerata un problema che lo Stato deve affrontare e non semplicemente amministrare nel tempo.
È un cambiamento importante.
Un ordinamento che stabilisce le condizioni per entrare e soggiornare sul proprio territorio deve infatti essere capace anche di farne rispettare le conseguenze. Se il diniego definitivo di una domanda, la perdita del titolo di soggiorno o un provvedimento di espulsione non producono normalmente alcun effetto concreto, la distinzione tra immigrazione regolare e irregolare finisce inevitabilmente per indebolirsi.
Ma osservando ciò che sta accadendo nel mondo emerge
contemporaneamente un’altra circostanza, forse ancora più
interessante.
Gli Stati stanno tornando a misurare gli ingressi, le espulsioni, i rimpatri, i trattenimenti e gli attraversamenti irregolari. Continuano invece a non sapere realmente come misurare l’integrazione.
È questo il grande punto cieco delle nuove politiche migratorie.
Sappiamo quanti stranieri arrivano. Sappiamo quanti chiedono asilo. Sappiamo quanti permessi vengono rilasciati. Sappiamo quanti attraversano irregolarmente una frontiera. Sappiamo quanti vengono trattenuti e quanti rimpatriati.
Ma quando una persona rimane legalmente cinque, dieci o quindici anni all’interno di una società, quali strumenti utilizziamo per
comprendere se quel percorso abbia prodotto integrazione?
La risposta, nella maggior parte degli ordinamenti, è ancora sorprendentemente debole.
Esistono certamente indicatori parziali. Alcuni Stati richiedono una determinata conoscenza della lingua. Altri considerano il reddito, il lavoro, l’assenza di precedenti penali o la partecipazione a percorsi di formazione civica. Il Giappone sta attribuendo crescente importanza anche alla capacità dello straniero di contribuire alla società. Francia e Germania utilizzano da tempo strumenti linguistici e civici nei percorsi di stabilizzazione.
Sono elementi importanti. Ma rimangono frammenti.
Non costituiscono ancora una politica pubblica capace di misurare l’integrazione nel suo complesso.
Ed è singolare che ciò avvenga proprio mentre l’immigrazione viene sempre più presentata come una necessità economica e demografica.
Se un Paese sostiene di avere bisogno di immigrazione per compensare l’invecchiamento della popolazione o la carenza di lavoratori, dovrebbe essere interessato almeno quanto agli ingressi anche a ciò che accade dopo l’ingresso.
Avere bisogno di lavoratori stranieri non significa automaticamente avere bisogno di immigrazione priva di una politica dell’integrazione.
Il vero risultato di una politica migratoria non può essere misurato soltanto dal numero di persone che riesce ad attrarre. Deve essere valutato anche attraverso ciò che quelle persone diventano all’interno della società nella quale hanno scelto di vivere.
Lavorano stabilmente? Conoscono la lingua? Raggiungono una sufficiente autonomia economica? Qual è la situazione abitativa? Quali risultati scolastici raggiungono i figli? Esistono fenomeni di segregazione territoriale? Quanto dipendono dall’assistenza pubblica? Qual è il livello di partecipazione alla vita della comunità? Qual è il rapporto con la legalità? Quanto sono forti le relazioni sociali al di fuori della propria comunità di origine?
Nessuno di questi parametri, isolatamente, può stabilire se una persona sia “integrata”. Sarebbe metodologicamente ingenuo e giuridicamente pericoloso.
Ma un insieme trasparente di indicatori può dire qualcosa di molto importante: se una politica pubblica dell’integrazione sta funzionando oppure no.
Questa distinzione è fondamentale.
Misurare l’integrazione non significa attribuire allo Stato il potere di certificare arbitrariamente chi sia un “buon immigrato”. Significa valutare l’efficacia delle politiche pubbliche attraverso dati verificabili.
Ed è qui che la questione cambia completamente prospettiva.
Perché se dopo dieci anni una determinata comunità presenta ancora livelli molto bassi di conoscenza linguistica, elevata disoccupazione, dipendenza assistenziale, segregazione abitativa e difficoltà scolastiche delle seconde generazioni, il problema non può essere semplicemente attribuito alle persone. Significa che qualcosa nella politica migratoria e nell’integrazione non ha funzionato.
Allo stesso modo, se un’altra comunità raggiunge rapidamente autonomia economica, stabilità lavorativa, conoscenza linguistica e inserimento scolastico delle nuove generazioni, occorre comprendere quali condizioni abbiano prodotto quel risultato.
Questo è il passaggio che ancora manca nel dibattito internazionale.
Gli Stati stanno recuperando la capacità di controllare l’ultima fase del percorso migratorio: quella di chi non può più rimanere.
Devono ora recuperare anche la capacità di governare la fase molto più lunga e numericamente più importante: quella di chi rimane.
È precisamente lo spazio nel quale si colloca il paradigma
Integrazione o ReImmigrazione.
La ReImmigrazione non può essere ridotta alla politica dei rimpatri. Il rimpatrio riguarda l’irregolarità e l’esecuzione delle decisioni dello Stato; la ReImmigrazione pone una questione differente e più profonda: quale rapporto deve esistere tra permanenza nel tempo e percorso di integrazione?
Prima ancora di discutere delle conseguenze, però, bisogna essere capaci di conoscere il fenomeno.
Per questo occorrono Osservatori territoriali sull’integrazione, criteri comuni e un Indice dell’Integrazione capace di confrontare territori, politiche e risultati nel tempo. Non per costruire classifiche etniche o giudizi sulle persone, ma per capire dove l’integrazione funziona, dove fallisce e soprattutto perché.
È forse il paradosso più evidente della nuova stagione migratoria.
Dall’America all’Europa, lo Stato sta tornando. Torna alla frontiera, nei centri di trattenimento, nelle procedure di rimpatrio e nei rapporti con i Paesi di origine.
Ma proprio dove dovrebbe essere maggiormente presente — nel lungo percorso che trasforma l’immigrazione in convivenza — continua troppo spesso a mancare.
E senza misurare l’integrazione continueremo a discutere se
l’immigrazione sia troppa o troppo poca senza riuscire a rispondere alla domanda che dovrebbe precedere tutte le altre:
quella che abbiamo già avuto, ha funzionato?
—
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428
Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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