L’Australia sta affrontando un problema che nei prossimi anni riguarderà sempre più Paesi occidentali: come ridurre la pressione dell’immigrazione temporanea senza privare l’economia della manodopera straniera di cui continua ad avere bisogno. Il Governo australiano ha indicato come obiettivo una riduzione della net overseas migration dagli attuali circa 300.000 ingressi netti a 225.000 entro il 2028 e sta valutando interventi sui visti temporanei, compresi i Working Holiday Maker e alcuni canali per lavoratori qualificati.
La vicenda dei giovani britannici è emblematica. In base all’accordo di libero scambio tra Australia e Regno Unito, i cittadini britannici possono utilizzare il Working Holiday Maker fino a tre anni senza essere obbligati a svolgere lavoro nelle aree regionali, condizione che invece riguarda molti giovani provenienti da altri Paesi. Gli ingressi britannici attraverso questo canale sono cresciuti
rapidamente: secondo i dati richiamati da ABC Australia, da 47.238 nel 2023-2024 a 79.412 nel 2024-2025.
Il Governo aveva quindi valutato l’ipotesi di introdurre anche per loro un requisito di lavoro regionale, rendendo il programma meno attrattivo e contemporaneamente indirizzando la manodopera verso territori che ne hanno maggiore necessità. Il primo ministro Anthony Albanese ha però escluso questa soluzione, ricordando che l’Australia intende rispettare l’accordo commerciale con Londra.
Rimane il problema di fondo. Canberra vuole ridurre la migrazione netta e, nello stesso tempo, riconosce che settori come agricoltura, assistenza agli anziani, edilizia e numerose economie regionali dipendono in misura significativa dal lavoro straniero. La risposta non può quindi consistere semplicemente nel diminuire
indiscriminatamente i visti.
Il caso australiano mostra la differenza tra una politica migratoria quantitativa e una politica migratoria selettiva. Dire che gli ingressi devono diminuire è relativamente semplice; stabilire quali ingressi siano realmente necessari, per quali territori, per quali professioni e per quale durata è molto più difficile. È qui che una politica dell’immigrazione diventa politica economica e demografica.
Il principio dovrebbe essere chiaro anche per l’Europa: il fabbisogno di lavoratori non può trasformarsi automaticamente in un diritto generalizzato alla permanenza. Un sistema razionale può aprire canali quando esiste un’esigenza concreta, verificarne periodicamente la permanenza e collegare la stabilizzazione del soggiorno non soltanto al trascorrere del tempo, ma anche al lavoro effettivo, all’autonomia economica e all’integrazione raggiunta.
L’Australia sta inoltre cercando di evitare che ciò che nasce come immigrazione temporanea si trasformi, per semplice inerzia
amministrativa, in permanenza indefinita. È un punto particolarmente interessante. La distinzione tra temporaneità e stabilità deve avere un significato reale: se ogni ingresso temporaneo contiene
implicitamente la prospettiva automatica della permanenza, lo Stato perde progressivamente la capacità di programmare i flussi.
Nel paradigma Integrazione o ReImmigrazione questo significa distinguere con maggiore chiarezza tre momenti: selezione
dell’ingresso sulla base del bisogno effettivo; verifica
dell’integrazione durante la permanenza; decisione consapevole sulla stabilizzazione oppure sul ritorno quando vengono meno i presupposti.
L’esperienza australiana non offre una formula pronta da importare. Mostra però il problema nella sua forma più nitida: un Paese può avere contemporaneamente bisogno di immigrazione e bisogno di ridurla. Non è una contraddizione se si abbandona l’idea che ogni flusso sia uguale agli altri. Il vero compito dello Stato non è scegliere astrattamente tra apertura e chiusura, ma decidere chi serve, dove serve, per quanto tempo e a quali condizioni la presenza temporanea può diventare appartenenza stabile.
Fonte: ABC News Australia, 26 agosto 2026.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo

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