Il 2 settembre 2026 la giudice federale Deborah L. Boardman, della United States District Court for the District of Maryland, ha concesso un’ingiunzione preliminare contro l’applicazione dell’Executive Order 14418 ai minori compresi nella classe già certificata nel giudizio CASA v. Trump. In termini operativi, le agenzie federali non possono interferire con la loro cittadinanza, negarla o rifiutarsi di riconoscerla mentre la causa prosegue. Il provvedimento non decide definitivamente il processo, ma impedisce che l’ordine produca nel frattempo il suo effetto più radicale: trasformare in non cittadino un bambino che la Costituzione considera cittadino dalla nascita. La decisione del tribunale è stata depositata il 2 settembre.
La tensione nasce dal fatto che il Presidente aveva firmato il nuovo ordine il 6 agosto, poco più di un mese dopo la decisione con cui la Corte Suprema, nel caso Trump v. Barbara, aveva riaffermato la cittadinanza dei figli nati negli Stati Uniti da genitori presenti illegalmente o soltanto in via temporanea. L’Executive Order 14418 ha tentato di delimitare nuovamente il principio, includendo tra le esclusioni i figli di persone qualificate come “alien enemies”, di dipendenti di governi stranieri e di genitori accusati di avere compiuto una transazione commerciale o una frode per ottenere la cittadinanza del neonato.
Il quadro giuridico, tuttavia, non è quello ordinario dell’ingresso e del soggiorno. La Citizenship Clause del XIV Emendamento stabilisce che chi nasce negli Stati Uniti ed è soggetto alla loro giurisdizione è cittadino. La Corte Suprema ha ricondotto le eccezioni a ipotesi ristrette, legate soprattutto ai figli di diplomatici e ai figli di forze nemiche durante un’occupazione ostile. Secondo la giudice Boardman, le nuove categorie presidenziali hanno poco o nulla in comune con quelle eccezioni storiche e l’ordine è quasi certamente incostituzionale almeno nella misura in cui colpisce la classe già protetta dalla pronuncia della Corte Suprema.
La portata dell’ingiunzione va descritta con precisione. Essa tutela i bambini nati negli Stati Uniti dopo il 19 febbraio 2025 la cui madre fosse presente illegalmente, oppure legalmente ma in via temporanea, e il cui padre non fosse cittadino statunitense né residente permanente al momento della nascita. Il tribunale non ha formalmente ingiunto al Presidente di ritirare l’ordine, ma ha vietato alle amministrazioni coinvolte — tra cui Dipartimento di Stato, Dipartimento per la Sicurezza interna e Social Security Administration — di applicarlo contro i membri della classe. Ha invece lasciato intatto il potere di emanare le linee guida previste e non ha sospeso la disposizione relativa ai territori nei quali la cittadinanza non sia attribuita da una legge federale.
È proprio questa delimitazione a rendere il caso più importante della contrapposizione politica. Lo Stato può contrastare l’uso fraudolento di un visto, negare l’ingresso quando la finalità dichiarata non corrisponde a quella reale e perseguire chi organizza servizi destinati ad aggirare le regole migratorie. Non può però trasformare la condotta contestata ai genitori in una sanzione sullo status costituzionale del figlio. La repressione della frode riguarda l’ammissione e la responsabilità dell’adulto; la cittadinanza per nascita riguarda l’identità giuridica autonoma del bambino.
Il risultato immediato è concreto. Per i minori protetti restano salvaguardati il riconoscimento della cittadinanza e i documenti che ne discendono, mentre l’amministrazione conserva la facoltà di pubblicare istruzioni e di chiedere in seguito la modifica o la revoca dell’ingiunzione qualora cambino i fatti o il diritto. Reuters ha riferito che il divieto raggiunge le agenzie incaricate di passaporti, immigrazione e previdenza; l’Associated Press ha sottolineato che la misura resterà operativa mentre viene definita l’azione collettiva. La controversia, dunque, non è conclusa, ma l’effetto amministrativo è già arrestato.
La vicenda offre anche una misura del limite entro il quale può muoversi una politica migratoria rigorosa. Controllare ingressi, permanenza e frodi è esercizio legittimo della sovranità; ridefinire per via amministrativa chi sia cittadino, dopo che la Corte Suprema ha interpretato la garanzia costituzionale, è un’altra cosa. Quando i due piani vengono sovrapposti, il controllo dell’immigrazione smette di selezionare comportamenti e posizioni giuridiche degli adulti e finisce per attribuire ai figli una condizione derivata che l’ordinamento non prevede.
Nel paradigma Integrazione o ReImmigrazione, permanenza e ritorno riguardano lo straniero e devono essere governati secondo regole individuali, verificabili ed effettive. Ma il bambino che nasce cittadino non è uno straniero da integrare per meritare di restare, né può diventare destinatario indiretto della ReImmigrazione dei genitori. Uno Stato forte applica le regole prima dell’ingresso e durante il soggiorno; non riscrive dopo la nascita l’identità giuridica del figlio per correggere ciò che non ha saputo controllare a monte.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428
Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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