L’operazione condotta negli Stati Uniti, che ha portato in una sola settimana all’incriminazione di 478 persone per reati collegati all’immigrazione irregolare lungo il confine tra Texas, Arizona e California, è stata presentata come una dimostrazione della determinazione dell’amministrazione americana nel contrastare gli ingressi illegali, il traffico di esseri umani e il fenomeno dei reingressi dopo l’espulsione. È un dato che colpisce per le sue dimensioni e che conferma come gli Stati Uniti continuino a investire enormi risorse nell’attività investigativa, nell’azione penale e nel controllo delle frontiere.
Ma proprio questo episodio offre anche l’occasione per porsi una domanda che raramente trova spazio nel dibattito pubblico.
È davvero questo il momento in cui uno Stato dovrebbe iniziare a controllare il percorso migratorio di una persona?
La risposta, a mio avviso, è negativa.
L’intervento repressivo rappresenta infatti la fase conclusiva di un processo che, nella maggior parte dei casi, avrebbe dovuto essere monitorato molto prima. Quando il sistema arriva ad arrestare centinaia di persone in pochi giorni significa che il controllo si è concentrato quasi esclusivamente sull’ingresso irregolare e sulla repressione delle violazioni, trascurando completamente ciò che accade durante la permanenza dello straniero nel territorio nazionale.
È una criticità che non riguarda soltanto gli Stati Uniti.
Anche in Europa il dibattito politico continua a ruotare attorno agli stessi temi: rafforzamento delle frontiere esterne, contrasto ai trafficanti, procedure accelerate, rimpatri e cooperazione con i Paesi di origine. Tutti strumenti certamente necessari, ma accomunati da una caratteristica: intervengono quando il problema è già emerso oppure cercano di impedirne l’ingresso, senza interrogarsi seriamente su ciò che accade dopo.
Il vero punto debole delle moderne politiche migratorie è proprio questo.
L’ordinamento dedica grande attenzione alle condizioni per entrare e alle procedure per espellere, ma dedica pochissima attenzione alla verifica dell’integrazione di chi rimane. Eppure è durante gli anni della permanenza che si determina il successo o il fallimento di una politica migratoria.
Uno straniero che vive regolarmente in un Paese non dovrebbe essere valutato esclusivamente sulla base della validità del proprio titolo di soggiorno. Occorrerebbe verificare anche se abbia realmente intrapreso un percorso di integrazione: se partecipa al mercato del lavoro, se conosce la lingua, se rispetta le regole dell’ordinamento, se contribuisce fiscalmente, se partecipa alla vita della comunità e se dimostra una concreta volontà di costruire il proprio futuro nel Paese ospitante.
Questi elementi, oggi, rimangono quasi sempre estranei alle decisioni giuridiche sulla permanenza.
È proprio questo il vuoto normativo che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” intende colmare.
L’obiettivo non è sostituire i controlli di polizia né limitare il diritto degli Stati di reprimere i reati legati all’immigrazione clandestina. Al contrario, si tratta di spostare il baricentro dell’intervento pubblico da una logica esclusivamente repressiva a una logica preventiva, nella quale l’integrazione diventi un elemento giuridicamente rilevante e periodicamente verificabile.
In questo modello il controllo non inizierebbe quando una persona viene arrestata o quando commette una violazione, ma accompagnerebbe l’intero percorso di soggiorno. Lo Stato avrebbe il dovere di offrire strumenti concreti per favorire l’integrazione, ma avrebbe anche il diritto di verificare che tali opportunità siano state effettivamente colte.
In questo modo la permanenza sul territorio non dipenderebbe soltanto dal possesso di un documento amministrativo, ma anche dalla concreta adesione ai valori fondamentali della comunità che accoglie.
I 478 arresti effettuati negli Stati Uniti dimostrano certamente l’efficienza di un apparato repressivo. Ma dimostrano anche qualcosa di ancora più importante: quando il controllo dello Stato inizia soltanto davanti a un reato o a una violazione amministrativa, significa che il momento decisivo è già stato superato.
Le politiche migratorie del futuro dovranno certamente continuare a difendere le frontiere e a contrastare l’immigrazione irregolare. Tuttavia, se vogliono realmente incidere sulla sicurezza e sulla coesione sociale, dovranno imparare a valutare anche ciò che accade dopo l’ingresso. L’integrazione non può più essere considerata un semplice obiettivo politico o una dichiarazione di principio. Deve diventare un requisito giuridico della permanenza, verificabile nel tempo e idoneo a orientare le decisioni dell’autorità pubblica.
Solo allora il controllo non arriverà quando l’integrazione è già fallita, ma contribuirà concretamente a impedirne il fallimento.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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