L’approvazione da parte del Consiglio dei ministri del nuovo disegno di legge dedicato al contrasto del fenomeno dei cosiddetti “maranza” rappresenta un ulteriore tassello nella strategia governativa in materia di sicurezza urbana. Dalle informazioni finora disponibili emerge la volontà di rafforzare gli strumenti di intervento immediato delle forze dell’ordine, con particolare attenzione ai gruppi giovanili responsabili di episodi di violenza, aggressioni e turbative dell’ordine pubblico.
Si tratta di un’impostazione che privilegia la risposta repressiva. È una scelta politica legittima e comprensibile, soprattutto alla luce della crescente percezione di insicurezza registrata in molte città italiane. Tuttavia, proprio perché si interviene su un fenomeno complesso, occorre domandarsi se il rafforzamento degli strumenti di fermo sia realmente sufficiente.
Il fermo costituisce uno strumento processuale destinato a fronteggiare situazioni di particolare urgenza. Per sua natura, però, produce effetti limitati nel tempo. Una volta cessata la misura, il problema rischia di ripresentarsi se l’ordinamento non prevede conseguenze ulteriori capaci di incidere sulle cause e sulla reiterazione delle condotte.
Il punto centrale, quindi, non è stabilire se il fermo debba essere ampliato oppure no. Il vero interrogativo riguarda ciò che accade successivamente. Quali effetti produce la commissione reiterata di determinati reati sul percorso di integrazione? Quali conseguenze amministrative derivano da comportamenti incompatibili con il rispetto delle regole fondamentali della convivenza civile? Quali strumenti vengono predisposti per evitare che gli stessi soggetti ritornino, dopo breve tempo, a porre in essere le medesime condotte?
Una politica della sicurezza realmente efficace dovrebbe coordinare gli strumenti del diritto penale con quelli del diritto amministrativo e delle politiche migratorie, evitando che ogni settore operi in modo isolato. La repressione rappresenta soltanto uno degli elementi di un sistema che dovrebbe comprendere anche misure di prevenzione, responsabilizzazione e, nei casi previsti dall’ordinamento, conseguenze amministrative proporzionate e rispettose delle garanzie costituzionali e del diritto dell’Unione europea.
Il dibattito parlamentare rappresenta l’occasione per affrontare questo nodo. Il disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri non conclude il percorso legislativo, ma ne costituisce soltanto l’inizio. È proprio nella fase parlamentare che possono essere introdotte disposizioni capaci di rendere l’intervento normativo maggiormente organico e coerente con gli obiettivi dichiarati.
Se l’obiettivo è ridurre stabilmente il fenomeno delle baby gang e dei cosiddetti “maranza”, il legislatore dovrebbe interrogarsi non soltanto su come intervenire nell’immediatezza del fatto, ma anche su quali conseguenze strutturali prevedere affinché la risposta dello Stato non si esaurisca nell’arco di poche ore o pochi giorni.
La sicurezza non si costruisce esclusivamente attraverso strumenti repressivi. Si consolida quando l’ordinamento riesce a creare un sistema nel quale ogni grave violazione delle regole comporti conseguenze certe, proporzionate e coerenti con l’interesse pubblico, rafforzando al tempo stesso la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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