L’approvazione della regolarizzazione straordinaria di circa un milione di immigrati irregolari da parte della Spagna rappresenta una delle più importanti decisioni europee in materia migratoria degli ultimi anni. Secondo i sostenitori della misura, essa consentirà di far emergere il lavoro sommerso, rispondere alle esigenze del mercato del lavoro e offrire una prospettiva di legalità a persone che già vivono stabilmente nel territorio spagnolo.
Si tratta di obiettivi certamente legittimi. Tuttavia, la scelta del Governo spagnolo pone una questione che riguarda non soltanto Madrid, ma l’intera Unione europea.
Lo spazio Schengen è fondato sulla libera circolazione delle persone. Ciò significa che una decisione adottata da un singolo Stato membro non produce effetti esclusivamente nazionali. Il rilascio di un titolo di soggiorno da parte della Spagna consente infatti al suo titolare di circolare, nei limiti previsti dall’ordinamento europeo, anche negli altri Paesi dell’area Schengen.
È proprio questo il punto che dovrebbe far riflettere.
Una regolarizzazione di tali dimensioni non può essere considerata una scelta che interessa soltanto lo Stato che la adotta. Le sue conseguenze si estendono inevitabilmente all’intero sistema europeo di libera circolazione.
Per questa ragione, il vero problema non è la regolarizzazione in sé.
Il vero problema è che essa non sembra essere accompagnata da un percorso giuridicamente vincolante di integrazione.
Una politica migratoria moderna non dovrebbe limitarsi a trasformare una posizione irregolare in una posizione regolare. Dovrebbe anche stabilire quali siano gli obblighi che accompagnano tale riconoscimento. La conoscenza della lingua del Paese ospitante, il rispetto delle regole della convivenza civile, la partecipazione al mercato del lavoro, il rispetto dei valori costituzionali e l’assenza di comportamenti incompatibili con la permanenza dovrebbero costituire elementi oggettivi di un percorso verificabile nel tempo.
In assenza di tali strumenti, la regolarizzazione rischia di ridursi ad una mera sanatoria amministrativa.
L’errore, quindi, non consiste nell’aver scelto la strada della regolarizzazione. L’errore consiste nell’aver rinunciato a collegarla ad un sistema di misurazione dell’integrazione.
Il dibattito europeo si è concentrato quasi esclusivamente sul controllo delle frontiere, sulla redistribuzione dei richiedenti asilo e sull’efficacia dei rimpatri. La vicenda spagnola dimostra invece che anche le politiche di regolarizzazione possono produrre effetti europei e, proprio per questo, non possono essere lasciate esclusivamente alla discrezionalità dei singoli Stati senza un quadro comune di responsabilità.
Se una persona regolarizzata in uno Stato membro acquisisce la possibilità di circolare nello spazio Schengen, è interesse di tutti gli Stati europei sapere secondo quali criteri quella permanenza sia stata consolidata.
È su questo terreno che l’Unione europea continua a mostrare un vuoto normativo.
L’Europa disciplina gli ingressi, le procedure di asilo, i controlli alle frontiere e la cooperazione tra gli Stati. Non dispone invece di un sistema comune capace di misurare il livello di integrazione delle persone che ottengono il diritto a soggiornare stabilmente nel territorio europeo.
Ed è proprio qui che dovrebbe svilupparsi il futuro dibattito sulle politiche migratorie.
Una regolarizzazione dovrebbe rappresentare l’inizio di un percorso, non il suo punto di arrivo. Il riconoscimento della legalità della permanenza dovrebbe essere accompagnato da un accordo di integrazione fondato su criteri oggettivi e verificabili, il cui esito possa incidere anche sul consolidamento del diritto a rimanere nel territorio dell’Unione.
La sanatoria spagnola dimostra, ancora una volta, che l’Europa continua a discutere di come trasformare gli immigrati irregolari in immigrati regolari. Manca però una riflessione altrettanto seria su come trasformare una presenza regolare in una integrazione effettiva.
Senza questo passaggio, ogni regolarizzazione rischia di risolvere un problema amministrativo nazionale, trasferendo però all’intera area Schengen le conseguenze di una integrazione che nessuno ha realmente misurato.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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