Le difficoltà riscontrate nell’avvio dell’Entry/Exit System (EES), il nuovo sistema europeo destinato a registrare gli ingressi e le uscite dei cittadini di Paesi terzi attraverso dati biometrici e controlli automatizzati, sono state lette da molti come il segno di un fallimento organizzativo. È una lettura comprensibile, ma probabilmente superficiale.
La vera lezione che offre questa vicenda è un’altra.
Costruire una politica migratoria europea richiede anni di progettazione, sviluppo tecnologico, coordinamento tra gli Stati membri, interventi normativi, formazione del personale e sperimentazione. L’EES dimostra quanto sia complesso trasformare un obiettivo politico in uno strumento realmente operativo.
Questo dovrebbe far riflettere anche su un’altra grande sfida che l’Europa, prima o poi, sarà chiamata ad affrontare: la misurazione dell’integrazione.
Da tempo il dibattito pubblico si concentra quasi esclusivamente sugli ingressi, sulle frontiere, sui rimpatri e sui controlli. Sono temi importanti, ma rappresentano soltanto una parte della politica migratoria. Rimane invece quasi del tutto assente una riflessione su come valutare, con criteri oggettivi, il percorso di integrazione delle persone che già vivono stabilmente nel territorio dell’Unione.
Se realizzare un sistema comune per registrare gli ingressi ha richiesto anni di lavoro e continua a presentare difficoltà operative, è facile immaginare quanto possa essere ancora più complesso costruire un sistema europeo capace di valutare l’integrazione. Proprio per questo motivo non sarebbe prudente rinviare il problema.
Le politiche pubbliche più efficaci non nascono quando esplode un’emergenza. Nascono molto prima, attraverso un lavoro graduale di elaborazione normativa, sperimentazione amministrativa e costruzione del consenso istituzionale.
Per questo il tema della misurazione dell’integrazione dovrebbe entrare fin da oggi nell’agenda europea.
Non significa immaginare sistemi automatici o algoritmi che decidano il destino delle persone. Significa iniziare a discutere quali indicatori possano essere rilevanti, quali principi debbano guidare la valutazione e quali garanzie giuridiche debbano accompagnare ogni eventuale decisione. È un percorso che richiederà tempo, confronto e competenze multidisciplinari.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” si colloca proprio in questa prospettiva. L’obiettivo non è sostituire il controllo delle frontiere, ma completarlo con una riflessione sulla permanenza e sull’integrazione, affinché la politica migratoria non si esaurisca nel momento dell’ingresso, ma accompagni l’intero percorso dello straniero nel rispetto dello Stato di diritto.
L’Entry/Exit System dimostra che l’Europa è capace di investire per costruire strumenti comuni quando ritiene che siano necessari. La domanda da porsi oggi è un’altra: se domani la misurazione dell’integrazione diventerà una priorità politica, vogliamo arrivarci impreparati oppure iniziare fin d’ora a costruirne le basi?
Le grandi riforme europee non si improvvisano. Si preparano con anni di anticipo. Ed è proprio questa la lezione più importante che l’Entry/Exit System consegna al dibattito sulle future politiche migratorie.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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