Nel giugno del 2016 il popolo britannico votò per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Tra le ragioni che portarono alla vittoria del fronte favorevole alla Brexit vi era la convinzione che il recupero della piena sovranità nazionale avrebbe consentito una gestione più efficace dell’immigrazione.
A distanza di dieci anni, è possibile affermare che il Regno Unito abbia certamente recuperato la possibilità di decidere autonomamente le proprie politiche migratorie. Londra non è più vincolata alla libera circolazione prevista dal diritto europeo e può stabilire in modo indipendente le condizioni di ingresso, soggiorno e lavoro degli stranieri.
Sotto questo profilo, l’obiettivo politico della Brexit è stato raggiunto. Tuttavia, la realtà ha dimostrato che il recupero della sovranità non equivale automaticamente alla soluzione del problema migratorio.
Negli anni successivi all’uscita dall’Unione Europea, il dibattito britannico ha continuato a essere caratterizzato dalle difficoltà nel controllo dell’immigrazione irregolare, dalle traversate della Manica, dalla complessa esecuzione dei rimpatri e dalle tensioni derivanti dalla gestione dei richiedenti asilo. Le questioni migratorie sono rimaste al centro della vita politica britannica, dimostrando che il problema non si esaurisce con il semplice controllo delle frontiere.
La Brexit ha infatti evidenziato una distinzione fondamentale che troppo spesso viene ignorata. Una cosa è decidere chi entra nel territorio nazionale. Altra cosa è governare la presenza degli stranieri che già si trovano all’interno della comunità nazionale.
Molte politiche migratorie occidentali sono state costruite quasi esclusivamente attorno al concetto di controllo degli ingressi. Si tratta certamente di un elemento essenziale per qualsiasi Stato sovrano, ma non rappresenta l’intero fenomeno migratorio. Una volta entrato nel territorio nazionale, lo straniero intraprende infatti un percorso che può condurre all’integrazione oppure all’emarginazione.
È proprio in questa fase che emerge la necessità di un diverso paradigma.
Il dibattito pubblico tende spesso a contrapporre accoglienza e sicurezza, apertura e chiusura delle frontiere, integrazione e rimpatrio. In realtà queste categorie non sono necessariamente incompatibili. Un sistema migratorio equilibrato dovrebbe essere in grado di individuare criteri oggettivi attraverso cui valutare il percorso compiuto da ciascuno straniero.
Il paradigma dell’Integrazione o ReImmigrazione si colloca esattamente in questa prospettiva. L’attenzione non viene posta esclusivamente sul momento dell’ingresso, ma sul comportamento tenuto nel corso della permanenza nel territorio nazionale. Lavoro, conoscenza della lingua e rispetto delle regole costituiscono indicatori concreti di integrazione e permettono di distinguere tra chi partecipa effettivamente alla vita della comunità e chi invece rifiuta ogni percorso di inclusione.
La lezione che proviene dal Regno Unito dopo dieci anni di Brexit appare quindi particolarmente significativa. Recuperare la sovranità è importante. Controllare le frontiere è necessario. Ma nessuna politica migratoria può dirsi completa se non affronta anche la questione dell’integrazione e della permanenza.
La vera sfida del XXI secolo non consiste soltanto nel decidere chi può entrare. Consiste soprattutto nel definire, attraverso criteri giuridici chiari e verificabili, chi può rimanere a far parte della comunità nazionale e chi, invece, deve essere accompagnato verso un percorso di ReImmigrazione.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36)
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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