“L’immigrazione non è un’emergenza”. Vero. L’emergenza è non sapere chi integrare, come integrarlo e cosa fare quando l’integrazione fallisce

L’8 agosto 2026 Fanpage.it, in un’intervista a Stefano Allievi, professore ordinario di Sociologia all’Università di Padova e studioso dei fenomeni migratori, ha posto una questione che merita di essere presa sul serio: l’immigrazione non sarebbe un’emergenza in sé; il problema sarebbe piuttosto l’incapacità dell’Italia di governarla.

Su questo punto è difficile dissentire.

Un fenomeno che dura da decenni, che coinvolge milioni di persone e che incide stabilmente sul mercato del lavoro, sulla scuola, sul welfare, sulle città e sulla composizione sociale del Paese non può continuare a essere affrontato come una successione infinita di emergenze.

Ma proprio per questo occorre andare oltre.

Allievi propone canali regolari di ingresso, una selezione dell’immigrazione collegata alle esigenze del mercato del lavoro, una revisione del sistema dell’asilo e vere politiche di integrazione. Arriva inoltre a riconoscere due elementi particolarmente importanti: che una parte consistente delle persone che utilizzano il canale dell’asilo è costituita in realtà da migranti economici e che l’integrazione funziona soltanto quando entrambe le parti la vogliono. Aggiunge, significativamente, che non tutti gli immigrati intendono integrarsi.

È precisamente da questo punto che dovrebbe cominciare una nuova politica migratoria.

Perché dire che occorre integrare non basta.

Bisogna innanzitutto stabilire chi vogliamo integrare.

Una politica seria degli ingressi non può essere costruita sulla semplice presenza fisica sul territorio né sulla capacità di raggiungere una frontiera europea. Occorre distinguere chi necessita effettivamente di protezione da chi migra per ragioni economiche, e all’interno della migrazione economica occorre programmare gli ingressi sulla base delle reali esigenze del Paese.

In secondo luogo bisogna stabilire come integrare.

L’integrazione non può ridursi al possesso di un permesso di soggiorno né alla presenza di un contratto di lavoro. La conoscenza della lingua italiana, l’autonomia economica, il rispetto delle regole, la partecipazione alla vita sociale, il percorso scolastico dei figli e la capacità di costruire relazioni con la comunità nella quale si vive sono elementi che dovrebbero diventare parte di una politica pubblica strutturata.

Lo Stato deve investire nell’integrazione.

Deve offrire gli strumenti per realizzarla.

Ma proprio perché investe risorse pubbliche, deve anche poter verificare i risultati.

Ed è qui che emerge la domanda che il dibattito italiano continua normalmente a evitare: che cosa succede quando l’integrazione fallisce?

Se è vero, come afferma lo stesso Allievi, che l’integrazione funziona soltanto quando entrambe le parti la vogliono, allora bisogna ammettere che può esistere anche una responsabilità individuale nel mancato percorso di integrazione.

Non ogni difficoltà può essere attribuita allo Stato.

Non ogni fallimento può essere spiegato con la mancanza di politiche pubbliche.

Può accadere che una persona, pur avendo avuto accesso agli strumenti necessari, scelga di restare estranea alla lingua, alle regole e alla comunità del Paese nel quale vive.

È proprio questo il punto centrale del paradigma Integrazione o ReImmigrazione.

Lo Stato deve offrire una possibilità reale di integrazione. Ma deve anche verificarne periodicamente l’effettività e, quando il percorso non viene realizzato per ragioni imputabili alla persona interessata, deve poter valutare le conseguenze sulla sua permanenza, nel rispetto della Costituzione, della protezione internazionale, dei vincoli europei e delle situazioni familiari meritevoli di tutela.

Questo non significa trasformare l’integrazione in uno strumento punitivo.

Significa esattamente il contrario: attribuirle finalmente valore giuridico e politico.

Per troppo tempo abbiamo oscillato tra due estremi.

Da una parte, l’immigrazione rappresentata permanentemente come emergenza da respingere.

Dall’altra, l’integrazione considerata come un risultato quasi automatico della permanenza nel territorio.

Entrambe le impostazioni sono insufficienti.

L’immigrazione deve essere governata prima dell’ingresso, durante la permanenza e nel tempo.

Occorrono canali legali.

Occorre selezione.

Occorrono politiche di integrazione.

Ma occorre anche una verifica dell’integrazione.

Altrimenti continueremo a spendere risorse per politiche delle quali non misuriamo mai gli effetti e a chiamare “integrazione” quella che spesso è semplicemente permanenza.

Per questo l’affermazione secondo cui l’immigrazione non è un’emergenza può essere condivisa.

L’emergenza vera è un’altra.

È continuare a non sapere chi integrare, come integrarlo e soprattutto cosa fare quando, nonostante gli strumenti messi a disposizione, l’integrazione non avviene.

Finché non risponderemo a questa domanda, non avremo realmente governato l’immigrazione.

Avremo soltanto imparato ad amministrarne le conseguenze.

Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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