L’immigrazione non deve salvare il lavoro povero: il decreto flussi va superato

Un recente approfondimento pubblicato da Il Primato Nazionale, dal titolo “L’immigrazione è l’ultimo rifugio degli incapaci? Contro l’economia delle braccia”, pone una questione che merita di essere sviluppata: l’immigrazione rischia di diventare la risposta automatica attraverso cui il sistema economico italiano evita di affrontare salari insufficienti, bassa produttività, carenze formative e mancata innovazione.

Quando un settore non trova lavoratori, la risposta politica è quasi sempre la stessa: aumentare gli ingressi. Quando le imprese segnalano una carenza di personale, si interviene sulle quote. Quando la popolazione attiva diminuisce, si afferma che l’immigrazione debba necessariamente compensare lo squilibrio demografico.

In questo modo, però, il fenomeno migratorio viene ridotto a una questione di approvvigionamento della forza lavoro.

L’articolo de Il Primato Nazionale coglie correttamente il rischio di una vera e propria “economia delle braccia”: un sistema che preferisce immettere nuova manodopera, spesso più vulnerabile e meno capace di contrattare, anziché aumentare i salari, migliorare le condizioni di lavoro, investire nella formazione o modernizzare i processi produttivi.

Il problema non riguarda soltanto le imprese. Riguarda soprattutto il modello giuridico e politico con cui l’Italia governa l’immigrazione per lavoro: il decreto flussi.

Da anni il decreto flussi viene presentato come lo strumento ordinario attraverso cui programmare gli ingressi sulla base dei fabbisogni produttivi. In realtà, proprio questa impostazione dimostra il fallimento del sistema. Le persone vengono ammesse perché servono in un determinato momento, in un determinato settore e per una determinata funzione economica. Il migrante viene considerato prima di tutto come un fattore produttivo da collocare nel mercato.

Come ho già sostenuto nell’articolo “Il decreto flussi come politica industriale: quando l’immigrazione diventa logistica”, il meccanismo trasforma l’immigrazione in una variabile della politica industriale. La persona entra dove serve, resta finché serve e diventa giuridicamente fragile quando il fabbisogno economico cambia. Il lavoro non costituisce più soltanto un elemento del percorso migratorio, ma diventa il fondamento quasi esclusivo della presenza sul territorio.

È precisamente questo modello che deve essere superato.

Non basta rendere il decreto flussi più efficiente, aumentare le quote, anticipare le domande o velocizzare le procedure. Il problema non è soltanto amministrativo. È strutturale. Il sistema non funziona perché tenta di governare un fenomeno umano e sociale complesso attraverso una pianificazione annuale o pluriennale dei fabbisogni di manodopera.

Le richieste delle imprese possono essere contingenti. Il diritto di soggiorno, invece, produce conseguenze durature. Un lavoratore può essere richiesto oggi e non servire più domani. Un settore può espandersi per alcuni anni e poi entrare in crisi. Un datore di lavoro può cessare l’attività, ridurre il personale o sostituire il lavoratore. Quando ciò avviene, il sistema espone lo straniero al rischio di perdere la stabilità giuridica e di scivolare verso l’irregolarità.

Non si tratta di un’anomalia occasionale. È la conseguenza naturale di un modello costruito sul fabbisogno economico.

Il decreto flussi promette programmazione, ma produce precarietà. Promette regolarità, ma crea le condizioni per nuova irregolarità. Promette incontro tra domanda e offerta, ma troppo spesso si traduce in procedure lente, rapporti di lavoro mai iniziati, datori irreperibili, nulla osta inutilizzabili e lavoratori che arrivano in Italia senza trovare la concreta occupazione per la quale erano stati autorizzati.

Inoltre, il sistema incentiva una rappresentazione distorta dell’immigrazione: lo straniero è ritenuto utile quando lavora e problematico quando perde il lavoro. Questa impostazione è giuridicamente debole e politicamente miope. La permanenza non può dipendere esclusivamente dall’andamento del mercato, perché la persona, una volta entrata, costruisce relazioni, legami sociali, percorsi linguistici e familiari che non possono essere accesi o spenti sulla base delle esigenze aziendali.

Occorre quindi uscire dalla logica delle quote e costruire un diverso modello di ingresso.

Superare il decreto flussi non significa rinunciare alla regolazione. Significa sostituire una programmazione quantitativa e burocratica con una valutazione selettiva, individuale e progressiva. Gli ingressi dovrebbero essere fondati su requisiti trasparenti, sulla concreta capacità di inserirsi nel territorio e sull’avvio di un percorso di integrazione verificabile.

Il lavoro deve restare un elemento importante, ma non può essere l’unico. Devono assumere rilievo la conoscenza della lingua, la qualificazione professionale, l’autonomia economica, il rispetto delle regole, la condizione abitativa, la sostenibilità territoriale e la capacità di costruire un rapporto stabile con la comunità.

In altri termini, non dovrebbe essere l’impresa a determinare, da sola, chi entra e perché entra. Deve essere lo Stato a valutare quale percorso migratorio sia sostenibile, tenendo insieme esigenze economiche, capacità di integrazione e interesse generale.

Questa diversa impostazione consentirebbe anche di affrontare con maggiore serietà il tema del lavoro povero.

Quando un’impresa dichiara di non trovare personale, lo Stato dovrebbe verificare innanzitutto le condizioni offerte. La carenza di candidati non dimostra automaticamente la mancanza di lavoratori. Può dipendere da retribuzioni troppo basse, orari incompatibili con una vita dignitosa, stagionalità esasperata, assenza di prospettive o mancanza di investimenti.

Importare manodopera non può diventare il modo più semplice per evitare queste domande.

L’immigrazione, in tale contesto, non crea necessariamente il lavoro povero, ma può consentire al lavoro povero di sopravvivere. La maggiore vulnerabilità dello straniero, soprattutto nelle fasi iniziali del soggiorno, può indebolirne il potere contrattuale e rendere più facile l’accettazione di condizioni che altri lavoratori rifiutano.

Il risultato è un sistema nel quale le imprese meno innovative vengono protette dalla necessità di cambiare. Invece di automatizzare, formare, aumentare i salari o riorganizzare la produzione, si continua a cercare nuova manodopera disponibile.

A pagarne il costo sono tutti.

Lo paga il lavoratore straniero, che rischia sfruttamento, precarietà e dipendenza dal datore di lavoro.

Lo paga il lavoratore italiano, che vede indebolirsi la propria capacità contrattuale.

Lo paga lo Stato, che deve sostenere i costi sociali e amministrativi di un’integrazione non programmata.

Lo pagano i territori, chiamati a garantire abitazioni, scuola, sanità, trasporti e sicurezza senza che la capacità di assorbimento sia stata realmente valutata.

Per questa ragione non è sufficiente chiedere un’immigrazione “più selettiva” all’interno del vecchio decreto flussi. È necessario cambiare paradigma.

Il sistema delle quote va sostituito con un modello nel quale l’ingresso sia l’avvio di un percorso giuridico e non la semplice risposta a una richiesta produttiva. La permanenza deve essere progressivamente consolidata quando l’integrazione riesce e rimessa in discussione quando essa fallisce in modo grave e duraturo, nel rispetto delle garanzie costituzionali, europee e internazionali.

È questo il significato del paradigma Integrazione o ReImmigrazione.

L’Italia non ha bisogno di importare ogni anno nuova manodopera per sostenere un’economia incapace di innovare. Ha bisogno di salari adeguati, maggiore produttività, formazione, tecnologia e una politica migratoria finalmente autonoma dalle esigenze contingenti delle filiere produttive.

Il decreto flussi ha trasformato l’immigrazione in logistica. Ha trattato le persone come quote, numeri e fabbisogni. Ha legato la regolarità a rapporti economici instabili e ha prodotto un sistema nel quale il mercato orienta il diritto anziché esserne regolato.

Continuare a correggerlo non basta.

Occorre superarlo e costruire un modello nel quale la domanda fondamentale non sia più soltanto “quanti lavoratori servono?”, ma “quali persone possono entrare, attraverso quale percorso e con quali concrete prospettive di integrazione?”.

L’immigrazione non deve servire a conservare il lavoro povero. E il diritto dell’immigrazione non può restare subordinato alla politica industriale.

Prima vengono l’innovazione, i salari e la formazione. Poi viene una politica degli ingressi fondata sulla selezione e sulla sostenibilità. Infine viene la verifica dell’integrazione.

Tutto il resto è gestione amministrativa del fallimento.

Fonte dell’articolo commentato:
Il Primato Nazionale, “L’immigrazione è l’ultimo rifugio degli incapaci? Contro l’economia delle braccia”
https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/immigrazione-economia-italiana-lavoro-povero-innovazione-328148/

Approfondimento sul paradigma:
Integrazione o ReImmigrazione, “Il decreto flussi come politica industriale: quando l’immigrazione diventa logistica”
https://reimmigrazione.com/2026/05/09/il-decreto-flussi-come-politica-industriale-quando-limmigrazione-diventa-logistica/

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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