Le parole della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, secondo cui l’Europa deve difendere i propri confini “con umanità ma anche con intransigenza”, riassumono due principi che ogni Stato di diritto è chiamato a perseguire. Da un lato, il rispetto della dignità della persona e degli obblighi internazionali; dall’altro, l’effettività delle regole che disciplinano l’ingresso e il soggiorno degli stranieri.
Si tratta di un equilibrio necessario. Una politica migratoria credibile non può rinunciare né all’umanità né all’applicazione rigorosa delle norme. Tuttavia, il dibattito europeo continua a concentrarsi quasi esclusivamente sulla fase dell’ingresso, mentre dedica un’attenzione molto più limitata a ciò che accade dopo.
È proprio in questo momento che inizia la parte più difficile della politica migratoria.
Una volta che una persona è legittimamente presente nel territorio dell’Unione europea, la questione non riguarda più soltanto il controllo delle frontiere. Diventa essenziale comprendere se il percorso di permanenza stia conducendo a una reale integrazione nella società ospitante.
L’Europa dispone oggi di strumenti sempre più sofisticati per controllare chi entra, identificare le persone, registrare le domande di protezione internazionale, verificare i movimenti attraverso le frontiere esterne e contrastare le organizzazioni criminali che gestiscono l’immigrazione irregolare. Si tratta di investimenti importanti, che rafforzano la capacità degli Stati membri di governare gli ingressi.
Manca però un pilastro altrettanto fondamentale: un sistema europeo capace di misurare l’integrazione.
L’integrazione continua a essere richiamata nei programmi politici e nei documenti istituzionali, ma raramente viene accompagnata da criteri oggettivi che consentano di verificarne l’effettiva realizzazione. In assenza di indicatori misurabili, il rischio è che il dibattito resti affidato alle percezioni, agli episodi di cronaca o alle contrapposizioni ideologiche.
Misurare l’integrazione significa invece valutare elementi concreti: la stabilità lavorativa, la regolarità fiscale e contributiva, la conoscenza della lingua del Paese ospitante, l’autonomia economica, la partecipazione ai percorsi formativi, il rispetto delle regole fondamentali dell’ordinamento, la frequenza scolastica dei figli e il progressivo inserimento nella comunità.
Questi indicatori non servono a classificare le persone, ma a consentire alle istituzioni di verificare se le politiche pubbliche stiano producendo i risultati attesi. Un sistema che misura l’integrazione è un sistema che può correggere gli interventi inefficaci, rafforzare quelli che funzionano e prevenire situazioni di marginalità destinate, nel tempo, a trasformarsi in tensione sociale.
È in questa prospettiva che si colloca il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. La proposta non sostituisce il controllo delle frontiere né mette in discussione la necessità di contrastare l’immigrazione irregolare. Al contrario, aggiunge un elemento oggi assente: il governo della permanenza.
Difendere i confini è il primo compito dello Stato. Governare l’integrazione è il secondo.
Quando il percorso di integrazione è positivo e verificabile, la permanenza dello straniero si consolida progressivamente fino agli istituti più stabili previsti dall’ordinamento. Quando, invece, nonostante il tempo trascorso e le opportunità offerte, l’integrazione risulti oggettivamente fallimentare, l’ordinamento dovrebbe poter valutare, caso per caso e nel pieno rispetto della Costituzione, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e del diritto dell’Unione europea, percorsi individualizzati di ReImmigrazione.
Le parole della Presidente del Consiglio richiamano due valori fondamentali: umanità e intransigenza. Per completare davvero una politica migratoria europea serve però un terzo pilastro: la capacità di misurare l’integrazione. Solo così il governo dell’immigrazione potrà estendersi dall’ingresso alla permanenza, trasformando il controllo delle frontiere in una strategia complessiva di gestione del fenomeno migratorio.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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