Il Giappone tassa la stabilità: 200.000 yen per la residenza permanente

Il Giappone ha scelto di far pagare molto di più agli stranieri il costo della propria stabilità. Il 25 agosto il Governo ha adottato l’ordinanza che, dal 1° ottobre, sostituirà l’attuale tariffa uniforme di 6.000 yen per il rinnovo o il cambiamento dello status di soggiorno con importi graduati secondo la durata del permesso: 10.000 yen fino a tre mesi, 33.000 yen per un anno, 64.000 yen da tre a meno di cinque anni e 75.000 yen per almeno cinque anni. Il salto più vistoso riguarda la residenza permanente: da 10.000 a 200.000 yen, come riportano The Japan Times e TV Asahi.

La contraddizione è evidente. Un Paese che, per ragioni demografiche e produttive, amplia il ricorso ai lavoratori stranieri decide contemporaneamente di rendere molto più oneroso il consolidamento della loro posizione giuridica. Più lunga è la permanenza autorizzata, maggiore diventa il prezzo del provvedimento. Non si colpisce l’ingresso irregolare: si aumenta il costo sopportato da chi rinnova regolarmente il proprio titolo e da chi chiede di trasformare una presenza ormai stabile in residenza permanente.

Il passaggio non nasce da una semplice decisione amministrativa. La legge giapponese n. 32 del 2026, approvata il 29 maggio e promulgata il 5 giugno, ha innalzato i limiti entro i quali il Governo può determinare le tariffe: fino a 100.000 yen per cambiamento e rinnovo dello status e fino a 300.000 yen per la residenza permanente. L’ordinanza stabilisce ora gli importi effettivi. Il pagamento non sostituisce naturalmente i requisiti sostanziali previsti dalla disciplina dell’immigrazione: resta il corrispettivo dovuto per il provvedimento, non un titolo acquistabile con il denaro.

Il Governo sostiene che l’aumento serva a finanziare l’amministrazione dell’immigrazione e anche programmi destinati alla lingua giapponese e alla convivenza ordinata. È proprio qui che la decisione diventa politicamente interessante. L’integrazione viene presentata come obiettivo pubblico, ma una parte crescente del suo costo viene trasferita sulle persone che devono integrarsi. Il principio del “beneficiario pagatore” può apparire lineare nei conti dello Stato; lo è molto meno quando il beneficiario è un lavoratore o un nucleo familiare che ha già contribuito attraverso imposte, lavoro e consumi.

Dopo la consultazione pubblica, l’Agenzia per i servizi dell’immigrazione ha ampliato le ipotesi di riduzione. Per chi si trovi in condizioni economiche paragonabili a quelle richieste per l’assistenza pubblica e presenti anche esigenze umanitarie, la tariffa potrà scendere a 10.000 yen per rinnovi e cambiamenti e a 20.000 yen per la residenza permanente. Sono stati inclusi, tra gli altri, alcuni genitori soli di figli giapponesi e situazioni nelle quali il diniego della permanenza produrrebbe conseguenze inumane. Ma la riduzione richiede condizioni cumulative e, secondo la stampa locale, rischia di lasciare fuori gran parte dei richiedenti asilo privi dello specifico sostegno economico considerato dalle linee guida.

Il problema non è sostenere che ogni procedura debba essere gratuita. È capire che cosa lo Stato intenda realmente misurare. Una tariffa proporzionata alla durata del titolo non verifica lingua, autonomia, osservanza delle regole, continuità lavorativa o partecipazione alla comunità. Misura soltanto la capacità immediata di pagare. Per la residenza permanente la distanza è ancora più netta: il vaglio giuridico e amministrativo può accertare la solidità della permanenza, mentre il prezzo elevato introduce una selezione economica ulteriore e indistinta.

La prospettiva di “Integrazione o ReImmigrazione” impone di distinguere con chiarezza le posizioni. Chi non possiede un titolo deve essere sottoposto alle procedure previste dall’ordinamento; chi ha diritto a restare deve poter percorrere un cammino esigente di integrazione effettiva. Trasformare il rinnovo regolare in un esborso crescente non rafforza automaticamente nessuno dei due versanti. Può invece rendere più fragile proprio la posizione di chi tenta di restare dentro il sistema.

Il Giappone mostra così un rischio che riguarda molti ordinamenti: chiamare “governo dell’immigrazione” ciò che è soprattutto trasferimento di costi. La permanenza stabile deve essere selettiva nei requisiti, rigorosa nei controlli e seria nell’integrazione; non può diventare un lusso amministrativo. Se lo Stato vuole una convivenza ordinata, deve pretendere responsabilità dagli stranieri. Ma deve anche assumersi la propria.

Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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