Il decreto flussi come politica industriale: quando l’immigrazione diventa logistica

Il DPCM 2026-2028 sui flussi di ingresso per lavoro segna, più di altri provvedimenti precedenti, un passaggio concettuale preciso: l’immigrazione viene trattata come una variabile della politica industriale. I numeri — 164.850 ingressi programmati — non sono il frutto di una valutazione giuridica della persona, ma di una calibrazione sulle esigenze produttive nazionali. Settori, fabbisogni, filiere. Il linguaggio è quello della pianificazione economica, non del diritto.

Questa impostazione non è nuova, ma oggi si presenta in forma più esplicita e strutturata. Il decreto flussi non si limita più a regolare gli ingressi: organizza la presenza dello straniero come componente della logistica del sistema produttivo. Il migrante diventa, di fatto, un input. Una risorsa da allocare nei punti in cui il mercato segnala carenza di manodopera.

Il problema non è la programmazione. È la sua funzione.

Quando il diritto dell’immigrazione assume la forma di una politica industriale, perde la propria autonomia. Non regola più la presenza della persona nell’ordinamento, ma risponde a una domanda esterna, variabile e contingente. L’ingresso è determinato dal fabbisogno, la permanenza è tollerata finché quel fabbisogno persiste.

Ed è qui che emerge la domanda decisiva: cosa accade quando il fabbisogno si esaurisce?

Il sistema attuale non offre una risposta autonoma. Quando la domanda di lavoro diminuisce o si interrompe, viene meno anche il presupposto che aveva giustificato l’ingresso. La posizione dello straniero si indebolisce, fino a perdere consistenza giuridica. Il passaggio dalla regolarità all’irregolarità non è il risultato di una violazione, ma la conseguenza di una trasformazione economica.

Si tratta di un effetto strutturale, non di una patologia.

Il modello dei flussi programmati produce una forma di instabilità permanente. Il migrante non è titolare di una posizione autonoma, ma è inserito in una catena funzionale al mercato. Quando quella funzione si interrompe, il sistema non ha strumenti per assorbire la persona. La logica economica non prevede continuità, ma adattamento. Il diritto, invece, dovrebbe garantire stabilità.

Questa tensione tra economia e diritto è il vero nodo del sistema.

Il decreto flussi costruisce un modello lineare solo in apparenza. In realtà, si fonda su una contraddizione: pretende di governare un fenomeno umano complesso attraverso una logica produttiva. Ma la persona non è una variabile industriale. Non può essere accesa e spenta in base alla domanda.

È qui che il paradigma Integrazione o ReImmigrazione introduce una rottura necessaria.

Se l’ingresso è l’avvio di un percorso e non la risposta a un fabbisogno, allora la permanenza non può dipendere dall’andamento del mercato. Deve essere valutata in base alla relazione che il soggetto costruisce con l’ordinamento. Il lavoro resta un elemento rilevante, ma non è più il fondamento esclusivo.

In questo modello, la perdita del lavoro non coincide automaticamente con la perdita del diritto a restare. Diventa un elemento della valutazione, inserito in un quadro più ampio che considera la lingua, il rispetto delle regole, il radicamento sociale, la stabilità delle relazioni. Il sistema acquisisce coerenza, perché non dipende più da una variabile esterna.

Il decreto flussi, al contrario, lega l’intero sistema a quella variabile.

Quando l’immigrazione diventa logistica, il diritto si trasforma in un meccanismo di allocazione. Si entra dove serve, si resta finché si serve, si esce quando non si serve più. È una logica efficiente sul piano produttivo, ma incompatibile con una concezione giuridica della persona.

Il rischio è evidente: costruire un sistema che produce inevitabilmente irregolarità. Non perché le persone violano le regole, ma perché le regole sono costruite su un presupposto instabile.

Superare questo modello non significa rinunciare alla programmazione. Significa ridefinirne i limiti. L’economia può orientare le politiche di ingresso, ma non può determinare la struttura della permanenza. Il diritto deve tornare a essere il luogo in cui si valuta la persona, non la sua funzione.

La vera alternativa non è tra flussi e chiusura. È tra un sistema che utilizza l’immigrazione come strumento industriale e un sistema che la disciplina come relazione giuridica.

Nel primo caso, la persona segue il mercato.
Nel secondo, il mercato è solo uno degli elementi che il diritto prende in considerazione.

Finché il decreto flussi resterà il perno del sistema, l’immigrazione continuerà a essere trattata come logistica. Quando verrà superato, sarà possibile costruire un modello diverso, in cui la domanda fondamentale non è “dove serve”, ma “che percorso si costruisce”.

Perché è lì che si decide davvero chi può restare.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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