Piantedosi ha ragione: la remigrazione è solo un insieme di chiacchiere. Ora serve il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”

Nell’intervista pubblicata da Avvenire il 28 giugno 2026, dal titolo “Col Patto Ue sui migranti una vera svolta. La remigrazione? Chiacchiere”, il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi esprime una posizione destinata ad alimentare il dibattito politico. Interpellato sulle proposte di remigrazione avanzate dall’europarlamentare Roberto Vannacci, il Ministro liquida la questione con una parola molto chiara: “chiacchiere”. E aggiunge che il Governo ha scelto una strada diversa, fondata sul contrasto dell’immigrazione irregolare, sull’aumento dei rimpatri per chi non ha titolo a rimanere e sull’apertura di canali legali di ingresso per rispondere alle esigenze del sistema produttivo.

Ritengo che Piantedosi abbia ragione.

La remigrazione, così come viene spesso presentata nel dibattito pubblico, rischia di trasformarsi in uno slogan politico privo di una concreta architettura giuridica. Parlare genericamente di riportare milioni di persone nei Paesi di origine non significa spiegare con quali strumenti normativi, con quali garanzie costituzionali, con quali accordi internazionali e con quali risorse economiche ciò dovrebbe essere realizzato.

È proprio per questo che il dibattito non può fermarsi alla contrapposizione tra integrazione e remigrazione.

Occorre costruire una proposta giuridicamente sostenibile.

È questa l’ambizione del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.

La ReImmigrazione non coincide con la remigrazione.

Non è una misura collettiva.

Non riguarda categorie di persone individuate sulla base della nazionalità, dell’origine etnica o della religione.

Non propone espulsioni indiscriminate.

Al contrario, parte da un principio fondamentale dello Stato di diritto: ogni decisione deve essere individuale e fondata su criteri oggettivi stabiliti dalla legge.

Per questa ragione il paradigma propone di introdurre un sistema di misurazione dell’integrazione.

Lo Stato dovrebbe verificare nel tempo il percorso di ciascuna persona attraverso indicatori trasparenti e verificabili: il rispetto delle leggi, la partecipazione al mercato del lavoro, l’autonomia economica, la conoscenza della lingua italiana, il rispetto dei principi costituzionali e l’effettiva partecipazione alla vita della comunità.

Quando questo percorso produce risultati positivi, esso rafforza il diritto alla permanenza.

Quando invece il fallimento dell’integrazione venga accertato secondo criteri predeterminati e nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali, europee e internazionali, l’ordinamento dovrebbe poter valutare un percorso di ReImmigrazione.

È questa la differenza sostanziale.

La remigrazione, nel dibattito politico, viene spesso evocata come obiettivo.

La ReImmigrazione, invece, rappresenta l’eventuale conseguenza giuridica del fallimento di un percorso di integrazione previamente misurato.

Le parole di Piantedosi dovrebbero quindi essere lette come uno stimolo ad aprire una discussione più seria.

Se la remigrazione è soltanto un insieme di chiacchiere, allora è il momento di costruire un modello alternativo che sia compatibile con lo Stato di diritto, con la Costituzione italiana e con il diritto dell’Unione europea.

L’Europa ha già iniziato a discutere di controllo delle frontiere, procedure di asilo e rimpatri.

Ora deve iniziare a discutere anche della misurazione dell’integrazione.

Perché soltanto quando l’integrazione diventa una categoria giuridica misurabile è possibile affrontare con serietà anche il tema della permanenza e, nei casi previsti dalla legge, della ReImmigrazione.


Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo

ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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