Giappone, più controlli ma anche più integrazione: la “coesistenza ordinata” si avvicina al paradigma

Il Giappone sta cambiando il proprio approccio all’immigrazione mentre cresce il numero degli stranieri residenti. Il Governo Takaichi ha scelto una formula significativa per descrivere la direzione intrapresa: costruire una “società di coesistenza ordinata con gli stranieri”, rafforzando contemporaneamente gli strumenti di integrazione e quelli di controllo.

È proprio questa contemporaneità a rendere interessante l’esperienza giapponese. Tokyo non sembra considerare integrazione e controllo come politiche alternative. Da una parte si punta maggiormente sulla conoscenza della lingua giapponese, delle istituzioni e delle regole sociali; dall’altra viene rafforzata l’Immigration Services Agency, aumentando il personale destinato sia alla gestione dei soggiorni sia alle attività di controllo, investigazione ed esecuzione degli allontanamenti.

È una logica che presenta diversi punti di contatto con Integrazione o ReImmigrazione, pur trattandosi naturalmente di sistemi giuridici e migratori profondamente differenti.

Il primo collegamento riguarda il secondo pilastro del paradigma: “I tre indicatori dell’integrazione verificabile: lavoro, lingua, rispetto delle regole”. Anche il Giappone sta attribuendo crescente importanza, nella gestione della permanenza degli stranieri, a elementi concreti come conoscenza linguistica, situazione economica, contribuzione e rispetto degli obblighi previsti dall’ordinamento. L’integrazione tende così a diventare qualcosa che può essere osservato nel percorso individuale e non soltanto un obiettivo generale delle politiche pubbliche.

Ancora più evidente è il rapporto con il nono pilastro: “La Polizia dell’Immigrazione come corpo specializzato”. Il sistema giapponese conosce già una specializzazione delle funzioni attraverso l’Immigration Services Agency e gli immigration control officers, impegnati nelle attività di controllo e nell’esecuzione degli allontanamenti. Il Governo ha deciso ora di rafforzare proprio questa capacità amministrativa.

La lezione giapponese, quindi, non consiste semplicemente nell’aumentare i controlli. È più interessante: offrire strumenti di integrazione a chi costruisce il proprio percorso nel Paese e, nello stesso tempo, dotare lo Stato degli strumenti necessari per far rispettare le regole quando quel percorso non sussiste o vengono meno le condizioni della permanenza.

È una concezione che si avvicina alla logica complessiva di Integrazione o ReImmigrazione. Integrare e controllare non sono necessariamente due politiche contrapposte. Possono essere due funzioni dello stesso sistema.

La “coesistenza ordinata” giapponese non coincide con il paradigma italiano che proponiamo, ma dimostra che anche fuori dall’Europa sta emergendo la necessità di superare la vecchia alternativa tra apertura e chiusura delle frontiere. Il problema diventa piuttosto come governare nel tempo la presenza straniera, verificando l’integrazione e rendendo effettive le decisioni dello Stato.

Ed è precisamente su questo terreno che il Giappone merita di essere osservato.

Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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