Sicurezza, Lepore ammette il problema: perché il Comune continua a separarlo dall’integrazione?

Per anni, nel dibattito pubblico bolognese, parlare insieme di immigrazione e sicurezza è stato considerato quasi un cedimento alla propaganda. L’amministrazione comunale ha preferito ricondurre la criminalità alla marginalità sociale, alla povertà, alle dipendenze, alla carenza di personale delle forze dell’ordine e alle responsabilità del Governo.

Sono tutti fattori reali. Ma non esauriscono il problema.

Nel 2026 lo stesso sindaco Matteo Lepore ha dovuto riconoscere che la situazione richiede interventi più incisivi. Il 7 gennaio, dopo l’omicidio del giovane capotreno Alessandro Ambrosio nella zona della stazione, ha chiesto al prefetto la convocazione urgente del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. Nel comunicato ufficiale il Comune ha parlato espressamente della necessità di intensificare la prevenzione e il contrasto ai fenomeni di microcriminalità e disagio sociale presenti nell’area.

Pochi mesi dopo, durante un confronto pubblico dedicato al decoro e alla cura della città, Lepore ha ammesso che Bologna deve «fare di più». Il Comune ha quindi annunciato nuovi interventi sul centro storico, il rafforzamento della Polizia locale e un nucleo specificamente dedicato alla zona centrale.

La Prefettura, nel gennaio 2026, ha inoltre disposto il potenziamento dei controlli interforze, delle operazioni ad alto impatto e delle cosiddette zone rosse per contrastare illegalità, degrado e comportamenti pericolosi. Non siamo dunque davanti a una semplice percezione costruita politicamente: le stesse istituzioni hanno riconosciuto la presenza di criticità che richiedono misure straordinarie e coordinate.

Anche i dati sulle denunce impongono prudenza, ma non consentono di minimizzare il problema. L’Indice della criminalità pubblicato nel 2025 dal Sole 24 Ore, sulla base dei dati relativi al 2024, ha collocato la provincia di Bologna ai primi posti nazionali per numero di delitti denunciati in rapporto alla popolazione. Le rilevazioni hanno indicato oltre 61.000 denunce e circa 6.055 reati ogni centomila abitanti, con valori particolarmente elevati per alcune categorie, tra cui rapine e violenze sessuali. Si tratta di denunce, non di condanne definitive, e il dato riguarda l’intera provincia; resta tuttavia un indicatore che un’amministrazione responsabile non può liquidare come semplice allarmismo.

Un’ulteriore analisi del Censis ha rilevato che nel Comune di Bologna, nel 2024, sono stati registrati 1.717 furti in abitazione, con un incremento del 32,3% rispetto all’anno precedente. Anche questo dato dimostra che la sicurezza non può essere ridotta a una costruzione mediatica o a una percezione irrazionale dei cittadini.

Il punto, però, non è sostenere che questi reati siano tutti riconducibili all’immigrazione. Una simile affermazione sarebbe falsa e metodologicamente scorretta.

La maggioranza degli stranieri presenti a Bologna non commette reati. Migliaia di persone lavorano, pagano imposte, gestiscono imprese, mandano i figli a scuola e partecipano ordinariamente alla vita della città. La cittadinanza non determina automaticamente la condotta criminale e i dati sulle persone denunciate non possono essere confusi con quelli relativi alle responsabilità definitivamente accertate.

Ma da questa necessaria precisazione non può derivare il divieto di analizzare il rapporto tra sicurezza e integrazione.

Nel maggio 2025 furono resi pubblici dati attribuiti al Ministero dell’interno secondo i quali, nell’area bolognese, i cittadini stranieri rappresentavano una quota significativa delle persone arrestate o denunciate per alcune categorie di reato, in particolare furti, rapine, violenze sessuali e reati collegati agli stupefacenti. Quelle percentuali riguardavano persone denunciate o arrestate, non colpevoli definitivamente condannati, e devono quindi essere interpretate con cautela. Tuttavia, ignorarle completamente sarebbe altrettanto scorretto.

Il dato non dimostra che l’immigrazione produca inevitabilmente criminalità. Dimostra piuttosto che, in alcuni segmenti dell’immigrazione caratterizzati da irregolarità, marginalità abitativa, disoccupazione, dipendenze e assenza di legami sociali, esiste un problema specifico che deve essere studiato.

È precisamente questo il punto che il modello Lepore tende a evitare.

L’amministrazione parla di sicurezza da una parte e di integrazione dall’altra, come se si trattasse di due politiche completamente separate. Da un lato si chiedono più agenti, controlli, illuminazione, riqualificazione urbana e presenza della Polizia locale. Dall’altro si finanziano accoglienza, mediazione, antidiscriminazione e partecipazione interculturale.

Manca, però, la verifica del collegamento tra i due ambiti.

Quante delle persone ripetutamente identificate nelle aree più problematiche sono straniere? Quante sono regolarmente soggiornanti? Quante sono uscite dai percorsi di accoglienza senza raggiungere un lavoro o un’abitazione? Quante hanno ricevuto un provvedimento di espulsione non eseguito? Quante sono state prese in carico dai servizi sociali? Quante sono recidive? Quanti progetti comunali hanno prodotto una riduzione misurabile della marginalità e della criminalità?

Senza queste informazioni il Comune continua a intervenire sulle conseguenze, ma non valuta le cause e soprattutto non misura l’efficacia delle politiche d’integrazione.

Se una persona entra in un progetto, frequenta alcuni corsi, riceve assistenza e successivamente rimane senza lavoro, senza casa e senza una rete sociale, quel percorso non può essere considerato riuscito soltanto perché i servizi sono stati formalmente erogati.

Se un giovane cresciuto o accolto a Bologna abbandona la scuola, vive in condizioni di marginalità e viene progressivamente assorbito dai circuiti della devianza, non siamo davanti soltanto a un problema di ordine pubblico. Siamo anche davanti a un fallimento dell’integrazione.

La sicurezza rappresenta infatti uno degli esiti attraverso i quali l’integrazione deve essere valutata.

Una persona integrata non è semplicemente una persona che ha ricevuto un servizio o possiede un documento. È una persona che dispone di strumenti linguistici, lavorativi e abitativi sufficienti, riconosce la legittimità delle istituzioni, osserva le regole fondamentali e costruisce rapporti stabili con la comunità nella quale vive.

Naturalmente anche un cittadino pienamente integrato può commettere un reato. L’integrazione non è una garanzia assoluta di legalità. Ma quando determinate forme di devianza si concentrano in gruppi segnati da precarietà, irregolarità e isolamento sociale, la politica non può limitarsi ad affermare che il problema riguarda esclusivamente le forze dell’ordine.

Il Comune possiede competenze decisive: servizi sociali, politiche educative, formazione, casa, mediazione, polizia locale, commercio, gestione dello spazio pubblico, prevenzione delle dipendenze e interventi sui minori.

Non può disporre espulsioni né controllare le frontiere, ma può e deve verificare se le proprie politiche riducano realmente la marginalità.

Le iniziative di sicurezza urbana promosse nel 2026 confermano che Palazzo d’Accursio è consapevole del problema. Il Comune ha rafforzato i servizi della Polizia locale, utilizzato nuove assunzioni, programmato presidi mirati e realizzato interventi coordinati nella zona della stazione. Nel giugno 2026 ha inoltre dato conto di una serie di operazioni contro degrado e comportamenti illeciti nell’area ferroviaria.

Ma i controlli non possono essere l’unico strumento.

Occorre un sistema capace di collegare le informazioni disponibili, nel rispetto della protezione dei dati personali, per comprendere se vi siano percorsi ricorrenti di esclusione: uscita dall’accoglienza, perdita dell’alloggio, lavoro irregolare, dipendenze, precedenti interventi sociali, provvedimenti di allontanamento e successiva devianza.

Soltanto così sarà possibile distinguere tra integrazione riuscita e integrazione fallita.

Il paradigma di Integrazione o ReImmigrazione non propone di identificare gli immigrati con la criminalità. Propone esattamente il contrario: distinguere chi è integrato, lavora e rispetta le regole da chi rimane in condizioni di grave marginalità o viola sistematicamente l’ordinamento.

Generalizzare significa colpire ingiustamente tutti gli stranieri. Negare il problema significa abbandonare sia i cittadini sia gli immigrati integrati alle conseguenze del disordine.

Chi ha titolo per restare e dimostra un’effettiva integrazione deve essere tutelato e valorizzato. Chi attraversa una fragilità temporanea deve essere accompagnato. Chi commette reati deve risponderne secondo la legge, indipendentemente dalla cittadinanza.

Ma quando uno straniero privo di un diritto stabile alla permanenza entra ripetutamente nei circuiti criminali, l’allontanamento non può essere considerato un tabù ideologico. Deve diventare una componente ordinaria della politica migratoria, nel rispetto delle garanzie giurisdizionali, del principio di proporzionalità e del divieto di respingimento verso Paesi nei quali rischierebbe persecuzioni o trattamenti inumani.

Bologna non deve scegliere tra sicurezza e integrazione.

Deve comprendere che la sicurezza costituisce anche una misura dell’integrazione.

Lepore ha ormai ammesso che il problema esiste.

Adesso il Comune deve spiegare perché continua a trattarlo come se non avesse alcun rapporto con il modello migratorio costruito in questi anni.

Perché quando l’integrazione funziona, rafforza la sicurezza di tutti.

Quando fallisce e il fallimento non viene riconosciuto, il costo ricade sui quartieri, sulle forze dell’ordine, sui servizi pubblici e sugli stessi immigrati che rispettano le regole.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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