Da oltre vent’anni il centrodestra italiano individua nel governo dell’immigrazione una delle proprie priorità politiche. Sarebbe ingeneroso, oltre che storicamente inesatto, sostenere che in questo lungo periodo non sia stato fatto nulla. Al contrario, proprio i governi di centrodestra hanno introdotto alcune delle più significative innovazioni della legislazione italiana sull’immigrazione: dalla legge Bossi-Fini ai pacchetti sicurezza, dai respingimenti verso la Libia ai decreti Salvini, fino alle più recenti politiche del Governo Meloni e al Protocollo Italia-Albania.
Il problema, dunque, non è la mancanza di volontà politica. E probabilmente non è neppure la mancanza di norme.
Il problema è che, dopo venticinque anni, l’Italia continua a non disporre di una macchina amministrativa capace di trasformare stabilmente quella volontà politica in risultati.
È da questa constatazione, e non da una critica pregiudiziale alla destra, che occorrerebbe ripartire.
La legge 30 luglio 2002, numero 189, conosciuta come Bossi-Fini, rappresentò il primo grande tentativo del centrodestra di costruire un sistema nel quale l’ingresso dello straniero fosse maggiormente collegato alle esigenze del mercato del lavoro e nel quale l’irregolarità del soggiorno potesse condurre più rapidamente all’allontanamento. La legge modificò profondamente il Testo unico sull’immigrazione e molte delle sue scelte continuano ancora oggi a caratterizzare il nostro ordinamento.
Quella riforma individuava correttamente alcuni problemi strutturali. Eppure il meccanismo che avrebbe dovuto collegare dall’estero domanda di lavoro e ingresso regolare si è progressivamente scontrato con la realtà di un mercato che spesso utilizza lavoratori già presenti in Italia. Parallelamente, l’espulsione amministrativa è rimasta troppo spesso una decisione formalmente adottata ma materialmente difficile da eseguire.
Il centrodestra ha quindi cercato altre strade.
Durante il Governo Berlusconi, con Roberto Maroni al Ministero dell’Interno, si sviluppò la stagione dei respingimenti verso la Libia. Non furono semplici annunci: i respingimenti vennero effettivamente praticati. Ma quel modello incontrò un limite giuridico decisivo. Con la sentenza Hirsi Jamaa e altri contro Italia del 23 febbraio 2012, la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo accertò, tra l’altro, la violazione dell’articolo 3 della Convenzione e del divieto di espulsioni collettive. Sentenza Hirsi Jamaa e altri contro Italia
Qualche anno più tardi, con Matteo Salvini al Viminale, la politica migratoria trovò un’altra formula di grande efficacia comunicativa: “porti chiusi”.
Anche in questo caso alla comunicazione seguirono provvedimenti normativi concreti. I decreti sicurezza del 2018 e del 2019 intervennero sulla disciplina dell’immigrazione e sulla gestione delle navi impegnate nelle operazioni nel Mediterraneo. Ma nemmeno questa esperienza poteva eliminare strutturalmente il fenomeno: continuarono gli arrivi, le richieste di protezione, la permanenza irregolare e, soprattutto, la difficoltà di rendere effettive molte decisioni di rimpatrio.
Con Giorgia Meloni emerge successivamente il tema del blocco navale. Prima dell’arrivo a Palazzo Chigi, Fratelli d’Italia lo indicò ripetutamente come strumento per impedire le partenze irregolari dal Nord Africa, precisando progressivamente che avrebbe dovuto trattarsi di una missione europea concordata con le autorità dei Paesi interessati.
Una volta al Governo, quella formula non si è tradotta letteralmente in un blocco navale. Ma sarebbe sbagliato concluderne che sia stata abbandonata ogni politica di controllo. La strategia è piuttosto cambiata: cooperazione con i Paesi di origine e transito, contrasto alle partenze, interventi sulle ONG, procedure accelerate, iniziative europee e, soprattutto, il Protocollo Italia-Albania.
C’è quindi una continuità politica evidente: la ricerca di strumenti più efficaci per controllare l’immigrazione irregolare. Ma c’è anche una continuità nei problemi incontrati.
Oggi il dibattito della destra introduce un nuovo concetto: remigrazione.
La proposta merita di essere studiata senza demonizzazioni preventive. Se con remigrazione si intende recuperare il principio secondo cui chi non possiede o perde le condizioni giuridiche per soggiornare deve effettivamente lasciare il territorio nazionale, il problema posto è reale. Uno Stato che adotta una decisione di allontanamento e poi non riesce ad eseguirla manifesta una propria debolezza amministrativa.
Ma proprio l’esperienza degli ultimi venticinque anni dovrebbe suggerire cautela.
Non basta cambiare il nome della soluzione se non si modifica il funzionamento del sistema.
È questo il punto sul quale la nuova destra, compreso il progetto politico che sta nascendo attorno a Futuro Nazionale, potrebbe compiere un salto di qualità.
Bossi-Fini, respingimenti, porti chiusi e blocco navale non devono essere letti semplicemente come fallimenti. Sono piuttosto esperienze dalle quali ricavare una lezione: la politica migratoria non può dipendere continuamente da una misura straordinaria destinata a risolvere il problema una volta per tutte.
L’immigrazione è ormai un fenomeno strutturale. Anche la sua amministrazione deve diventarlo.
È precisamente su questo terreno che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone un cambio di metodo.
Non un nuovo slogan da sostituire ai precedenti, ma una architettura amministrativa permanente.
Il punto di partenza è distinguere con chiarezza le diverse fasi del percorso migratorio. Lo Stato deve sapere chi entra e per quale ragione; deve identificare con certezza la persona; deve favorire l’integrazione di chi ha titolo per soggiornare; deve verificare nel tempo l’effettività di quel percorso attraverso parametri concreti come lavoro, conoscenza della lingua italiana e rispetto delle regole.
A quel punto devono esistere due esiti altrettanto normali.
Se l’integrazione procede e permangono le condizioni previste dall’ordinamento, lo Stato deve favorire la stabilizzazione.
Se invece vengono meno i presupposti giuridici della permanenza, deve essere possibile procedere alla ReImmigrazione, nel rispetto delle garanzie individuali e sotto il controllo del giudice.
La differenza rispetto alla remigrazione intesa come grande operazione politica di ritorno è fondamentale.
La ReImmigrazione non dovrebbe essere un’emergenza. Dovrebbe diventare una funzione ordinaria dello Stato.
Questo significa affrontare anche ciò che per venticinque anni ha reso difficili i rimpatri: identificazione, disponibilità dei documenti, rapporti consolari, accordi con i Paesi d’origine, organizzazione amministrativa, personale specializzato e capacità materiale di dare esecuzione alle decisioni.
Significa anche dotarsi di una Polizia dell’Immigrazione specializzata e di una regia politica unitaria capace di seguire l’intero ciclo, dall’ingresso fino all’integrazione o al ritorno, invece di distribuire competenze e responsabilità tra amministrazioni diverse.
È qui che il dibattito sulla remigrazione può diventare un’occasione.
Non occorre chiedere alla destra di rinunciare all’obiettivo di controllare l’immigrazione. Occorre semmai suggerirle di trasformare quell’obiettivo politico in un sistema tecnicamente realizzabile.
Dopo venticinque anni, il centrodestra italiano possiede ormai una quantità considerevole di esperienza normativa e di governo. La Bossi-Fini ha mostrato i limiti di un sistema degli ingressi troppo distante dal funzionamento reale del mercato del lavoro. I respingimenti hanno mostrato i limiti posti dal diritto internazionale ed europeo. I porti chiusi hanno dimostrato che controllare le ONG non equivale a controllare l’intero fenomeno migratorio. Il blocco navale ha mostrato quanto sia difficile trasformare una formula politica in uno strumento compatibile con le relazioni internazionali e con il diritto del mare.
Queste esperienze non devono essere cancellate. Devono essere utilizzate per progettare la fase successiva.
Anche la remigrazione rischierebbe altrimenti di incontrare lo stesso destino: una proposta politicamente potente che si scontra, al momento dell’attuazione, con identificazione, consolati, documenti, giudici, costi, capacità amministrativa e cooperazione degli Stati di origine.
Il vero passaggio innovativo sarebbe quindi smettere di cercare la misura definitiva e costruire finalmente il sistema permanente.
“Integrazione o ReImmigrazione” vuole offrire esattamente questo contributo: non spiegare alla politica quale debba essere il suo obiettivo, ma mettere a disposizione della politica un paradigma tecnico e giuridico attraverso il quale quell’obiettivo possa diventare amministrazione quotidiana.
Dopo Bossi-Fini, respingimenti, porti chiusi e blocco navale, la remigrazione apre una nuova stagione del dibattito.
Può diventare semplicemente la prossima promessa.
Oppure può essere l’occasione per comprendere la lezione degli ultimi venticinque anni e cambiare metodo.
Se l’obiettivo è davvero governare l’immigrazione, è arrivato il momento di passare dalle misure straordinarie a un sistema ordinario: integrazione quando funziona, ReImmigrazione quando ne ricorrono le condizioni.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista – Registro Trasparenza UE n. 280782895721-36
ORCID 0009-0004-7030-0428

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