Indonesia e Giappone smontano l’immigrazione al buio: prima i fabbisogni, poi le partenze

L’Indonesia non vuole più limitarsi a mandare lavoratori in Giappone: vuole prepararli per i posti che esistono davvero e seguirne il percorso fino al ritorno. Nel seminario conclusivo della cooperazione 2023-2026, tenuto a Giacarta il 24 agosto e reso pubblico oggi dal Ministero indonesiano del Lavoro, Kemnaker e JICA hanno presentato una matrice dei fabbisogni per 16 settori, collegata alle esigenze produttive di sette prefetture giapponesi. È il passaggio da una migrazione misurata sulle partenze a una politica costruita sulle competenze.

I numeri spiegano perché la correzione è necessaria. Secondo i dati diffusi dal segretario generale del Ministero, Cris Kuntadi, gli indonesiani inseriti nel Technical Intern Training Program sono passati da 43.145 nel 2022 a 124.967 nel 2025; nello stesso periodo, i titolari dello status Specified Skilled Worker sono saliti da 12.634 a 86.955. La mobilità è cresciuta molto più rapidamente della capacità amministrativa di assicurare formazione, informazioni e protezione. La contraddizione è semplice: aumentare gli ingressi per coprire le carenze giapponesi non basta se le persone partono senza sapere con precisione quale lavoro svolgeranno e quale sistema le attende.

Il quadro giuridico giapponese distingue nettamente i due canali. L’Agenzia per i servizi dell’immigrazione chiarisce che il tirocinio tecnico è uno status destinato all’acquisizione di capacità, mentre lo Specified Skilled Worker è un vero titolo per lavorare. Per lo SSW di tipo I occorrono normalmente una prova professionale e una prova linguistica; il soggiorno può durare complessivamente cinque anni, la famiglia non può essere ricongiunta e il datore deve garantire retribuzione equivalente a quella dei lavoratori giapponesi e specifiche misure di assistenza. Il tipo II, riservato a competenze più elevate e a un numero più ristretto di settori, non ha un limite massimo di permanenza e consente il ricongiungimento familiare.

La cooperazione appena conclusa prova a rendere effettivi questi requisiti prima che diventino soltanto carta. Sono state verificate le infrastrutture di 21 centri pubblici di formazione; 200 istruttori di sette istituti hanno ricevuto formazione linguistica e altri 48 hanno seguito corsi per formatori. Nei percorsi destinati ai candidati non compaiono soltanto la lingua e la tecnica, ma anche cultura del lavoro, disciplina, abitudini professionali e informazioni sui rischi migratori. I dati e le attività sono riportati da Koran Jakarta e da Liputan Oke, sulla base della comunicazione del Ministero.

Il punto più interessante è il metodo “demand-driven”. La formazione non viene organizzata in astratto, ma collegata ai fabbisogni rilevati nelle prefetture di Miyagi, Mie, Ehime, Kagawa, Miyazaki, Yamaguchi e Kumamoto. Già nel 2023 JICA e il Ministero indonesiano avevano sottoscritto un quadro di cooperazione per rendere più sicuro l’invio dei lavoratori. Ora quel quadro produce strumenti operativi: la matrice settoriale serve a evitare che la formazione generi qualifiche senza domanda o che le imprese reclutino persone prive della preparazione necessaria.

La responsabilità, però, non finisce con il contratto. Nove territori indonesiani hanno ospitato laboratori di alfabetizzazione migratoria che coprono preparazione, periodo di lavoro e rientro; inoltre sono stati raccolti 100 casi di ex tirocinanti per ricostruire carriera, utilizzo delle competenze acquisite e possibilità d’impresa dopo il ritorno. È un elemento decisivo: il ritorno non viene trattato come il fallimento della permanenza, ma come una fase che deve restituire al Paese d’origine capacità, reddito e autonomia.

Questa esperienza mostra che l’integrazione comincia prima dell’ingresso. Lingua, competenza professionale e conoscenza delle regole non sono accessori da aggiungere dopo l’arrivo; sono condizioni pratiche perché il titolo di soggiorno produca lavoro regolare e non dipendenza. Ma il dovere non può gravare soltanto sul migrante. Il datore giapponese resta obbligato a fornire le forme di sostegno previste per lo SSW di tipo I, mentre i due governi devono controllare reclutamento, corrispondenza delle mansioni e protezione effettiva.

L’Indonesia e il Giappone non hanno trovato un modello automaticamente trasferibile in Europa. Hanno però messo a fuoco una regola che molti sistemi continuano a ignorare: prima si individuano i fabbisogni, poi si formano le persone, infine si autorizza una mobilità con diritti, obblighi e un esito verificabile. Se l’immigrazione economica nasce soltanto da un numero da raggiungere, resta amministrazione delle partenze. Quando collega ingresso, lavoro, integrazione e ritorno, diventa finalmente governo.

Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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