Il 23 agosto sono emersi nuovi dettagli sulla strategia con cui Nuova Delhi vuole trasformare il corridoio di Siliguri, il sottile passaggio terrestre che collega il resto dell’India agli otto Stati del Nord-Est, in una vera infrastruttura di sicurezza nazionale. Il ministro dell’Interno Amit Shah ha chiesto alle amministrazioni centrali e statali di rafforzare la presenza istituzionale, impedire nuovi insediamenti abusivi e contrastare l’immigrazione irregolare nell’area, dopo una riunione che ha coinvolto Ministero dell’Interno, forze armate, Border Security Force, Sashastra Seema Bal, Railway Protection Force, autorità del Bengala Occidentale e strutture di intelligence.
Il dato politico più interessante non è la consueta promessa di “rafforzare il confine”. È il modello organizzativo scelto. Shah ha insistito su un approccio quadrangolare alla sicurezza di frontiera: forze armate, apparati di law enforcement, amministrazione civile e comunità locali devono operare come parti di un unico dispositivo. La migrazione irregolare viene così inserita dentro la stessa architettura che protegge infrastrutture strategiche, controlla i movimenti transfrontalieri e monitora le trasformazioni demografiche di un’area che confina con Nepal, Bhutan e Bangladesh. Il confine non viene più trattato soltanto come una linea geografica, ma come uno spazio amministrativo da presidiare in profondità.
Questa impostazione si inserisce in una riforma molto più ampia. Dal 1° settembre 2025 è in vigore l’Immigration and Foreigners Act, 2025, che ha riunificato in un solo testo la disciplina prima distribuita tra il Passport (Entry into India) Act del 1920, il Registration of Foreigners Act del 1939, il Foreigners Act del 1946 e l’Immigration (Carriers’ Liability) Act del 2000. La nuova legge attribuisce al Governo centrale poteri su ingresso, registrazione, permanenza e rimozione degli stranieri, disciplina il Bureau of Immigration e consente la delega di funzioni operative alle autorità statali e distrettuali. Non è quindi soltanto retorica securitaria: esiste ormai un apparato normativo che tende a centralizzare e rendere tracciabile l’intero sistema.
Proprio qui emerge però la questione che rende il caso indiano più importante di una semplice notizia di frontiera. Controllare meglio chi entra è necessario, ma non coincide con governare l’immigrazione. Una griglia di sicurezza può identificare movimenti irregolari, coordinare le forze, scambiare informazioni e rendere più efficace l’esecuzione delle decisioni. Ma una politica migratoria completa deve distinguere altrettanto chiaramente chi può restare, con quale titolo, attraverso quale percorso e con quali criteri di stabilizzazione. Il controllo del confine risponde alla domanda “chi entra”; la gestione dell’immigrazione deve rispondere anche alla domanda “che cosa accade dopo”.
L’India conosce bene questa distinzione. Nello stesso quadro politico in cui il governo promette maggiore fermezza contro gli ingressi irregolari, continua ad applicare percorsi differenziati di cittadinanza e regolarizzazione previsti dalla propria legislazione, compresa la disciplina speciale del Citizenship Amendment Act. Il punto, quindi, non è contrapporre sicurezza e accoglienza. È evitare che categorie diverse — infiltrazione irregolare, presenza legale, lavoro straniero, protezione, cittadinanza — vengano assorbite in un’unica lettura securitaria. Uno Stato forte non è quello che considera ogni straniero un problema di frontiera: è quello che sa classificare correttamente le diverse posizioni e applicare a ciascuna la conseguenza giuridica appropriata.
La scelta indiana di costruire una catena operativa più riconoscibile offre anche una lezione istituzionale. Quando competenze di polizia, immigrazione, registrazione e controllo territoriale sono disperse tra strutture che non comunicano, l’irregolarità prospera nelle zone grigie. Quando invece esistono responsabilità chiare, banche dati interoperabili e autorità identificabili, il sistema può diventare più efficace. È una logica vicina alla funzione che, nel paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, dovrebbe essere svolta da una Polizia dell’Immigrazione specializzata: non una forza simbolica, ma un’amministrazione capace di seguire identificazione, regolarità della permanenza, esecuzione delle decisioni e coordinamento con gli altri apparati pubblici.
Ma proprio perché il controllo può diventare più sofisticato, diventa ancora più evidente il limite di una politica che si fermasse a quel punto. La stessa capacità amministrativa usata per sapere chi entra, chi cambia status e chi deve essere allontanato dovrebbe essere utilizzata per conoscere anche il percorso di chi rimane legalmente: inserimento lavorativo, stabilità, rispetto delle regole, autonomia e partecipazione alla comunità. L’integrazione non è il contrario del controllo: è la sua prosecuzione nel tempo. Senza questa seconda parte, lo Stato governa la frontiera ma non governa ancora l’immigrazione.
Il corridoio di Siliguri mostra dunque una tendenza destinata a pesare molto oltre l’India: la migrazione viene sempre più incorporata nelle infrastrutture di sicurezza nazionale. È comprensibile in un’area strategica e vulnerabile. Ma il vero banco di prova sarà evitare che la sicurezza diventi una categoria totale. La capacità di uno Stato non si misura soltanto dalla forza con cui impedisce un ingresso irregolare; si misura dalla precisione con cui distingue, decide, integra chi ha titolo a restare e rende effettiva l’uscita di chi quel titolo non lo possiede. Il confine è l’inizio del governo dell’immigrazione, non il suo punto di arrivo.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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