Israele ha scelto di sostituire rapidamente una parte decisiva della manodopera palestinese con lavoratori provenienti dall’estero. Dopo il 7 ottobre 2023, agricoltura, edilizia, assistenza e servizi hanno dovuto colmare un vuoto improvviso: oggi nel Paese si contano circa 250.000 lavoratori stranieri, regolari e irregolari, e il sistema si prepara ad arrivare a 330.000. Il problema è che la politica degli ingressi corre molto più velocemente delle case, dei servizi e dei controlli necessari per governarla.
La contraddizione è concreta. Israele importa forza lavoro per evitare che settori essenziali si fermino, ma gli stessi datori di lavoro tenuti ad assicurare un alloggio adeguato incontrano difficoltà crescenti nel reperirlo. Secondo la ricostruzione pubblicata il 23 agosto da Globes e ripresa il 24 agosto dal Jerusalem Post, alcune imprese stanno affittando interi edifici e convertendoli in residenze. Altre, invece, non garantiscono le condizioni prescritte, mentre l’attività pubblica di vigilanza resta insufficiente.
Non si tratta di una concessione facoltativa. La disciplina israeliana impone al datore di lavoro di fornire ai dipendenti stranieri un alloggio idoneo per l’intera durata dell’impiego e per almeno sette giorni dopo la sua cessazione. Le regole riguardano spazi, servizi, sicurezza e condizioni materiali; il datore può recuperare soltanto una parte delle spese entro limiti determinati. A luglio, la Commissione lavoro e welfare della Knesset ha aggiornato proprio gli importi massimi detraibili dallo stipendio, differenziandoli per area geografica e tipologia dell’alloggio.
Il diritto, dunque, esiste. Ciò che manca è la capacità amministrativa di accompagnare l’aumento numerico. La stessa Knesset aveva già registrato il passaggio da circa 150.000 lavoratori stranieri di due anni fa agli attuali 250.000 e la necessità di rafforzare personale e sistemi informatici dell’Autorità per la popolazione e l’immigrazione. Ad aprile era stato proposto un progetto pilota per un complesso destinato a 5.000 lavoratori stranieri nell’area industriale di Neot Hovav. È una risposta significativa, ma fotografa anche la sproporzione rispetto a una popolazione lavorativa destinata a crescere di altre decine di migliaia di unità.
Dietro l’emergenza abitativa c’è una scelta politica più ampia. Prima della guerra, una parte rilevante della forza lavoro palestinese entrava quotidianamente in Israele e rientrava nei territori di provenienza. La sostituzione con lavoratori stranieri trasferisce invece sul territorio israeliano l’intero costo sociale della permanenza: abitazioni, trasporti, sanità, controllo del soggiorno, relazioni con i datori e gestione della fine del rapporto. Cambiare la provenienza della manodopera non elimina il problema migratorio: lo trasforma.
Il governo può legittimamente ritenere non più sostenibile la precedente dipendenza dai lavoratori palestinesi per ragioni di sicurezza. Ma una politica fondata soltanto sul fabbisogno economico rischia di riprodurre un’altra dipendenza, questa volta da una massa crescente di lavoratori temporanei importati senza una corrispondente infrastruttura pubblica. Quando l’alloggio viene lasciato quasi interamente al datore di lavoro, la medesima impresa diventa contemporaneamente sponsor dell’ingresso, fonte del reddito e gestore della vita materiale del lavoratore. È una concentrazione di potere che richiede controlli effettivi, non semplici obblighi scritti.
La prospettiva di Integrazione o ReImmigrazione mostra qui il proprio significato più concreto. Il governo del lavoro straniero deve cominciare prima dell’arrivo: numero programmato, titolo di soggiorno, responsabilità del datore, abitazione verificata, condizioni di autonomia, controlli durante la permanenza ed esito definito alla cessazione del programma. L’integrazione non coincide con la stabilizzazione automatica, ma neppure può essere ridotta alla disponibilità di un posto di lavoro. Senza condizioni abitative dignitose, accesso ai servizi e una posizione giuridica governata, il lavoratore resta una risorsa economica formalmente necessaria e socialmente invisibile.
Israele sta affrontando un problema reale e non può permettersi che agricoltura, costruzioni e assistenza rimangano senza personale. Ma i numeri mostrano che la scorciatoia sta diventando una struttura permanente. Se lo Stato autorizza 330.000 lavoratori e scopre soltanto dopo dove farli vivere, non sta programmando l’immigrazione: sta rinviando la prossima emergenza. Il controllo comincia dalla capacità di prevedere le conseguenze degli ingressi, non dalla loro semplice autorizzazione.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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