Il costo del welfare dipende anche dall’integrazione?


Quando si discute di immigrazione, una delle domande più frequenti riguarda il peso che i cittadini stranieri esercitano sul sistema di welfare. Si tratta di un tema spesso affrontato con argomentazioni ideologiche, mentre meriterebbe un’analisi più articolata.

Le ricerche disponibili mostrano che la popolazione straniera contribuisce in misura significativa al finanziamento dello Stato attraverso il lavoro, il pagamento delle imposte e dei contributi previdenziali. Allo stesso tempo, usufruisce dei servizi pubblici e delle prestazioni sociali come ogni altra componente della popolazione residente.

Ma forse la domanda da porsi è un’altra.

Il costo del welfare dipende anche dal livello di integrazione?

È una questione che raramente viene affrontata nel dibattito pubblico, eppure potrebbe rappresentare uno degli aspetti più importanti delle future politiche migratorie.

L’integrazione non è soltanto un valore sociale o culturale. Produce anche effetti economici.

Una persona che acquisisce una buona conoscenza della lingua italiana ha maggiori possibilità di trovare un’occupazione stabile. Chi lavora con continuità versa contributi previdenziali, paga imposte dirette e indirette, raggiunge una maggiore autonomia economica e riduce la probabilità di dover ricorrere a determinate forme di assistenza pubblica.

Lo stesso vale per l’inserimento scolastico delle seconde generazioni, per la formazione professionale, per l’inclusione nel mercato del lavoro e, più in generale, per la partecipazione alla vita della comunità.

In questa prospettiva, l’integrazione non rappresenta soltanto un obiettivo sociale, ma anche un possibile fattore di sostenibilità della finanza pubblica.

Naturalmente sarebbe scorretto sostenere che ogni forma di integrazione comporti automaticamente una riduzione della spesa per il welfare. I sistemi di protezione sociale dipendono da molteplici variabili: età della popolazione, condizioni economiche, mercato del lavoro, politiche familiari, salute pubblica e dinamiche demografiche.

Tuttavia appare ragionevole ritenere che un percorso di integrazione efficace possa favorire una maggiore autonomia delle persone e, conseguentemente, incidere anche sul ricorso ad alcune prestazioni assistenziali.

Ed è proprio qui che emerge una lacuna delle attuali politiche pubbliche.

Lo Stato raccoglie dati molto dettagliati sulla spesa sociale, sull’occupazione, sui permessi di soggiorno, sulle naturalizzazioni e sui flussi migratori. Ma non dispone di indicatori sistematici che consentano di valutare il rapporto tra integrazione e sostenibilità del welfare.

Non sappiamo, ad esempio, se i programmi di integrazione linguistica producano nel tempo una maggiore occupazione. Non conosciamo quale sia l’impatto della formazione professionale sull’autonomia economica. Non misuriamo se determinati percorsi di inclusione riducano il ricorso alle prestazioni assistenziali o favoriscano una più ampia partecipazione al mercato del lavoro.

In altre parole, continuiamo a misurare la spesa, ma non misuriamo le politiche che potrebbero contribuire a renderla più sostenibile.

È qui che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” introduce una prospettiva diversa.

Misurare l’integrazione non significa soltanto valutare il rispetto di regole o l’inserimento sociale. Significa anche comprendere se le politiche pubbliche producono risultati concreti sotto il profilo economico, occupazionale e della sostenibilità del sistema di welfare.

Uno Stato moderno dovrebbe essere in grado di verificare se gli investimenti destinati all’integrazione generano maggiore autonomia, maggiore partecipazione al lavoro e minore dipendenza dall’assistenza. Solo attraverso questa misurazione sarebbe possibile costruire politiche migratorie realmente fondate sull’evidenza e non sulle percezioni.

Per questo motivo il dibattito non dovrebbe limitarsi a chiedersi quanto costa il welfare. Dovrebbe iniziare a domandarsi anche quale contributo possa offrire una politica dell’integrazione capace di trasformare la permanenza in partecipazione, la dipendenza in autonomia e l’assistenza in responsabilità.

Forse è proprio questa la domanda che la politica dovrebbe iniziare a porsi.


Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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