“Irpef, la Lombardia è più ricca anche grazie alle tasse pagate dagli immigrati” – il contributo fiscale è importante, ma non può essere l’unico criterio delle politiche migratorie


L’articolo de Il Giorno (consultabile qui: https://www.ilgiorno.it/cronaca/irpef-piu-ricca-lombardia-tasse-immigrati-a00gbs2u) evidenzia come il contributo fiscale dei lavoratori stranieri rappresenti una componente significativa delle entrate tributarie della Lombardia.

Si tratta di un dato che merita di essere riconosciuto.

Chi lavora regolarmente, produce reddito e paga le imposte contribuisce al finanziamento dei servizi pubblici e al funzionamento dello Stato. Negarlo significherebbe ignorare la realtà.

Ma il rischio è che il dibattito cada, ancora una volta, nella stessa impostazione che caratterizza da anni le politiche migratorie europee: valutare l’immigrazione quasi esclusivamente attraverso il suo impatto economico.

Prima si sostiene che gli immigrati servono perché manca manodopera.

Poi si afferma che sono indispensabili perché pagano le pensioni.

Ora si sottolinea il loro contributo all’IRPEF.

Sono tutti argomenti reali, ma tutti accomunati dalla stessa visione economicista.

Il valore di una politica migratoria non può essere misurato soltanto dal gettito fiscale che produce.

Uno Stato non può decidere chi entra e chi rimane esclusivamente sulla base dell’utilità economica. Una comunità politica si fonda anche sull’integrazione, sul rispetto delle regole, sulla partecipazione alla vita civile e sulla condivisione dei principi fondamentali dell’ordinamento.

È proprio da questa esigenza nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.

Il contributo fiscale costituisce certamente un indice importante di integrazione, ma non è sufficiente da solo. Lavoro regolare, conoscenza della lingua italiana, rispetto delle regole e partecipazione alla comunità devono concorrere a definire un percorso di integrazione complessivo e verificabile.

Il vero limite del dibattito europeo è continuare a giustificare l’immigrazione perché “conviene”.

La domanda dovrebbe essere diversa.

Non soltanto quanto gli immigrati contribuiscano al PIL o al gettito fiscale, ma come costruire un sistema nel quale il contributo economico si accompagni a una reale integrazione nella comunità nazionale.

Solo così l’immigrazione cessa di essere una semplice variabile economica e diventa una scelta di governo fondata su diritti, doveri e responsabilità reciproche.

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