Le recenti dichiarazioni di Marine Le Pen sul rapporto tra immigrazione, mercato del lavoro e sostenibilità del welfare meritano di essere analizzate con attenzione, non tanto per alimentare l’ennesima contrapposizione ideologica che da anni caratterizza il dibattito europeo, quanto perché consentono di evidenziare una questione che continua a rimanere irrisolta e che, con il passare del tempo, appare sempre più centrale per il futuro delle società europee.
Secondo la leader del Rassemblement National, da oltre quarant’anni ai cittadini francesi ed europei viene ripetuto che l’immigrazione rappresenterebbe la soluzione naturale all’invecchiamento della popolazione, alla crisi dei sistemi pensionistici e alla crescente difficoltà di reperire manodopera in numerosi settori economici. Eppure, osserva Le Pen, nonostante decenni di flussi migratori consistenti, né il problema demografico né quello della sostenibilità del welfare possono dirsi realmente superati. Al contrario, essi continuano a occupare il centro del dibattito politico in Francia, in Italia e nell’intera Unione europea.
Che si condividano o meno le conclusioni della leader francese, vi è un dato difficilmente contestabile: il modello migratorio europeo continua a essere oggetto di crescenti interrogativi e la fiducia che, soprattutto tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila, accompagnava molte delle politiche migratorie appare oggi significativamente ridimensionata.
Sotto questo profilo, Marine Le Pen individua effettivamente un problema reale.
Ciò che appare meno convincente è invece la soluzione proposta.
Il programma del Rassemblement National continua infatti a concentrarsi prevalentemente sul controllo delle frontiere, sulla riduzione degli ingressi, sul rafforzamento delle procedure di espulsione e sull’assimilazione culturale degli immigrati presenti sul territorio francese. Si tratta di strumenti certamente rilevanti, ma che intervengono principalmente all’inizio e alla fine del percorso migratorio.
L’immigrato entra oppure non entra. Rimane oppure viene rimpatriato.
Tuttavia, tra questi due momenti esiste una fase intermedia che coinvolge milioni di persone e che continua a essere sorprendentemente trascurata dal dibattito politico europeo.
È la fase dell’integrazione.
Per comprendere il limite delle attuali politiche migratorie europee occorre infatti partire da una constatazione molto semplice. L’Unione europea dispone oggi di sistemi sempre più sofisticati per monitorare gli attraversamenti delle frontiere esterne, raccogliere dati biometrici, registrare le domande di protezione internazionale, coordinare le procedure di rimpatrio e controllare la regolarità del soggiorno. Esistono statistiche dettagliate sugli ingressi, sui permessi di soggiorno, sulle richieste di asilo, sulle naturalizzazioni e sulle espulsioni.
Ciò che continua a mancare è invece un sistema capace di misurare il livello di integrazione raggiunto dalle persone che vivono stabilmente sul territorio europeo.
In altre parole, l’Europa è in grado di contare chi entra e chi esce, ma non è in grado di valutare in modo oggettivo ciò che accade nel periodo compreso tra questi due eventi.
Quanti immigrati conoscono effettivamente la lingua del Paese ospitante? Quanti partecipano stabilmente al mercato del lavoro? Quanti rispettano gli obblighi derivanti dall’Accordo di Integrazione? Quanti condividono concretamente i principi fondamentali dell’ordinamento democratico? Quanti stanno costruendo un autentico percorso di inserimento sociale e civile?
Su queste domande, che dovrebbero rappresentare il cuore di qualsiasi politica migratoria moderna, il dibattito europeo continua a offrire risposte insufficienti.
È proprio da questa lacuna che nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
A differenza delle tradizionali contrapposizioni tra favorevoli e contrari all’immigrazione, il paradigma parte da un presupposto diverso. Non è sufficiente discutere del numero degli ingressi e non è sufficiente discutere del numero dei rimpatri. Occorre invece introdurre criteri giuridici capaci di valutare il percorso individuale dello straniero e di collegare la permanenza sul territorio al grado di integrazione concretamente raggiunto.
Lavoro, conoscenza della lingua, rispetto delle regole e partecipazione alla vita della comunità non dovrebbero essere considerati semplici obiettivi politici o generiche aspirazioni sociali, ma elementi misurabili e verificabili, idonei a costituire il fondamento di un nuovo modello di gestione dell’immigrazione.
In questa prospettiva, la permanenza sul territorio non sarebbe né automatica né incondizionata, ma neppure subordinata esclusivamente alla logica dei rimpatri. Essa verrebbe invece collegata a un percorso di integrazione effettivo, valutabile attraverso parametri oggettivi e trasparenti.
Per questa ragione il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” non si colloca né nell’ambito del multiculturalismo tradizionale né in quello delle proposte che concentrano la propria attenzione quasi esclusivamente sul controllo delle frontiere e sulle espulsioni. Esso rappresenta piuttosto il tentativo di colmare il vuoto che da decenni caratterizza il dibattito europeo, spostando l’attenzione dalla semplice gestione dei flussi alla valutazione delle persone.
Se dunque Marine Le Pen individua correttamente una delle criticità che attraversano oggi le società europee, il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” prova a offrire una risposta diversa, fondata non soltanto sul controllo dell’immigrazione ma sulla misurazione dell’integrazione.
Perché il vero interrogativo che l’Europa dovrà affrontare nei prossimi anni non riguarda soltanto chi entra e chi esce dal territorio dell’Unione.
La domanda decisiva sarà se le istituzioni europee saranno finalmente capaci di misurare, promuovere e pretendere l’integrazione di coloro che scelgono di vivere stabilmente all’interno delle nostre comunità nazionali.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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