Il Financial Times apre il dibattito: serve un nuovo sistema per governare l’immigrazione

Per molti anni il dibattito economico sull’immigrazione è stato dominato da una convinzione quasi indiscutibile: le economie occidentali, segnate dall’invecchiamento della popolazione e dalla diminuzione della forza lavoro, avrebbero necessariamente bisogno di aumentare gli ingressi dall’estero per continuare a crescere.

Un recente intervento pubblicato dal Financial Times ha rimesso in discussione questa impostazione. L’articolo, firmato dall’economista statunitense Oren Cass, sostiene che l’immigrazione di massa non possa essere considerata la soluzione automatica alla carenza di lavoratori e che un’offerta continua di manodopera a basso costo possa produrre effetti negativi sui salari, sul potere contrattuale dei lavoratori e sugli incentivi delle imprese a investire nell’innovazione. Non si tratta di una nuova posizione ufficiale del quotidiano, ma dell’apertura di un confronto che fino a pochi anni fa sarebbe stato molto più difficile ospitare in una testata economica di tale rilievo.

Il valore di questo dibattito non consiste nell’affermare che ogni forma di immigrazione danneggi l’economia. Una simile conclusione sarebbe troppo semplice e non terrebbe conto delle differenze tra settori produttivi, qualifiche professionali, territori e modelli di ingresso. Lo stesso Financial Times ha pubblicato una replica secondo cui i lavoratori stranieri possono integrare, anziché sostituire, quelli già presenti, consentendo a questi ultimi di spostarsi verso occupazioni più qualificate.

Il punto decisivo è un altro: l’immigrazione non è una variabile economicamente neutrale e non può più essere presentata come una risposta universalmente vantaggiosa a qualsiasi carenza di personale.

Occorre domandarsi chi tragga beneficio dagli ingressi, quali lavoratori subiscano una maggiore concorrenza, quali settori economici vengano sostenuti e quali costi siano trasferiti sulla collettività. Il vantaggio immediato di un’impresa che reperisce facilmente personale non coincide necessariamente con l’interesse generale del Paese.

Quando la disponibilità di lavoratori a basso costo diventa permanente, le imprese possono essere meno incentivate ad aumentare le retribuzioni, migliorare le condizioni occupazionali, investire nella formazione o sostituire processi arretrati con tecnologie più efficienti. La scarsità di manodopera, infatti, non rappresenta soltanto un problema: può costringere il sistema produttivo a innovare, aumentare la produttività e valorizzare maggiormente il lavoro.

La questione riguarda direttamente l’Italia. Il nostro sistema continua a programmare gli ingressi attraverso il decreto flussi partendo principalmente dalle richieste quantitative delle imprese. Si stabilisce quanti lavoratori siano necessari nell’agricoltura, nell’edilizia, nel turismo, nella logistica o nell’assistenza familiare, ma si presta molta meno attenzione alla qualità del lavoro proposto e alle conseguenze sociali della presenza successiva.

Il lavoratore straniero viene considerato nel momento in cui serve all’impresa. Raramente viene seguito nel percorso che dovrebbe condurlo verso una reale autonomia economica e un’integrazione stabile.

Questo limite era già evidente nella struttura del decreto flussi, che collega l’ingresso a una proposta lavorativa ma non costruisce intorno ad essa un progetto organico di integrazione linguistica, abitativa, sociale e civica. Quando il rapporto di lavoro non si perfeziona, termina rapidamente o si rivela fittizio, la persona può scivolare nell’irregolarità, nel lavoro nero e nella marginalità.

Il vecchio sistema parte da una domanda troppo limitata: quanti immigrati servono all’economia?

Un nuovo sistema dovrebbe porre domande molto più complesse. Quali professionalità sono realmente necessarie? Per quanto tempo? Con quali salari e contratti? In quali territori? Esistono abitazioni accessibili, scuole, servizi pubblici e percorsi linguistici adeguati? L’ingresso sostiene un settore innovativo oppure consente a un comparto poco produttivo di sopravvivere grazie al basso costo del lavoro?

Soprattutto, occorre domandarsi quale sia l’esito del percorso migratorio dopo alcuni anni.

Il lavoro è una condizione essenziale dell’integrazione, ma non ne costituisce la prova definitiva. Una persona può essere occupata e continuare a vivere in una condizione di isolamento linguistico e sociale. Può contribuire alla produzione economica senza sviluppare alcun rapporto stabile con la comunità nella quale risiede. La visione puramente economicista riduce l’immigrato a forza lavoro e dimentica che l’ingresso di una persona produce conseguenze familiari, scolastiche, abitative, sanitarie e sociali.

Per questo serve un sistema nel quale il fabbisogno delle imprese rappresenti soltanto uno degli elementi della programmazione migratoria.

Gli ingressi dovrebbero essere collegati alla qualità dell’occupazione, alla capacità di assorbimento dei territori e alla previsione di un percorso di integrazione verificabile. Lo Stato dovrebbe controllare periodicamente non soltanto l’esistenza formale del contratto, ma la stabilità lavorativa, la conoscenza della lingua, la condizione abitativa, il rispetto delle regole e l’effettiva partecipazione alla vita della comunità.

Quando il percorso produce integrazione, la presenza deve essere consolidata e valorizzata. Quando invece vengono meno i presupposti della permanenza o l’inserimento fallisce definitivamente, deve esistere una politica di ReImmigrazione effettiva, individualizzata e rispettosa delle garanzie.

Il confronto aperto dal Financial Times dimostra che anche una parte del mondo economico comincia a comprendere l’insufficienza delle vecchie categorie. Non basta aumentare il prodotto interno lordo se la crescita dipende da salari stagnanti, bassa produttività e progressiva debolezza contrattuale dei lavoratori. Non basta coprire un posto vacante se il sistema non è capace di governare ciò che accade dopo l’ingresso.

L’immigrazione non deve essere né demonizzata né utilizzata come scorciatoia per evitare le riforme economiche. Deve essere programmata in funzione di una strategia nazionale che tenga insieme sviluppo industriale, salari, innovazione, sostenibilità territoriale e integrazione.

Il vero cambiamento consiste nel passare da un sistema che importa manodopera a un sistema che governa persone e percorsi.

È questo il nuovo dibattito che il Financial Times ha contribuito ad aprire. Ed è su questo terreno che l’Italia dovrebbe costruire una politica migratoria finalmente adulta.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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