Il commissario europeo per gli Affari interni e la migrazione, Magnus Brunner, sostiene che non vi siano più ragioni sufficienti per mantenere i controlli italiani alla frontiera con la Slovenia. Secondo Bruxelles, la riduzione degli attraversamenti irregolari e la possibilità di ricorrere a misure di polizia meno invasive renderebbero necessario il graduale ritorno alla piena libertà di circolazione nello spazio Schengen.
La posizione della Commissione arriva, tuttavia, in un momento politicamente singolare. Il 12 giugno 2026 è entrato in applicazione il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, presentato proprio come lo strumento attraverso il quale l’Unione dovrebbe finalmente riprendere il controllo degli ingressi, rafforzare le frontiere esterne, registrare gli arrivi irregolari e contrastare i movimenti secondari tra gli Stati membri.
Il Patto introduce procedure comuni di screening, identificazione e registrazione delle persone che attraversano irregolarmente le frontiere esterne. Prevede inoltre procedure più rapide per l’asilo e il rimpatrio, nuove regole sulla responsabilità degli Stati e un meccanismo di solidarietà destinato ad assistere i Paesi maggiormente esposti.
Ed è proprio qui che emerge la contraddizione.
Se il nuovo sistema europeo è davvero in grado di controllare gli ingressi, impedire i movimenti secondari e stabilire con certezza quale Stato debba esaminare una domanda di protezione, la Commissione dovrebbe dimostrare che tali strumenti funzionano già concretamente. Non basta affermare che i controlli interni sono incompatibili con Schengen: occorre garantire che l’abolizione di quei controlli non trasformi nuovamente l’Italia nel punto terminale degli spostamenti lungo la rotta balcanica.
La frontiera con la Slovenia è certamente una frontiera interna dell’Unione. Ma è anche il luogo nel quale diventano visibili le insufficienze del controllo esercitato a monte. Se le persone attraversano più Stati membri senza essere identificate, senza che venga determinato lo Stato competente e senza che gli accordi di riammissione trovino effettiva applicazione, significa che il sistema europeo non sta ancora funzionando come promesso.
Brunner non può sostenere, da una parte, che il Patto restituisca all’Europa la capacità di decidere chi entra, chi resta e chi deve essere rimpatriato e, dall’altra, chiedere all’Italia di rinunciare ai propri controlli senza offrire garanzie sull’effettività dei nuovi meccanismi.
Il problema non è difendere controlli permanenti alle frontiere interne. Schengen deve rimanere uno spazio di libera circolazione. Ma la libera circolazione presuppone che le frontiere esterne siano realmente controllate e che le regole comuni siano applicate da tutti gli Stati.
A meno di due mesi dall’entrata in applicazione del Patto, Bruxelles chiede dunque all’Italia un atto di fiducia. Ma la fiducia non può sostituire i risultati.
Prima di contestare i controlli italiani, Brunner dovrebbe spiegare quanti ingressi siano stati registrati attraverso le nuove procedure, quanti movimenti secondari siano stati impediti, quante riammissioni siano state eseguite e quanti rimpatri siano stati concretamente realizzati.
Altrimenti resta una domanda inevitabile: se l’Italia non può controllare la frontiera con la Slovenia e il Patto europeo non è ancora capace di impedire gli spostamenti irregolari all’interno dell’Unione, chi decide davvero chi entra in Europa?
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36, in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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