Carlo Fidanza apre all’integrazione. Ma senza un requisito giuridico il vero problema dell’immigrazione resta irrisolto

Per molti anni il dibattito politico sull’immigrazione è rimasto imprigionato in una contrapposizione tanto semplice quanto insufficiente: da una parte chi rivendicava l’accoglienza come valore assoluto, dall’altra chi riteneva che la risposta dovesse essere affidata quasi esclusivamente al controllo delle frontiere, ai rimpatri e alla lotta all’immigrazione irregolare. In questo schema, l’integrazione è stata spesso evocata come obiettivo, raramente come criterio di valutazione e mai come elemento giuridicamente determinante per la permanenza dello straniero nello Stato ospitante.

Per questo motivo merita attenzione quanto emerso durante gli European Awareness Days organizzati dall’ECR Party a Catania. Intervenendo nel dibattito, il capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo, Carlo Fidanza, ha affermato che «nel nostro Paese non bisogna discriminare chi è integrato, ha accettato le nostre regole e porta un contributo al lavoro. Vogliamo mantenere la differenza rispetto a chi è irregolare».

Si tratta di un’affermazione che, pur nella sua semplicità, rappresenta un elemento di novità nel dibattito politico europeo. Per la prima volta, infatti, il concetto di integrazione non viene utilizzato soltanto come finalità delle politiche migratorie, ma come parametro per distinguere situazioni profondamente diverse. È un passaggio che merita di essere valorizzato perché riconosce implicitamente che non tutti gli stranieri regolarmente soggiornanti presentano il medesimo grado di inserimento nella società che li ospita.

Tuttavia, proprio in questo punto emerge anche il limite dell’attuale impostazione politica. L’integrazione continua infatti ad essere descritta come una qualità apprezzabile, come un valore sociale o morale, ma non assume alcuna rilevanza giuridica. In altre parole, viene riconosciuta sul piano del discorso politico, ma resta sostanzialmente irrilevante sul piano delle conseguenze normative.

Ed è qui che si colloca il vero nodo della questione.

Oggi l’ordinamento europeo distingue principalmente tra cittadini europei, cittadini di Paesi terzi regolarmente soggiornanti e cittadini irregolari. La permanenza sul territorio dipende essenzialmente dal possesso dei requisiti formali previsti dalla normativa sull’immigrazione: un permesso di soggiorno valido, un rapporto di lavoro, il ricongiungimento familiare, la protezione internazionale o altre condizioni previste dalla legge. Nessuna disposizione, però, prevede una valutazione complessiva e periodica del livello di integrazione effettivamente raggiunto dalla persona.

Questo significa che due stranieri perfettamente regolari possono trovarsi in situazioni completamente diverse: uno può lavorare stabilmente, conoscere la lingua italiana, rispettare le regole, partecipare alla vita della comunità e contribuire fiscalmente al sistema; l’altro può limitarsi a conservare formalmente il proprio titolo di soggiorno senza intraprendere alcun reale percorso di inserimento sociale. Dal punto di vista giuridico, tuttavia, le due posizioni rimangono sostanzialmente equivalenti.

È una lacuna che il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo non affronta.

Le riforme europee hanno dedicato enorme attenzione ai controlli alle frontiere, alle procedure accelerate, ai rimpatri, alla cooperazione con i Paesi terzi e ai meccanismi di solidarietà tra Stati membri. Sono tutti aspetti importanti, ma nessuno risponde alla domanda fondamentale: come si misura l’integrazione di chi rimane in Europa? E soprattutto: quali conseguenze produce una mancata integrazione?

Finché queste domande rimarranno senza risposta, il sistema continuerà a concentrarsi quasi esclusivamente sul momento dell’ingresso, trascurando ciò che accade negli anni successivi. Eppure è proprio in quella fase che si decide il successo o il fallimento delle politiche migratorie.

Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce precisamente dall’esigenza di colmare questo vuoto normativo. L’obiettivo non è sostituire le attuali regole sull’ingresso o sui rimpatri, ma completarle introducendo un principio finora assente: l’integrazione deve diventare un requisito giuridicamente rilevante della permanenza.

Ciò significa immaginare un sistema nel quale lo Stato sia chiamato, da un lato, a offrire strumenti concreti per favorire l’inserimento linguistico, lavorativo, civico e sociale dello straniero e, dall’altro, possa verificare periodicamente il raggiungimento di standard minimi di integrazione. La permanenza non dipenderebbe soltanto dalla regolarità amministrativa, ma anche dall’effettiva partecipazione alla comunità nazionale.

Una simile impostazione consentirebbe di superare l’attuale contrapposizione ideologica tra accoglienza indiscriminata e remigrazione generalizzata. Premierebbe chi dimostra di voler costruire il proprio futuro nel rispetto delle regole dello Stato ospitante e renderebbe coerente il sistema giuridico con l’obiettivo, spesso proclamato ma raramente perseguito, dell’integrazione.

Le parole di Carlo Fidanza rappresentano, dunque, un segnale interessante perché mostrano che anche nell’area dei Conservatori europei il tema dell’integrazione inizia ad assumere una centralità politica. Ma il passo decisivo deve ancora essere compiuto. Finché l’integrazione resterà soltanto un valore da evocare nei discorsi pubblici e non diventerà un criterio giuridico capace di incidere sulla permanenza dello straniero, il vero problema dell’immigrazione continuerà a rimanere irrisolto.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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