Negli Stati Uniti la velocità dei procedimenti di espulsione sta diventando un criterio operativo anche quando lo straniero cerca un avvocato o attende che maturi una via legale alla permanenza. Il 4 settembre 2026 il Guardian ha riferito di una formazione virtuale obbligatoria, seguita nei giorni scorsi da centinaia di giudici dell’immigrazione, dedicata alla riduzione dei rinvii processuali. Secondo le slide visionate dal giornale, l’indicazione è di limitare le sospensioni concesse per reperire un difensore o attendere visti e green card.
La presentazione non è una nuova legge e non introduce, da sola, un termine rigido applicabile a ogni caso. Segnala però una direzione amministrativa precisa: i rinvii devono diventare più rari e più brevi, anche quando riguardano minori abusati o abbandonati che hanno ottenuto la classificazione Special Immigrant Juvenile, oppure vittime di gravi reati che attendono lo status U. In questi casi il procedimento di rimozione può arrivare al traguardo prima che l’altra amministrazione completi il percorso migratorio già avviato.
La contraddizione è evidente. Un rinvio può certamente essere usato per prolungare artificiosamente il soggiorno, ma l’attesa non dipende sempre dalla condotta dell’interessato. Quote annuali, arretrati e tempi di United States Citizenship and Immigration Services possono impedire il rilascio immediato di un visto anche dopo l’approvazione della relativa petizione. Se il ritardo prodotto dallo Stato viene imputato allo straniero, l’efficienza del processo rischia di sostituire la valutazione del diritto.
Le corti dell’immigrazione americane fanno capo all’Executive Office for Immigration Review, collocato nel Dipartimento della Giustizia, e non costituiscono una magistratura federale indipendente. Il Dipartimento ha risposto che la riduzione dell’arretrato, stimato in circa 3,2 milioni di cause, è una priorità e che i casi devono essere decisi in modo equo, rapido e uniforme. La finalità organizzativa è legittima, ma proprio questa struttura rende decisivo il confine tra gestione del ruolo e indirizzo sull’esito delle controversie.
Il quadro giuridico resta quello dell’articolo 1003.29 del titolo 8 del Code of Federal Regulations: il giudice può concedere un rinvio soltanto in presenza di una giusta causa. Nella decisione Matter of L-A-B-R-, il Dipartimento della Giustizia ha però chiarito che questa verifica richiede un bilanciamento individuale. Contano soprattutto la probabilità di ottenere il beneficio migratorio atteso e la sua capacità di incidere sul procedimento di rimozione, insieme alla diligenza dell’interessato, alla posizione del Department of Homeland Security, alla durata richiesta e alla storia processuale.
La stretta ha già una base applicativa recente. In Matter of Pinzon Rozo, deciso l’11 marzo 2026, il Board of Immigration Appeals ha ritenuto ingiustificato attendere il visto di un giovane la cui petizione Special Immigrant Juvenile era stata approvata, perché tra la sua data di priorità e quella allora utile vi era un divario di quasi quattro anni. L’approvazione riconosceva dunque il presupposto della futura regolarizzazione, ma non garantiva il tempo necessario per trasformarla in residenza.
Il passaggio più netto riguarda il difensore. In Matter of A-K-R-, deciso il 14 agosto 2026, il Board ha affermato che l’unico intervallo temporale imposto dalla legge per tutelare la possibilità di trovare un avvocato è quello che impedisce di fissare la prima udienza prima di dieci giorni dalla notifica. Nel caso concreto l’appello è stato respinto dopo che l’interessato aveva avuto ventisei giorni prima della prima udienza e due successivi rinvii. La decisione non vieta ulteriori proroghe per giusta causa, ma abbandona l’idea che debba essere sempre assicurato un periodo “ragionevole e realistico” distinto dal minimo legale.
Un sistema serio deve chiudere rapidamente le domande infondate e dare esecuzione ai provvedimenti di espulsione. Ma deve anche distinguere il rinvio dilatorio dal tempo necessario perché una persona possa far valere una protezione o completare un percorso di soggiorno già riconosciuto. Nel paradigma Integrazione o ReImmigrazione, il ritorno è un esito legittimo soltanto dopo una verifica effettiva delle condizioni per restare. Quando il procedimento corre più velocemente del visto e del difensore, non si seleziona più la permanenza secondo il diritto: la si seleziona secondo il calendario.
Fonti: The Guardian, 4 settembre 2026; U.S. Department of Justice, Matter of A-K-R-; U.S. Department of Justice, Matter of Pinzon Rozo; U.S. Department of Justice, Matter of L-A-B-R-; EOIR Immigration Court Practice Manual.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428
Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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