Il 4 settembre 2026 la Germania ha chiesto ai partner europei di restringere ulteriormente il rilascio dei visti turistici ai cittadini russi. La richiesta nasce dall’indagine sul tentato attacco con droni ed esplosivi all’aeroporto di Lipsia-Halle: uno dei sospettati, cittadino bielorusso in possesso anche di passaporto russo, sarebbe entrato nello spazio Schengen con un visto turistico rilasciato dall’Ambasciata italiana a Minsk. Secondo le informazioni finora disponibili, non risulterebbe neppure transitato dall’Italia. Si tratta di accuse ancora oggetto di accertamento, e il ministro Antonio Tajani ha disposto verifiche sulle modalità del rilascio.
Il fatto mette in luce una contraddizione strutturale: il visto è concesso da un’autorità nazionale, ma apre l’accesso a uno spazio europeo senza frontiere interne ordinarie. La valutazione compiuta da un singolo consolato produce quindi conseguenze per tutti gli Stati Schengen. Un caso individuale non dimostra, da solo, un difetto sistemico; dimostra però quanto la qualità dei controlli nazionali sia ormai una componente della sicurezza comune.
I numeri spiegano perché Berlino abbia sollevato la questione. Secondo le statistiche della Commissione europea richiamate dalla stampa, l’Italia avrebbe rilasciato ai cittadini russi oltre 165.000 visti nel 2025, contro 63.894 nel 2021. Per i cittadini bielorussi si sarebbe passati da 2.968 a 50.709. Italia, Francia e Spagna avrebbero inoltre ricevuto circa tre quarti delle domande presentate da cittadini russi nell’intera area Schengen. L’aumento quantitativo non equivale a una prova di controlli insufficienti, ma rende più rilevante verificare criteri, informazioni disponibili e destinazione effettiva del viaggio.
Il quadro giuridico europeo è già diventato più severo. Nel settembre 2022 l’Unione ha sospeso integralmente l’accordo di facilitazione dei visti con la Russia. Nel novembre 2025 la Commissione ha poi escluso, in via generale, il rilascio di visti per ingressi multipli ai cittadini russi, imponendo una nuova domanda e nuovi controlli per ogni viaggio. Non siamo dunque davanti a una frontiera priva di regole, ma a un sistema comune la cui efficacia dipende dall’applicazione concreta da parte dei consolati e dallo scambio tempestivo di informazioni tra gli Stati.
La proposta tedesca apre ora un passaggio ulteriore. Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Polonia e Repubblica Ceca hanno già ridotto quasi completamente i visti ai cittadini russi, mentre altri Paesi continuano a rilasciarne quantità consistenti. Questa disomogeneità consente al richiedente di rivolgersi allo Stato che mantiene la prassi più accessibile, pur ottenendo un titolo utilizzabile nell’intero spazio Schengen. Una politica comune non può limitarsi a produrre norme comuni se poi i livelli di rischio vengono valutati secondo sensibilità nazionali molto diverse.
La risposta, tuttavia, non può trasformare la nazionalità in una presunzione automatica di pericolosità. Dissidenti, giornalisti indipendenti, familiari di residenti europei e cittadini estranei alle attività del Cremlino non possono essere assimilati agli apparati russi. Inoltre, gli stessi esperti ricordano che le operazioni di sabotaggio possono servirsi di persone reclutate a distanza e di nazionalità differenti. Una chiusura generalizzata potrebbe quindi comprimere diritti e relazioni legittime senza intercettare necessariamente il rischio reale.
Il risultato di una politica dei visti non va misurato soltanto contando quanti ingressi sono stati negati. Occorre verificare quanti segnali di allarme siano stati condivisi, quante incongruenze negli itinerari siano state individuate, quante autorizzazioni siano state riesaminate dopo nuove informazioni e quanto sia effettivo il coordinamento tra autorità consolari, di frontiera e di sicurezza. Più severità senza migliore intelligence può produrre soltanto più burocrazia; più coordinamento può invece rendere selettivo il controllo.
Il caso Lipsia riguarda l’ingresso, prima ancora dell’integrazione o del ritorno. Ma conferma una regola essenziale per qualunque politica migratoria credibile: la decisione su chi entra deve essere conoscibile, verificabile e coerente con gli effetti che produce. Schengen non può essere europeo soltanto dopo il rilascio del visto e restare nazionale nel momento in cui viene valutato il rischio. Se la frontiera è comune, comune deve diventare anche la responsabilità.
Fonti: The Guardian, 4 settembre 2026; ANSA; Linkiesta; Commissione europea – statistiche sui visti Schengen; Commissione europea – misure sui visti russi.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428
Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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