Una denuncia interna, resa pubblica tra il 3 e il 4 settembre 2026, apre una crepa nella più rapida espansione recente dell’apparato statunitense di controllo dell’immigrazione. Secondo il documento ottenuto dall’Associated Press, un ex responsabile dell’Office of Professional Responsibility di Immigration and Customs Enforcement ha segnalato che alcune assunzioni sarebbero state perfezionate prima di verifiche preliminari essenziali. La questione non è se l’ICE debba disporre di personale sufficiente, ma se la velocità del reclutamento abbia superato la capacità di controllare chi riceve poteri coercitivi.
La dimensione dell’operazione è eccezionale. Il 3 gennaio l’ICE aveva annunciato ufficialmente di aver assunto più di 12.000 agenti e funzionari in meno di un anno, aumentando del 120 per cento il proprio organico operativo. La campagna, sostenuta anche da incentivi all’ingresso fino a 50.000 dollari secondo la ricostruzione giornalistica, doveva fornire rapidamente uomini alla strategia di arresti ed espulsioni dell’Amministrazione. Il risultato quantitativo è evidente; proprio la sua scala rende decisivo sapere se la selezione abbia conservato gli standard richiesti.
La denuncia, datata agosto 2025 ma divulgata soltanto ora, afferma che sarebbero state formulate offerte definitive prima del completamento di controlli preliminari su impronte digitali, identità e situazione creditizia. L’ICE ha riconosciuto che alcuni candidati hanno ricevuto comunicazioni di selezione provvisoria e che taluni hanno iniziato la formazione mentre l’indagine completa sul loro passato era ancora aperta. Sono due livelli diversi: una verifica approfondita può accompagnare una fase iniziale del rapporto, ma saltare i controlli minimi prima dell’accesso alla formazione e ai sistemi sensibili espone l’istituzione a un rischio differente.
L’Agenzia respinge l’idea di aver abbandonato le regole e sostiene che il proprio ufficio professionale valuti tutte le informazioni disponibili per ogni candidato. Anche il Dipartimento per la Sicurezza interna aveva già difeso la qualità della formazione contro precedenti contestazioni. La denuncia, dunque, non equivale a un accertamento definitivo. Tuttavia, l’Office of Inspector General del DHS indica tra i progetti in corso proprio un audit sul processo di assunzione e formazione dell’ICE: sarà quella verifica indipendente, non la contrapposizione tra comunicati, a dover stabilire l’estensione delle irregolarità.
Il quadro normativo federale aiuta a comprendere perché il problema sia sostanziale. Il 5 CFR § 731.104 richiede che il personale soggetto a investigazione affronti controlli sul proprio background e una valutazione di idoneità o affidabilità. La disposizione non risolve da sola ogni questione sulla sequenza temporale delle verifiche, ma chiarisce il principio: l’integrità del servizio pubblico dipende anche dalla qualità dell’accertamento su chi vi entra. Per agenti che possono arrestare, detenere, accedere a banche dati e partecipare all’esecuzione di rimpatri, questo non è un adempimento burocratico.
Occorre evitare anche la conclusione opposta. Dai documenti oggi disponibili non si può dedurre che tutti, o la maggioranza, dei 12.000 assunti siano inidonei, né è noto quanti fascicoli abbiano effettivamente presentato lacune. Ma una politica pubblica non può misurare il proprio successo contando soltanto reclute, arresti e partenze. Servono dati su controlli completati, candidati esclusi, personale rimosso dopo l’assunzione, ore di formazione, reclami fondati, errori procedurali e provvedimenti annullati. Senza questi indicatori, l’espansione dell’ICE resta un aumento di capacità, non ancora una prova di efficacia.
Il caso tocca direttamente il rapporto tra controllo e legittimità. Uno Stato deve poter eseguire le decisioni definitive di allontanamento e contrastare la permanenza irregolare; se rinuncia a farlo, svuota di significato le proprie regole. Ma l’effettività del rimpatrio non autorizza scorciatoie nella selezione di chi lo realizza. Un arresto illegittimo, un uso improprio della forza o un fascicolo costruito male non proteggono l’ordinamento: producono contenzioso, risarcimenti, sfiducia e, in ultima analisi, meno capacità di dare esecuzione alle decisioni valide.
Nel paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, il ritorno deve essere individuale, giuridicamente fondato e concretamente eseguibile. Per questo necessita di istituzioni forti, personale preparato e controlli interni credibili. Una seria politica di ReImmigrazione non misura la propria forza dal numero di distintivi distribuiti, ma dalla capacità di distinguere, decidere ed eseguire senza perdere legalità lungo il percorso. Se l’audit confermerà che la macchina è cresciuta più rapidamente delle sue garanzie, correggere il reclutamento diventerà parte della politica migratoria, non un tema amministrativo separato.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428
Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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