Dover, chi invoca il controllo dei confini blocca il porto: l’ordine non nasce dal disordine

Il 5 settembre 2026 decine di manifestanti vestiti di nero e con il volto coperto hanno bloccato le principali strade di accesso al porto di Dover, il maggiore scalo britannico per i collegamenti via traghetto con la Francia. I dimostranti hanno occupato la carreggiata, in alcuni punti unendosi in catena, mentre scandivano lo slogan “Stop the boats”. Il traffico diretto al porto è stato fermato, si sono formate code per circa 6,4 chilometri e passeggeri e mezzi commerciali hanno subito ritardi. L’accesso è stato ripristinato entro mezzogiorno. La ricostruzione è stata confermata da Reuters e dalla Associated Press.

La contraddizione è evidente. La protesta chiedeva allo Stato di esercitare il controllo della frontiera, ma per sostenerlo ha impedito per alcune ore il funzionamento di un’infrastruttura essenziale di quella stessa frontiera. Invocare legalità non attribuisce a nessuno il potere di sostituirsi all’autorità pubblica, di occupare le vie di comunicazione o di imporre con la presenza fisica un costo a cittadini estranei alla decisione politica contestata.

Il contesto, peraltro, non può essere cancellato. Secondo i dati governativi richiamati da Reuters, tra il primo gennaio e il primo settembre 2026 erano giunte nel Regno Unito attraverso la Manica 16.513 persone, circa il 43 per cento in meno rispetto allo stesso periodo del 2025. Il Home Office aggiorna quotidianamente i dati sugli arrivi e settimanalmente quelli sulle partenze impedite dalle autorità francesi. La pressione politica resta forte, ma la percezione di una frontiera senza controllo non coincide automaticamente con l’andamento effettivo degli attraversamenti.

Il Governo britannico ha ribadito che la protesta pacifica costituisce un diritto fondamentale, condannando però il comportamento tenuto a Dover e i disagi prodotti. La Kent Police ha qualificato l’evento come protesta spontanea, ha disperso i partecipanti e ha comunicato che non vi sono stati arresti. Questo dato va letto con prudenza: l’assenza di arresti non dimostra, da sola, né la piena liceità di ogni condotta né l’inefficacia dell’intervento. Indica soltanto l’esito operativo comunicato dalle autorità al termine della mattinata.

Il quadro britannico distingue nettamente libertà di espressione e di riunione dall’uso coercitivo dello spazio pubblico. Le sezioni 12 e 14 del Public Order Act 1986 consentono alla polizia di imporre condizioni a cortei e assemblee quando siano necessarie per prevenire gravi disordini, danni, intimidazioni o una seria perturbazione della vita della comunità. Le note ufficiali al Public Order Act 2023 ricordano inoltre che il legislatore ha rafforzato strumenti e fattispecie proprio davanti a tattiche quali il blocco delle strade e l’interferenza con infrastrutture strategiche. Non spetta però alla cronaca anticipare qualificazioni penali che le autorità non hanno formulato nel caso concreto.

Per questo la vicenda conta oltre Dover. Uno Stato credibile deve saper governare insieme due problemi: gli ingressi irregolari e le condotte di chi, opponendosi a essi, pretende di trasformare la protesta in interdizione materiale. L’autorevolezza si misura nella coerenza con cui la regola viene applicata, non nell’identità politica di chi la viola. Se il blocco di una strada è inaccettabile quando è organizzato da movimenti radicali di sinistra, non diventa legittimo perché è promosso in nome della sicurezza o del controllo migratorio.

La gestione dell’immigrazione richiede confini presidiati, decisioni rapide sulle domande di protezione, rimpatri effettivi per chi non ha titolo a restare e percorsi verificabili di integrazione per chi viene ammesso. Ma nessuno di questi obiettivi è rafforzato da gruppi mascherati che paralizzano un porto. Al contrario, la sostituzione simbolica dello Stato da parte di formazioni di strada segnala una perdita di fiducia nelle istituzioni e rischia di alimentare proprio quel disordine che una politica migratoria seria dovrebbe ridurre.

Il punto, dunque, non è negare la legittimità della preoccupazione per l’immigrazione irregolare. È impedire che una questione di governo venga consegnata alla prova di forza. Uno Stato autorevole controlla i confini, fa rispettare le decisioni e protegge il dissenso; ma non permette che il dissenso diventi un confine improvvisato eretto contro gli altri cittadini. A Dover, per alcune ore, chi chiedeva ordine ha prodotto disordine. È esattamente questa contraddizione che la politica non può permettersi di ignorare.

Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista

Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione

Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo

ORCID: 0009-0004-7030-0428

Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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