Quanto costa davvero l’immigrazione? Il problema che nessuno misura è il fallimento dell’integrazione

Il dibattito pubblico sull’immigrazione continua a oscillare tra due rappresentazioni opposte e ugualmente insufficienti. Da una parte si sostiene che l’immigrazione costituisca necessariamente una risorsa economica, perché gli stranieri lavorano, versano contributi e partecipano alla produzione della ricchezza nazionale. Dall’altra si afferma che essa rappresenti prevalentemente un costo, a causa delle spese sostenute dallo Stato per l’accoglienza, la sanità, la scuola, l’assistenza sociale, la sicurezza e l’amministrazione della giustizia.

Entrambe le posizioni colgono una parte del problema, ma nessuna delle due riesce a descriverlo davvero. La domanda corretta, infatti, non è se gli immigrati siano complessivamente un costo oppure una risorsa. La domanda corretta è quanto costi un’immigrazione non governata e, soprattutto, quanto incidano sui conti pubblici i fallimenti dei processi di integrazione.

Nel contributo intitolato “I costi dell’immigrazione: quello che non sempre si racconta”, pubblicato il 20 luglio 2026 sulla rivista Il Timone, Renzo Puccetti prende in esame i dati economici utilizzati per sostenere che l’immigrazione produrrebbe un saldo positivo per lo Stato e invita a considerare anche le voci di spesa che spesso rimangono ai margini della narrazione pubblica. Il riferimento è, in particolare, ai costi sostenuti per l’istruzione, la sanità, l’assistenza sociale, l’accoglienza, la sicurezza e gli altri servizi pubblici utilizzati dalla popolazione straniera.

La questione sollevata dall’autore non può essere liquidata come propaganda. L’immigrazione produce anche costi pubblici, alcuni immediatamente visibili e altri distribuiti nel tempo. È quindi sbagliato presentare il fenomeno migratorio come se fosse automaticamente vantaggioso per lo Stato, limitandosi a indicare il valore delle imposte e dei contributi versati dagli stranieri senza ricostruire integralmente la spesa necessaria per garantire servizi, prestazioni e interventi pubblici.

Allo stesso tempo, sarebbe altrettanto superficiale attribuire ogni costo alla semplice presenza degli immigrati. Una parte considerevole della spesa pubblica dipende infatti non dall’immigrazione in sé, ma dalle condizioni nelle quali le persone straniere vengono lasciate vivere e lavorare: precarietà occupazionale, salari insufficienti, lavoro sommerso, marginalità abitativa, dispersione scolastica, dipendenza prolungata dai servizi assistenziali, irregolarità amministrativa e mancata conoscenza della lingua italiana.

Un lavoratore straniero stabilmente occupato, che percepisce un reddito adeguato, versa imposte e contributi, vive in un’abitazione regolare e mantiene autonomamente la propria famiglia, produce un impatto economico completamente diverso rispetto a una persona costretta per anni a muoversi tra disoccupazione, lavoro nero, accoglienza emergenziale e servizi sociali. Inserire entrambe le situazioni nella stessa categoria statistica significa rinunciare a comprendere il fenomeno.

Il vero dato assente dalle analisi economiche sull’immigrazione è dunque il livello di integrazione. Si calcolano gli occupati, i contribuenti, i beneficiari delle prestazioni sociali e i costi dei servizi pubblici, ma quasi mai si verifica in modo sistematico quali risultati abbiano prodotto le politiche di integrazione e quale rapporto esista tra tali risultati e la spesa sostenuta dallo Stato.

Eppure il collegamento è evidente. Quando l’integrazione fallisce, aumentano le probabilità che una persona rimanga intrappolata nel lavoro irregolare, abbia bisogno di sostegno economico, viva in condizioni abitative precarie, non riesca ad accedere autonomamente ai servizi e trasmetta alle generazioni successive le medesime condizioni di marginalità. In questi casi il costo non è semplicemente il costo dell’immigrazione: è il costo di una politica pubblica che ha rinunciato a fissare obiettivi, controllare i risultati e intervenire quando tali risultati non vengono raggiunti.

Il welfare è uno dei settori nei quali questa relazione appare più chiaramente. Una persona realmente integrata tende ad avere maggiore stabilità reddituale e abitativa, minore dipendenza dalle misure di emergenza e una più elevata capacità di contribuire al finanziamento dei servizi pubblici. Al contrario, la mancata integrazione determina una pressione crescente sui sostegni al reddito, sui servizi sociali comunali, sugli interventi per l’emergenza abitativa, sui percorsi di formazione professionale e sulle misure di contrasto alla dispersione scolastica.

La scuola rappresenta un altro punto decisivo. Un minore che acquisisce pienamente la lingua italiana, frequenta con continuità, raggiunge risultati adeguati e prosegue gli studi ha maggiori possibilità di inserirsi stabilmente nel mercato del lavoro. Quando questo percorso fallisce, il problema non rimane confinato nell’aula scolastica, ma si traduce negli anni successivi in disoccupazione, marginalità, conflittualità sociale e maggiore dipendenza dall’assistenza pubblica.

Anche il mercato del lavoro viene spesso letto attraverso indicatori troppo generici. Il numero degli stranieri occupati non dice, da solo, se esista una vera integrazione economica. Bisognerebbe conoscere la durata dei rapporti di lavoro, il livello delle retribuzioni, la continuità contributiva, l’incidenza del lavoro sommerso e le concrete possibilità di crescita professionale. Un’occupazione povera e intermittente può impedire l’autonomia economica anche quando formalmente la persona risulta occupata.

La questione abitativa è altrettanto rilevante. L’assenza di un alloggio stabile ostacola il rinnovo dei documenti, l’accesso ai servizi, la frequenza scolastica dei figli e la possibilità di mantenere un rapporto di lavoro continuativo. Anche in questo caso, ciò che inizialmente viene considerato un problema individuale finisce per trasformarsi in un costo collettivo.

Per questa ragione il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone di superare tanto la retorica dell’accoglienza senza condizioni quanto quella dell’espulsione generalizzata. Lo Stato deve stabilire che la permanenza stabile sul territorio non può essere separata da un percorso concreto di integrazione, verificabile attraverso parametri seri e trasparenti.

Non si tratta di pretendere un’assimilazione culturale assoluta né di negare la dignità delle persone straniere. Si tratta di riconoscere che l’integrazione deve diventare un obiettivo giuridico e amministrativo, non una formula retorica. Conoscenza linguistica, autonomia economica, regolarità lavorativa, rispetto delle norme, partecipazione scolastica e assenza di dipendenza strutturale dall’assistenza pubblica devono essere valutati nel tempo, mettendo lo Stato in condizione di capire dove le politiche funzionano e dove, invece, stanno fallendo.

Naturalmente, la responsabilità dell’integrazione non può essere scaricata integralmente sullo straniero. Lo Stato non può contestare la mancata conoscenza della lingua quando non abbia garantito corsi effettivamente accessibili; non può pretendere autonomia economica quando le procedure amministrative impediscono per mesi l’accesso regolare al lavoro; non può invocare la stabilità abitativa quando il mercato delle locazioni e le discriminazioni rendono quasi impossibile trovare un alloggio. Misurare l’integrazione significa valutare tanto il comportamento individuale quanto l’efficacia delle opportunità concretamente offerte dalle istituzioni.

Oggi questo controllo sostanzialmente non esiste. Le amministrazioni verificano la presenza di requisiti formali, ma raramente misurano l’effettivo inserimento sociale ed economico. Il risultato è che il dibattito rimane prigioniero di cifre aggregate, utilizzate alternativamente per dimostrare che l’immigrazione conviene sempre oppure che costa sempre troppo.

La verità è più scomoda. Un’immigrazione accompagnata da percorsi efficaci di integrazione può produrre un contributo economico e sociale significativo. Un’immigrazione lasciata alla spontaneità, al lavoro povero e alla marginalità può invece determinare costi elevati e tensioni destinate ad accumularsi nel tempo.

Prima di chiedere quanto costi l’immigrazione, bisognerebbe quindi domandarsi quanto costi non avere mai costruito un sistema capace di misurare l’integrazione. È questa la voce che continua a mancare nei bilanci pubblici e nel confronto politico.

Finché non verrà introdotto un modello serio di valutazione, continueremo a discutere di numeri senza comprenderne le cause. E continueremo, soprattutto, a pagare il prezzo economico e sociale di un fallimento che nessuno ha ancora avuto il coraggio di misurare.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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