La Svezia rompe il tabù: esistono società parallele che rifiutano il patto comune

La Svezia ha deciso di affrontare apertamente una questione che per lungo tempo buona parte dell’Europa ha preferito confinare ai margini del dibattito pubblico: l’immigrazione non determina automaticamente integrazione e la permanenza prolungata sul territorio, così come l’accesso al lavoro, all’abitazione e alle prestazioni sociali, non impedisce necessariamente la formazione di comunità separate, governate da norme informali, gerarchie interne e sistemi di appartenenza capaci di entrare in concorrenza con quelli dello Stato.

Il 4 settembre 2026 il Governo svedese ha formalmente avviato la consultazione sul rapporto pubblico SOU 2026:53, intitolato Parallella samhällsstrukturer – ett kunskapsunderlag för förbättrad integration och minskat utanförskap, vale a dire “Strutture sociali parallele: una base conoscitiva per migliorare l’integrazione e ridurre l’esclusione”. Il documento, pubblicato il 19 agosto e trasmesso alle amministrazioni, agli enti locali, alle organizzazioni interessate e agli altri soggetti chiamati a esprimere le proprie valutazioni entro il 7 dicembre 2026, non contiene ancora un progetto normativo compiuto, ma rappresenta il presupposto conoscitivo sul quale potranno essere costruite le future decisioni politiche del Governo.

La rilevanza dell’iniziativa non dipende soltanto dall’ampiezza dell’indagine, sviluppata in oltre seicento pagine, ma dal cambiamento di prospettiva che essa introduce. Il fenomeno delle strutture parallele non viene ricondotto esclusivamente alla criminalità organizzata, alla povertà urbana o alla segregazione abitativa, ma viene esaminato come il possibile risultato della sovrapposizione tra norme collettivistiche e patriarcali, scarsa fiducia nelle istituzioni, mancata accettazione del patto sociale, sistemi alternativi di regolazione dei conflitti, controllo esercitato dal gruppo sui singoli individui e, nei casi più gravi, condizionamento o infiltrazione delle istituzioni pubbliche.

Il rapporto muove da una constatazione metodologicamente prudente: in Svezia non esiste ancora una definizione generalmente condivisa di “struttura sociale parallela”. L’espressione viene utilizzata talvolta per indicare genericamente una situazione di mancata integrazione, talvolta per descrivere comunità organizzate secondo vincoli familiari, etnici o religiosi e, in altri casi, per riferirsi a reti criminali oppure a forme di giustizia alternativa. L’indagine, tuttavia, individua il nucleo sostanziale del fenomeno nell’esistenza di gruppi i cui sistemi normativi e le cui strutture di potere incidono negativamente sulla possibilità del singolo di esercitare le libertà fondamentali e di adempiere ai doveri che l’ordinamento impone a chiunque viva nella società svedese.

È una definizione che merita particolare attenzione, perché colloca il problema oltre la contrapposizione tradizionale tra accoglienza e chiusura delle frontiere. La questione non riguarda soltanto quante persone possano entrare o rimanere nel territorio nazionale, ma quale rapporto debba instaurarsi tra la persona immigrata, la comunità di provenienza e l’ordinamento dello Stato nel quale essa ha scelto di vivere. Una società democratica può e deve garantire la libertà religiosa, la conservazione delle tradizioni e la possibilità di costruire legami comunitari; non può, però, rinunciare alla propria funzione quando l’appartenenza al gruppo diviene uno strumento attraverso il quale limitare l’autonomia della persona, subordinare le donne, condizionare le scelte matrimoniali, ostacolare l’istruzione, impedire l’accesso al lavoro oppure sostituire la legge comune con sistemi privati di composizione delle controversie.

Il pluralismo, infatti, presuppone la permanenza di un ordinamento condiviso. Se ogni comunità può costruire un proprio sistema di regole destinato, in concreto, a prevalere sulla legge dello Stato, non si realizza una società pluralista, ma una frammentazione della sovranità. La stessa cittadinanza rischia allora di ridursi a uno status formale, mentre la vita quotidiana delle persone continua a essere regolata da autorità familiari, religiose, economiche o criminali che non possiedono alcuna legittimazione democratica e che, proprio per la loro natura informale, possono sottrarsi con maggiore facilità al controllo pubblico.

Il rapporto svedese evita, correttamente, di attribuire il fenomeno a una sola causa. Le strutture parallele possono svilupparsi quando all’interno di una minoranza non vi è accettazione delle norme e delle istituzioni fondamentali della società maggioritaria, ma possono essere favorite anche dall’incapacità dello Stato di includere effettivamente quella minoranza nella comunità nazionale. La segregazione territoriale, la disoccupazione, la scarsa conoscenza della lingua e l’assenza di rapporti con le istituzioni possono creare le condizioni nelle quali le persone diventano più dipendenti dalle reti interne al proprio gruppo. Sarebbe però altrettanto semplicistico utilizzare queste condizioni per negare l’esistenza di una responsabilità individuale e comunitaria nel percorso di integrazione.

Proprio qui emerge il limite della visione economicista che ha orientato per decenni una parte rilevante delle politiche migratorie europee. Secondo questa impostazione, l’inserimento lavorativo tenderebbe a coincidere con l’integrazione: lo straniero che produce reddito, paga le imposte e non commette reati sarebbe, per ciò stesso, integrato. Il documento svedese dimostra invece che una persona può essere economicamente inserita e, nello stesso tempo, continuare a vivere all’interno di un sistema sociale separato, nel quale le relazioni familiari, il ruolo della donna, l’educazione dei figli, il rapporto con le istituzioni e la risoluzione dei conflitti rispondono a principi incompatibili con quelli dell’ordinamento democratico.

L’integrazione economica rimane necessaria, ma non è sufficiente. Essa deve essere accompagnata da un’integrazione linguistica, sociale, culturale e democratica, fondata non sull’abbandono obbligatorio di ogni identità originaria, ma sul riconoscimento effettivo della prevalenza della legge comune, dell’eguaglianza tra uomo e donna, della libertà individuale, dei diritti dei minori e dell’autorità delle istituzioni pubbliche. Non si tratta di imporre un’omologazione culturale, bensì di stabilire il confine oltre il quale la differenza cessa di essere espressione del pluralismo e diventa costruzione di un ordinamento concorrente.

La commissione riconosce, peraltro, che la Svezia non dispone ancora di strumenti adeguati per determinare la reale estensione del fenomeno. Le autorità locali, le forze di polizia e gli operatori sociali conoscono spesso le situazioni presenti nei singoli quartieri, ma manca un quadro nazionale capace di collegare e interpretare dati che, considerati isolatamente, non consentono di identificare una struttura parallela. Per questa ragione viene proposta la costruzione di indicatori che permettano di osservare congiuntamente la diffusione di sistemi normativi alternativi, la fiducia nelle istituzioni, la separazione dalla società maggioritaria, il controllo sociale negativo e l’eventuale ricorso a circuiti informali di giustizia, abitazione o intermediazione.

È probabilmente questo il punto più innovativo del rapporto. La Svezia non si limita a riconoscere che l’integrazione può fallire, ma comincia a interrogarsi sulla possibilità di misurarne le diverse dimensioni, verificarne l’evoluzione e valutare l’efficacia delle politiche pubbliche. Tra le misure indicate compaiono il rafforzamento dell’integrazione sociale, culturale e democratica, il contrasto alla giustizia parallela, la prevenzione della violenza legata all’onore, una maggiore tutela dei bambini e dei giovani, il sostegno ai Comuni, il controllo sui fenomeni di pressione illecita e infiltrazione e la nomina di un coordinatore nazionale.

Questa impostazione è coerente con la necessità di costruire un vero Indice di integrazione, capace di superare la mera registrazione dei dati economici e amministrativi. Se lo Stato continua a contare soltanto quanti stranieri lavorano, frequentano un corso di lingua o risiedono regolarmente sul territorio, senza verificare quale rapporto essi abbiano sviluppato con le istituzioni, con i principi costituzionali e con la comunità nazionale, continuerà a certificare procedimenti burocratici senza conoscere i risultati sostanziali delle proprie politiche.

Il rapporto svedese contiene anche un implicito riconoscimento della reciprocità sulla quale dovrebbe fondarsi ogni serio processo d’integrazione. Lo Stato ha il dovere di rimuovere gli ostacoli che producono segregazione, garantire l’accesso all’istruzione e al lavoro, proteggere chi tenta di sottrarsi alle pressioni del gruppo e rendere concretamente possibile la partecipazione alla vita collettiva. Chi stabilisce il proprio progetto di vita nel Paese ospitante, tuttavia, non può rivendicare soltanto diritti: deve riconoscere l’autorità dell’ordinamento comune, rispettarne i principi fondamentali e concorrere alla conservazione della coesione sociale. L’integrazione, pertanto, non può più essere considerata esclusivamente una politica pubblica offerta dallo Stato, ma deve assumere anche la natura di un dovere individuale collegato alla permanenza stabile nella comunità.

La consultazione aperta dal Governo svedese non costituisce ancora la soluzione e molte delle proposte dovranno essere tradotte in strumenti concreti, sottoposti al necessario controllo di proporzionalità e compatibilità con i diritti fondamentali. Il suo valore politico e culturale, tuttavia, è già evidente: la Svezia ha cominciato a chiamare con il proprio nome il rischio di una società nella quale gruppi diversi abitano il medesimo territorio senza riconoscersi in un patto comune.

L’Europa dovrebbe osservare attentamente questa svolta. Il fallimento dell’integrazione non si manifesta soltanto quando esplode la violenza o quando interviene il diritto penale. Esso si forma molto prima, nel progressivo arretramento delle istituzioni, nell’accettazione di regole comunitarie incompatibili con quelle dello Stato e nell’idea che la convivenza possa essere assicurata dalla semplice coesistenza di gruppi reciprocamente separati. Quando quel processo diventa visibile, le società parallele sono spesso già consolidate. Per questo l’alternativa deve essere posta con chiarezza: integrazione verificabile, fondata su diritti e doveri comuni, oppure presa d’atto del fallimento e valutazione della ReImmigrazione. Ciò che non può più essere accettato è la permanenza indefinita dentro lo Stato di ordinamenti sociali che dello Stato contestano, eludono o sostituiscono l’autorità.

Avv. Fabio Loscerbo – Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista Registro UE numero 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

Fonti: Rapporto pubblico SOU 2026:53; consultazione del Governo svedese; comunicato del Governo svedese.

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