Il 4 settembre 2026, al congresso di Reform UK a Birmingham, Nigel Farage e Jordan Bardella hanno firmato un memorandum d’intesa tra il partito britannico e il Rassemblement National francese. Se entrambi arrivassero al governo, il Regno Unito dovrebbe trattenere le persone giunte attraverso la Manica e rinviarle in Francia; Parigi, a sua volta, dovrebbe procedere al rimpatrio verso i Paesi d’origine. Il documento prevede inoltre un meccanismo di ripartizione dei costi della sicurezza di frontiera. Il fatto è concreto: un accordo politico è stato firmato. I suoi effetti, però, sono interamente futuri e condizionati. Lo riferiscono la Reuters e la comunicazione ufficiale di Reform UK.
La prima tensione è dunque istituzionale. Il memorandum viene presentato come una nuova “entente cordiale”, ma non è stato sottoscritto dai governi oggi in carica e non vincola né il Regno Unito né la Francia. Ha un peso politico perché i due partiti aspirano al governo e perché trasforma il controllo della Manica in un progetto comune, ma non costituisce ancora un accordo internazionale, non attribuisce poteri alle autorità di frontiera e non autorizza alcun trasferimento.
Il quadro vigente è già diverso dalla semplice assenza di cooperazione. Dal 4 agosto 2025 è operativo un accordo tra i governi britannico e francese fondato sul principio “one in, one out”: alcune persone arrivate irregolarmente possono essere restituite alla Francia, mentre Londra accoglie un numero equivalente di richiedenti selezionati attraverso un canale legale. Il nuovo memorandum politico vuole superare quella logica limitata e proporre un sistema generalizzato di trattenimento e ritorno. Nel 2026 sono stati rilevati oltre 16.000 arrivi su piccole imbarcazioni, con un calo superiore al 40 per cento rispetto allo stesso periodo precedente, mentre aumenta il numero medio di persone trasportate su ciascun mezzo.
La seconda tensione riguarda il mare. Intercettare un’imbarcazione in pericolo impone obblighi di soccorso; ricondurla nelle acque territoriali francesi richiede invece il consenso della Francia. La Camera dei Comuni britannica ha già chiarito che il ritorno di navi verso le acque di un altro Stato non può essere deciso unilateralmente. Un’intesa tra partiti può anticipare un futuro consenso politico, ma non sostituisce quello dello Stato né risolve le modalità operative di ogni singolo intervento.
C’è poi il diritto d’asilo. L’ingresso irregolare non cancella la possibilità di chiedere protezione e il trasferimento verso il Paese d’origine non può precedere l’esame individuale del rischio. Il divieto di respingimento impone di verificare se la persona possa subire persecuzioni, torture o trattamenti inumani. La formula collettiva “li rimandiamo indietro” deve quindi essere tradotta in identificazione, esame della domanda, decisione motivata e possibilità di ricorso. Senza questi passaggi, il controllo della frontiera smette di essere governo e diventa soltanto forza.
Anche dopo un eventuale rifiuto dell’asilo, il rimpatrio non è automatico. Servono identificazione certa, documenti di viaggio, disponibilità del Paese d’origine a riammettere il proprio cittadino e condizioni materiali per eseguire il trasferimento. Se uno solo di questi elementi manca, la persona restituita alla Francia non torna nel proprio Paese: cambia semplicemente lato della Manica. Il rischio è spostare la presenza irregolare senza ridurla, trasformando una promessa di risultato in una redistribuzione geografica del problema.
Qui il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce direttamente dai fatti. Chi ottiene protezione o non può essere legittimamente rimpatriato deve entrare in un percorso di integrazione verificabile; chi non ha titolo per restare deve essere accompagnato verso un ritorno individuale, concretamente eseguibile e rispettoso delle garanzie. L’efficacia non si misura dal numero di imbarcazioni intercettate o di persone spostate da uno Stato all’altro, ma dalla capacità di distinguere in tempi certi chi deve essere protetto, chi può restare e chi deve tornare.
Il patto Farage-Bardella è politicamente significativo perché riconosce che nessun Paese può governare da solo una frontiera condivisa. Ma è ancora giuridicamente incompleto: dipende da elezioni future, da un accordo tra Stati, dalle procedure d’asilo e dalla cooperazione dei Paesi d’origine. Vincere le elezioni può trasformare una promessa in un programma; soltanto consenso, garanzie e risultati possono trasformarla in una politica migratoria.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428
Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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