Una coalizione che la stampa locale canadese indica in circa trecento organizzazioni sindacali e comunitarie ha chiesto al Governo federale e all’Alberta di sospendere l’allontanamento di dieci studenti internazionali coinvolti nelle proteste di Calgary contro il diniego dei permessi di lavoro post-laurea. L’aggiornamento, diffuso il 5 settembre da CityNews Calgary e ripreso oggi dall’Indian Express, riguarda un gruppo ristretto di provvedimenti di rimozione, ma nasce da una controversia molto più ampia: circa 1.500 diplomati di programmi non-credit del Portage College avrebbero ricevuto il rifiuto del Post-Graduation Work Permit o rischierebbero di non poterlo ottenere.
I programmi interessati erano stati erogati a Calgary ed Edmonton attraverso istituti partner privati, mentre il diploma o certificato veniva rilasciato dal Portage College, ente pubblico dell’Alberta. Lo stesso College conferma che alcuni laureati dei corsi non-credit hanno ricevuto decisioni negative da Immigration, Refugees and Citizenship Canada, nonostante in taluni casi avessero allegato lettere dell’istituto, e riconosce l’esistenza di esiti differenti fra studenti provenienti da percorsi apparentemente analoghi; secondo la ricostruzione giornalistica, molti iscritti ritenevano inoltre di essere protetti perché avevano iniziato gli studi prima delle modifiche annunciate nel 2024.
La posizione ufficiale canadese, tuttavia, è netta. Le regole pubblicate da IRCC escludono dal permesso post-laurea chi abbia completato un programma non-credit, salvo la specifica eccezione delle scuole di volo, e precisano che neppure l’iscrizione presso un Designated Learning Institution rende automaticamente idoneo ogni corso offerto dall’istituto. Il PGWP richiede, fra l’altro, un programma ammissibile di almeno otto mesi, la frequenza a tempo pieno, una domanda presentata entro centottanta giorni dal completamento e un permesso di studio valido durante il periodo previsto.
È qui che emerge la contraddizione: il permesso di studio autorizza la formazione, ma non garantisce il successivo diritto al lavoro; nondimeno, quando un percorso viene commercializzato a studenti stranieri come passaggio verso l’esperienza professionale canadese e le istituzioni rilasciano documenti che alimentano quella aspettativa, non è sufficiente richiamare alla fine la distinzione formale fra diploma accademico e beneficio migratorio. La legge può riservare allo Stato la decisione sul PGWP, ma la qualità dell’amministrazione si misura anche dalla chiarezza con cui le condizioni sono comunicate prima che una persona investa anni di vita e decine di migliaia di dollari.
Il secondo livello della vicenda riguarda il modo in cui il controllo migratorio è entrato nella protesta. Il 12 agosto la polizia di Calgary è intervenuta per occupazioni del marciapiede e strutture installate senza autorizzazione, ha verificato l’identità di alcuni manifestanti e ha trasmesso informazioni alla Canada Border Services Agency; secondo quanto riferito, venti posizioni sono state controllate, dodici persone sono state ritenute potenzialmente inammissibili e convocate lo stesso giorno, mentre almeno dieci casi sarebbero poi confluiti in procedure di allontanamento. La partecipazione a una manifestazione non sottrae nessuno alle norme sul soggiorno, ma l’utilizzo del controllo amministrativo nel luogo stesso della protesta impone garanzie particolarmente rigorose, affinché l’accertamento dello status non diventi uno strumento di intimidazione del dissenso.
Occorre inoltre evitare un’altra semplificazione: il diniego del PGWP non equivale, da solo e nello stesso istante, a un’espulsione. La conseguenza dipende dalla validità residua del titolo, dalla possibilità di ripristinare lo status o chiedere un permesso diverso, dai termini applicabili e dall’eventuale ricorso; il provvedimento di allontanamento deve comunque essere fondato sulla posizione individuale. Se fosse confermata la denuncia di uno studente, che sostiene di essere stato interrogato sulla base di documenti appartenenti ad altre persone, la questione riguarderebbe non soltanto l’esito migratorio, ma l’affidabilità stessa dell’istruttoria e il diritto a una decisione riferita al fascicolo corretto.
Per valutare i risultati non servono né una sanatoria collettiva né un automatismo espulsivo, ma dati che oggi mancano: numero delle domande presentate per ciascun programma e coorte, proporzione fra accoglimenti e rifiuti, ragioni delle decisioni divergenti, data in cui l’esclusione dei corsi non-credit è stata comunicata agli istituti e agli studenti, eventuali regole transitorie e responsabilità degli enti che hanno promosso i percorsi. Solo questa ricostruzione può distinguere chi non ha mai posseduto i requisiti da chi ha fatto affidamento su informazioni ufficiali contraddittorie o ha ricevuto una decisione amministrativa incoerente rispetto a casi identici.
Il Canada ha costruito una parte rilevante della propria attrattività migratoria collegando studio, lavoro e possibile stabilizzazione, ma un percorso di integrazione può essere selettivo soltanto se le condizioni di accesso restano comprensibili e verificabili dall’inizio alla fine. Se lo Stato accetta lo studente, l’istituto incassa la retta e soltanto dopo il diploma emerge che quel corso non vale ai fini del lavoro, il rischio dell’intero sistema viene scaricato sulla persona più debole; governare l’immigrazione significa applicare le regole, ma anche impedire che la promessa economica dell’ingresso sopravviva più a lungo della certezza giuridica della permanenza.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428
Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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