Stati Uniti, pratiche migratorie in cambio di denaro: l’accusa che mette sotto processo i controlli dell’USC IS

Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha reso noto il 4 settembre che Lukman Owolabi Ganiyu, già Senior Immigration Services Officer presso lo U.S. Citizenship and Immigration Services, e Adeniyi Akeem Somoye sono stati arrestati con l’accusa di avere partecipato a un sistema pluriennale di compensi illeciti in cambio della manipolazione e dell’accelerazione di pratiche migratorie. Secondo la comunicazione ufficiale della Procura federale del Northern District of Texas, la denuncia penale depositata il 31 agosto riguarda una presunta cospirazione per far ricevere a un pubblico ufficiale gratificazioni illegali; entrambi gli indagati, comparsi davanti a un giudice il 2 settembre, devono essere considerati innocenti fino a un’eventuale condanna definitiva.

L’ipotesi accusatoria ricostruisce un meccanismo che sarebbe rimasto operativo dal dicembre 2019 al marzo 2026 e avrebbe coinvolto domande molto diverse tra loro: ricongiungimento familiare mediante il modulo I-130, adeguamento dello status e residenza permanente con l’I-485, rimozione delle condizioni dalla residenza con l’I-751 e naturalizzazione attraverso l’N-400. Gli investigatori sostengono che Ganiyu avrebbe saltato colloqui, verifiche dei precedenti, controlli dei superiori, limiti territoriali di competenza e normali protocolli USCIS, mentre i pagamenti raccolti insieme a Somoye, quantificati per ora in centinaia di migliaia di dollari, in diversi casi coinciderebbero temporalmente con approvazioni da lui disposte; migliaia di messaggi e centinaia di chiamate WhatsApp sono indicati fra gli elementi dell’indagine.

La contraddizione è più profonda di un comune episodio di corruzione, perché il dibattito statunitense sull’immigrazione concentra quasi sempre l’attenzione sulla condotta del richiedente, sulla solidità dei documenti e sulla capacità dello Stato di escludere chi non possiede i requisiti, mentre qui la vulnerabilità contestata si collocherebbe all’interno dell’amministrazione incaricata di applicare quelle regole. Se la discrezionalità pubblica può essere trasformata in una scorciatoia acquistabile, il danno non ricade soltanto sulla sicurezza dei procedimenti, ma anche su chi presenta una domanda regolare, attende i tempi ordinari e vede svalutata la credibilità del titolo ottenuto legittimamente.

Sul piano giuridico, tuttavia, è indispensabile separare i livelli: la denuncia penale è un atto d’accusa e non una prova, il reato contestato dovrà essere dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio e ciascuno dei due imputati rischia, in caso di condanna, fino a cinque anni di reclusione federale e una multa sino a 250.000 dollari. Nello stesso modo, l’eventuale irregolarità del comportamento del funzionario non rende automaticamente fraudolenta ogni pratica da lui trattata: la posizione dei beneficiari dovrà essere riesaminata individualmente, distinguendo chi non possedeva i requisiti o avrebbe partecipato consapevolmente al sistema da chi, pur coinvolto in un procedimento viziato, aveva titolo sostanziale al beneficio richiesto.

È precisamente questa distinzione a misurare la qualità della risposta istituzionale. Un’amministrazione credibile non può né limitarsi a perseguire i presunti intermediari, lasciando intatti gli effetti delle decisioni eventualmente comprate, né annullare in blocco residenze e cittadinanze sulla base della sola associazione con un funzionario indagato; deve ricostruire fascicolo per fascicolo quali verifiche siano state omesse, quali esiti sarebbero cambiati con una procedura regolare e quali garanzie debbano accompagnare ogni revoca o nuovo esame.

La notizia, ripresa il 6 settembre anche dalla testata nigeriana TheCable, lascia inoltre aperte domande che saranno decisive per valutare i risultati dell’inchiesta: non è ancora stato reso noto il numero complessivo delle pratiche interessate, non si sa quante riguardassero persone effettivamente prive dei requisiti e resta da chiarire perché le anomalie avrebbero potuto attraversare più anni senza essere intercettate prima. La durata attribuita al sistema impone dunque un audit sui controlli interni, sulla tracciabilità delle riassegnazioni e sugli indicatori capaci di segnalare concentrazioni anomale di approvazioni accelerate.

Nel paradigma Integrazione o ReImmigrazione, il punto non è usare l’indagine per insinuare un sospetto generalizzato verso gli immigrati, ma ricordare che permanenza e cittadinanza mantengono valore soltanto se fondate su regole verificabili e applicate in modo uguale. L’integrazione viene indebolita tanto da chi compra un titolo quanto da un’amministrazione che non protegge adeguatamente la procedura; la reazione corretta combina responsabilità personale, revisione individuale dei casi e tutela piena di chi ha seguito la legge.

La credibilità del confine, in definitiva, non comincia soltanto ai porti d’ingresso o nelle operazioni di rimpatrio, ma anche alla scrivania dalla quale si decide chi può entrare stabilmente nella comunità politica. Controllare l’immigrazione significa controllare anche chi esercita il potere di autorizzarla: senza questa simmetria, il rigore proclamato verso l’esterno rischia di diventare indulgenza verso le falle interne dello Stato.

Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista

Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione

Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo

ORCID: 0009-0004-7030-0428

Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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