Italia-Egitto: formare il lavoratore prima della partenza è un passo avanti. Ma poi chi verifica se l’integra zione riesce davvero?

Italia-Egitto: formare il lavoratore prima della partenza è un passo avanti. Ma poi chi verifica se l’integrazione riesce davvero?

L’intesa discussa il 3 settembre 2026 al Cairo tra il Ministro del Lavoro italiano Marina Calderone e il Ministro del Lavoro egiziano Hassan Raddad non è un generico accordo politico sull’immigrazione. È un tassello molto concreto della strategia italiana di migrazione regolare e qualificata, costruita attraverso programmi di formazione professionale realizzati direttamente nei Paesi di origine, prima dell’ingresso del lavoratore in Italia.

Il quadro giuridico di riferimento è quello dell’articolo 23 del Testo unico sull’immigrazione, che consente l’ingresso in Italia di lavoratori stranieri che abbiano completato nei Paesi di origine programmi di formazione professionale e civico-linguistica approvati dal Ministero del Lavoro. Non si tratta quindi del normale meccanismo delle quote annuali o triennali del decreto flussi. Il lavoratore formato attraverso questi programmi può essere assunto in Italia anche indipendentemente dalle quote ordinarie e in qualunque momento dell’anno.

In Egitto, secondo i dati diffusi dal Ministero, sono già attivi 10 progetti che coinvolgono oltre 1.100 lavoratori, promossi soprattutto da Agenzie per il lavoro. La formazione comprende le competenze professionali richieste dalle imprese, la lingua italiana e le norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro. I lavoratori formati vengono inoltre inseriti nel SIISL, il Sistema Informativo per l’Inclusione Sociale e Lavorativa, così da favorire l’incontro con i datori di lavoro interessati. Italia ed Egitto hanno inoltre deciso di avviare il dialogo tecnico per valutare una possibile Global Skill Partnership, in collaborazione con la Banca Mondiale, seguendo il modello delle iniziative già avviate con Tunisia ed Etiopia.

È un’impostazione che merita di essere considerata con attenzione, perché modifica radicalmente il modo tradizionale di pensare l’immigrazione economica.

Per decenni la politica migratoria italiana ha discusso soprattutto di numeri: quante quote aprire, quanti lavoratori ammettere, quali settori privilegiare. Qui compare invece un principio differente: il percorso migratorio viene preparato prima della partenza.

Il lavoratore non dovrebbe più arrivare completamente privo di strumenti e cercare soltanto dopo un’occupazione, una conoscenza linguistica e un inserimento nel sistema produttivo. Al contrario, dovrebbe essere formato prima, conoscere almeno in parte la lingua italiana, essere preparato al settore nel quale verrà impiegato e risultare già visibile al mercato del lavoro italiano.

È, sotto questo profilo, una politica migratoria assai più razionale della semplice apertura di quote.

Ma proprio qui emerge il limite.

Il sistema controlla molto prima dell’ingresso e quasi nulla dopo

Il modello descritto dal Ministero contiene una vera e propria verifica ex ante.

Prima dell’ingresso vengono valutati la partecipazione alla
formazione, le competenze professionali, la preparazione linguistica e l’idoneità a inserirsi nel mercato del lavoro italiano.

Una volta che il lavoratore arriva in Italia, però, il percorso sostanzialmente cambia natura.

La normativa sul soggiorno continua naturalmente a prevedere i normali controlli sui presupposti del permesso, sul rapporto di lavoro e sulle condizioni necessarie al rinnovo. Ma manca qualcosa di diverso: una verifica periodica dell’effettivo percorso di integrazione della persona ammessa attraverso quel programma.

Ed è proprio questo il punto che dovrebbe essere aggiunto.

Se lo Stato investe risorse pubbliche, cooperazione internazionale, formazione linguistica e professionale per selezionare un lavoratore prima della partenza, dovrebbe avere altrettanto interesse a sapere che cosa accade a quella persona dopo sei mesi, dopo un anno e dopo due anni.

Il rapporto di lavoro per il quale era stato formato esiste ancora?

La retribuzione consente una reale autonomia?

La competenza linguistica è migliorata oppure si è arrestata al livello raggiunto prima della partenza?

Il lavoratore vive autonomamente oppure dipende stabilmente dal sistema assistenziale?

Ha acquisito ulteriori competenze?

È passato da una condizione lavorativa iniziale a una posizione professionale migliore?

Il progetto migratorio per il quale era stato selezionato si è realizzato oppure è fallito?

Sono domande oggi sostanzialmente assenti dall’architettura del sistema.

Non basta programmare l’ingresso. Bisogna programmare la permanenza

Il limite storico delle politiche migratorie europee sta proprio qui.

Si regolamenta dettagliatamente l’ingresso, mentre la fase successiva viene lasciata quasi completamente all’evoluzione spontanea della società.

Lo straniero entra, ottiene il permesso, lavora e rinnova il titolo quando ne possiede i requisiti. Ma lo Stato raramente dispone di uno strumento capace di valutare se quel percorso stia realmente producendo integrazione.

L’accordo Italia-Egitto offre allora un’occasione importante per cambiare paradigma.

La formazione prima della partenza dovrebbe rappresentare soltanto la prima fase del percorso.

La seconda dovrebbe essere costituita da una verifica
dell’integrazione durante la permanenza.

Non si tratta di trasformare ogni immigrato in un soggetto sottoposto permanentemente a controllo amministrativo. Si tratta invece di riconoscere una cosa molto semplice: se l’immigrazione è programmata, devono essere programmati anche gli obiettivi che quella politica intende raggiungere.

Altrimenti continuiamo a misurare il successo nel momento sbagliato.

Oggi potremmo dire che il programma funziona perché 1.100 lavoratori sono stati formati.

Ma il vero risultato potrà essere valutato soltanto quando sapremo quanti di quei lavoratori, dopo alcuni anni, avranno conservato un’occupazione, raggiunto una sufficiente autonomia economica, migliorato la conoscenza della lingua e costruito un rapporto stabile con la società italiana.

Dalla formazione all’Indice di integrazione

È precisamente in questo spazio che dovrebbe inserirsi un Indice di integrazione.

Per i lavoratori provenienti dai programmi dell’articolo 23 potrebbe essere sperimentato un sistema di valutazione progressiva fondato su elementi oggettivi: continuità lavorativa, reddito, conoscenza linguistica, autonomia abitativa, qualificazione professionale, regolarità contributiva e partecipazione ai percorsi formativi.

Non per creare un automatismo espulsivo.

Il risultato dell’indice dovrebbe innanzitutto consentire allo Stato di capire dove il percorso sta funzionando e dove sta fallendo, attivando eventualmente strumenti di sostegno, formazione aggiuntiva o riqualificazione.

Ma dovrebbe anche consentire, nel lungo periodo, di distinguere il percorso riuscito da quello che non ha raggiunto gli obiettivi per i quali l’ingresso era stato programmato.

Questa è la differenza fra una politica che gestisce semplicemente presenze e una politica che governa realmente l’immigrazione.

L’integrazione dovrebbe iniziare al Cairo e continuare in Italia

L’esperimento egiziano contiene dunque un’intuizione corretta.

La politica migratoria non deve cominciare quando il lavoratore arriva all’aeroporto di Roma o di Milano.

Può iniziare mesi prima, nel Paese di origine, attraverso la formazione, la conoscenza della lingua, la selezione professionale e il collegamento con il mercato del lavoro italiano.

Ma proprio perché abbiamo finalmente compreso che l’integrazione può iniziare prima dell’ingresso, dobbiamo compiere il passo successivo.

Non possiamo interromperne la verifica nel momento esatto in cui il lavoratore attraversa la frontiera.

Il principio dovrebbe essere molto semplice:

selezionare prima della partenza, accompagnare dopo l’arrivo e verificare nel tempo.

Solo allora potremo dire di avere costruito una vera politica di immigrazione programmata.

Altrimenti avremo semplicemente migliorato il modo in cui le persone entrano in Italia, lasciando ancora una volta senza risposta la domanda più importante: che cosa accade dopo che sono entrate?

Avv. Fabio Loscerbo – Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista Registro UE n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428

Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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