Gli stranieri lavorano ma guadagnano il 33% in meno. È mancata integrazione o qualcosa non funziona nella società che deve
integrarli?
Per molti anni il dibattito italiano sull’immigrazione ha utilizzato un criterio apparentemente semplice: lo straniero che lavora è uno straniero integrato.
È una semplificazione che oggi non regge più.
I dati presentati da Ires-Cgil sulla Toscana mostrano una realtà assai più complessa. Nella regione gli occupati stranieri sono circa 214.000 e rappresentano il 12,8% dell’occupazione complessiva. Tra il 2008 e il 2023 l’aumento dell’occupazione è stato sostenuto in misura decisiva proprio dalla componente immigrata.
Ma dietro il dato quantitativo dell’occupazione ne compare un altro.
Il reddito lordo medio di un lavoratore straniero risulta inferiore di circa il 33% rispetto a quello di un lavoratore italiano. Il part-time involontario riguarda circa il 20% degli stranieri contro il 9% degli italiani e raggiunge il 32% tra le donne immigrate. Inoltre, secondo la ricerca, il 55% delle famiglie straniere si colloca nel quinto più povero della distribuzione dei redditi.
Questi numeri pongono una domanda che va molto oltre la Toscana.
Se una persona lavora da anni ma rimane stabilmente confinata nei segmenti economicamente più deboli della società, possiamo davvero limitarci a dire che è integrata perché possiede un contratto di lavoro?
La risposta, a mio avviso, richiede però molta cautela.
Perché sarebbe altrettanto sbagliato compiere l’errore opposto e sostenere che un reddito basso costituisca, di per sé, prova di mancata integrazione.
Il figlio dell’operaio resta operaio: è meno integrato?
Un’obiezione aiuta a comprendere il problema.
Se il figlio di un operaio italiano diventa a sua volta operaio, possiamo discutere di scarsa mobilità sociale, di disuguaglianza economica o delle difficoltà del nostro mercato del lavoro.
Ma nessuno direbbe che quella persona non è integrata nella società italiana.
Perché allora dovremmo utilizzare automaticamente un criterio differente quando il lavoratore è straniero?
Un immigrato può conoscere perfettamente l’italiano, rispettare le leggi, essere economicamente autonomo, avere figli che frequentano regolarmente la scuola, partecipare alla vita della comunità e, nello stesso tempo, svolgere per molti anni un lavoro poco qualificato.
La sua collocazione professionale non dimostra, da sola, che non sia integrato.
È necessario quindi separare tre categorie che troppo spesso vengono sovrapposte: integrazione, mobilità sociale e disuguaglianza economica.
La mobilità sociale misura la capacità di migliorare la propria posizione economica e professionale.
L’integrazione riguarda invece il rapporto complessivo costruito dalla persona con la comunità nella quale vive.
Le due dimensioni possono influenzarsi reciprocamente, ma non coincidono.
Allora perché il 33% di differenza salariale è importante?
Proprio perché non dobbiamo leggerlo come una sentenza sulla singola persona.
Dobbiamo leggerlo come un indicatore sul sistema.
Una differenza individuale può dipendere da moltissimi fattori: qualificazione professionale, anzianità lavorativa, settore
occupazionale, titolo di studio, conoscenza linguistica, età, esperienza.
Quando però il divario riguarda strutturalmente una componente molto ampia della popolazione e permane nel tempo, la domanda cambia.
Non stiamo più chiedendo soltanto che cosa abbia fatto il singolo lavoratore.
Dobbiamo domandarci che cosa stia producendo il mercato del lavoro italiano.
È qui che assume significato una distinzione che considero sempre più importante: reciprocità della verifica non significa simmetria delle responsabilità.
Lo straniero ha una responsabilità nel proprio percorso di integrazione.
Lo Stato e la società hanno responsabilità differenti.
Non spetta alle istituzioni garantire a ciascuno una carriera migliore. Nessun Governo può assicurare la mobilità professionale del singolo, così come non può imparare la lingua al suo posto, costruire le sue relazioni sociali o sostituirsi alla sua volontà.
Ma le istituzioni devono poter verificare se gli strumenti che dichiarano disponibili siano realmente accessibili e soprattutto quali risultati producano nel tempo.
Disponibilità, accessibilità, utilizzo, risultato
È questo, probabilmente, uno dei passaggi che dovrebbe entrare in un futuro Indice di integrazione.
Non basta domandarsi se uno strumento esista.
Bisogna distinguere almeno quattro momenti.
Disponibilità dello strumento. Accessibilità effettiva. Utilizzo da parte della persona. Risultato prodotto.
Prendiamo la formazione professionale.
Possiamo dire che un corso esiste. Ma è realmente accessibile a chi lavora dieci ore al giorno? È compatibile con gli orari di lavoro? È raggiungibile? È economicamente sostenibile?
Una volta verificata l’accessibilità, dobbiamo domandarci se la persona abbia deciso di utilizzarlo.
E soltanto successivamente possiamo verificare quale risultato abbia prodotto.
Lo stesso ragionamento può essere applicato alla lingua, alla formazione, al riconoscimento delle qualifiche professionali, all’accesso alla scuola, alle politiche abitative.
Questo metodo permette di evitare due opposte semplificazioni.
La prima consiste nell’attribuire allo straniero qualsiasi
responsabilità del fallimento.
La seconda consiste nel trasformare ogni risultato negativo nella prova automatica di una discriminazione o di un fallimento delle istituzioni.
La realtà è più difficile.
Ed è proprio per questo che deve essere misurata.
L’integrazione non è una fotografia. È una traiettoria
Il dato toscano pone poi un’altra questione fondamentale.
Non dovremmo limitarci a chiedere dove si trovi oggi il lavoratore straniero.
Dovremmo chiederci da dove è partito e dove sta andando.
Una persona arrivata in Italia cinque anni fa con una conoscenza minima della lingua, senza qualificazione riconosciuta e inserita inizialmente in un’occupazione poco qualificata può avere compiuto un percorso enorme pur continuando a percepire un reddito inferiore alla media.
Un’altra persona può invece essere rimasta per quindici anni nella stessa condizione, senza acquisire lingua, qualificazioni, autonomia o relazioni al di fuori del proprio ambiente originario.
La fotografia potrebbe apparire simile.
La traiettoria è completamente differente.
Per questo l’integrazione non dovrebbe essere misurata attraverso una casella: lavora/non lavora.
Bisogna osservare il percorso.
Il tempo, da solo, non integra nessuno. Può produrre maggiore inserimento, ma può anche cristallizzare una condizione di
marginalità.
Il vero problema emerge quando la marginalità diventa ereditaria
Ed è qui che il dato economico assume una dimensione ancora più importante.
Se la prima generazione immigrata arriva in Italia e inizialmente occupa i segmenti meno qualificati del mercato del lavoro, il fenomeno può essere comprensibile.
Una migrazione economica comincia quasi inevitabilmente da una posizione di svantaggio: lingua più debole, qualifiche non
riconosciute, assenza di reti professionali, necessità immediata di reddito.
Ma che cosa accade vent’anni dopo?
E soprattutto: che cosa accade ai figli?
Se il figlio di un lavoratore immigrato, nato o cresciuto in Italia, formato interamente nelle scuole italiane e perfettamente padrone della lingua rimane statisticamente confinato negli stessi segmenti economici e professionali del padre, allora il problema cambia natura.
Non significa automaticamente che quel figlio non sia integrato.
Significa però che la società deve interrogarsi.
Perché la marginalità rischia di non essere più una condizione iniziale della migrazione, ma di trasformarsi in una stratificazione sociale permanente.
E una società nella quale l’origine familiare diventa progressivamente una previsione della posizione economica futura sta costruendo un problema destinato a durare generazioni.
Integrare non significa assimilare
Va inoltre evitato un ulteriore equivoco.
La progressione economica non deve diventare una nuova forma di assimilazione.
Una persona può essere pienamente integrata e continuare a conservare la propria religione, le proprie tradizioni, la propria cultura familiare e un forte rapporto con il Paese di origine.
L’integrazione non richiede di diventare “culturalmente italiani”.
Richiede qualcosa di diverso: la costruzione di un rapporto effettivo con la comunità civica e costituzionale nella quale si è scelto di vivere.
Lingua, rispetto della legge, libertà individuale, parità tra uomo e donna, istruzione dei figli, rispetto dei diritti fondamentali e capacità di vivere all’interno delle regole comuni costituiscono il nucleo essenziale.
La mobilità professionale è un’altra cosa.
Ma quando segregazione economica, abitativa, scolastica e sociale cominciano a sommarsi e a riprodursi nel tempo, possono finire per incidere anche sull’integrazione e, soprattutto, sulla coesione sociale.
Il dato toscano non dimostra il fallimento dell’integrazione. Ci obbliga a verificarla meglio
È questa, a mio avviso, la conclusione più seria che possiamo trarre dai dati.
Il fatto che i lavoratori stranieri guadagnino mediamente il 33% in meno non consente di affermare che siano il 33% meno integrati.
Sarebbe metodologicamente privo di senso.
Ma quel divario ci impedisce anche di utilizzare il semplice possesso di un lavoro come certificato di integrazione riuscita.
Dobbiamo andare oltre.
Quanto tempo occorre perché il divario salariale diminuisca?
Le qualifiche migliorano con gli anni di permanenza?
Il lavoratore riesce a uscire dal part-time involontario?
La conoscenza linguistica produce progressione professionale?
I titoli di studio vengono riconosciuti?
I figli riproducono la condizione economica dei genitori oppure il divario rispetto ai coetanei italiani tende a ridursi?
Queste sono le domande che dovrebbe porsi una politica dell’integrazione.
Ed è qui che l’idea di un Indice di integrazione acquista un significato più preciso.
Non un punteggio assegnato allo straniero.
Non un certificato burocratico che stabilisca chi è “abbastanza italiano”.
Ma uno strumento capace di leggere contemporaneamente la persona, gli strumenti messi a disposizione dalla società e la traiettoria prodotta dalla loro relazione nel tempo.
Perché una politica adulta dell’immigrazione deve essere capace di distinguere il rifiuto dell’integrazione dal fallimento
dell’integrazione.
Deve sapere quando chiedere responsabilità alla persona.
Ma deve essere altrettanto capace di riconoscere quando, nonostante lavoro, lingua, formazione e volontà individuale, è il sistema a non consentire di salire il gradino successivo.
Se vogliamo davvero rendere l’integrazione verificabile, la domanda non può essere soltanto: che cosa ha fatto lo straniero per
integrarsi?
Dobbiamo accettare anche quella più scomoda:
che cosa ha prodotto la società nella quale gli abbiamo chiesto di integrarsi?
Avv. Fabio Loscerbo – Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista Registro UE n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428
Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
![]()
Rispondi