Quasi 390mila imprese individuali non UE: l’integrazione economica italiana ha una geografia precisa
Nel 2025 le imprese individuali con titolare non comunitario in Italia erano 389.472, pari al 13,4% del totale delle imprese individuali presenti nel Paese. Il dato, già di per sé significativo, diventa però molto più interessante quando viene osservato territorialmente, perché l’incidenza dell’imprenditoria straniera non è affatto uniforme e raggiunge livelli particolarmente elevati in alcune regioni del Centro-Nord: 22,1% in Liguria, 20,4% in Toscana, 19% in Lombardia e 16,7% in Emilia-Romagna, mentre nel Mezzogiorno le percentuali risultano sensibilmente più basse.
Questo divario non consente di formulare conclusioni semplicistiche, ma pone una questione che considero centrale nel ragionamento sull’integrazione verificabile: l’integrazione economica non avviene nel vuoto e non può essere valutata senza tenere conto del territorio nel quale il percorso individuale si realizza.
Per troppo tempo abbiamo ragionato sull’immigrazione quasi esclusivamente attraverso categorie nazionali. Il decreto flussi stabilisce quote, il legislatore definisce requisiti, lo Stato disciplina ingressi e soggiorni. Ma, una volta superata la frontiera, l’integrazione concreta non avviene nello Stato astrattamente considerato; avviene in una città, in una provincia, in un mercato del lavoro specifico, dentro un sistema abitativo determinato e all’interno di un tessuto produttivo che può offrire opportunità molto diverse da quelle disponibili a poche centinaia di chilometri di distanza.
È per questo che il dato sulle imprese straniere merita di essere letto non soltanto come una fotografia dell’imprenditoria immigrata, ma come un indicatore della relazione tra persona e contesto.
Un lavoratore straniero può avere la stessa volontà di autonomia, la stessa propensione imprenditoriale, la stessa conoscenza della lingua e la stessa disponibilità a investire, ma trovarsi in condizioni radicalmente differenti a seconda del territorio nel quale vive. In un’area caratterizzata da forte domanda, filiere produttive sviluppate, reti commerciali consolidate e capacità di assorbire nuova iniziativa economica, la possibilità di trasformare un’attività lavorativa in un percorso imprenditoriale può essere concreta. In un territorio caratterizzato da minore densità produttiva, domanda interna più debole, difficoltà di accesso al credito e minori opportunità di mercato, quella stessa traiettoria può essere molto più difficile.
Da questo punto di vista, la geografia delle 389mila imprese straniere ci ricorda una cosa semplice ma spesso dimenticata: la capacità individuale non si esprime indipendentemente dalle condizioni nelle quali è chiamata a svilupparsi.
Nel confronto che ho sviluppato recentemente sul concetto di integrazione verificabile è emersa una formula che considero particolarmente utile: reciprocità della verifica non significa simmetria delle responsabilità.
La persona che arriva in Italia conserva una responsabilità piena nel proprio percorso. Nessuna istituzione può lavorare al suo posto, creare un’impresa al suo posto, imparare la lingua al suo posto o costruire per lui relazioni professionali. Ma questo non significa che lo Stato e il territorio possano essere considerati variabili irrilevanti.
Le istituzioni non sono responsabili del successo economico del singolo, ma devono poter essere valutate rispetto alle condizioni che rendono quel successo concretamente possibile. Ed è precisamente qui che il dato territoriale acquista significato.
Se alcune regioni presentano una presenza imprenditoriale straniera molto più elevata di altre, la prima domanda non dovrebbe essere se gli immigrati presenti in quei territori siano più intraprendenti o più integrati. La domanda corretta è più complessa: quali condizioni economiche, sociali e istituzionali stanno rendendo possibile quella traiettoria?
La stessa sequenza che può essere utilizzata per valutare i corsi di lingua, la scuola o i progetti sociali può essere applicata anche all’integrazione economica. Possiamo distinguere tra disponibilità degli strumenti, accessibilità reale, utilizzo da parte della persona e risultato prodotto.
Un territorio può offrire formalmente strumenti di sostegno all’impresa, servizi di orientamento, accesso alla formazione o programmi di accompagnamento al credito. Ma la loro mera esistenza non ci dice se siano realmente accessibili a un lavoratore straniero, se vengano utilizzati e se producano risultati. Allo stesso modo, possiamo verificare se una persona abbia effettivamente scelto di utilizzarli e quale evoluzione abbia prodotto quel percorso.
L’integrazione economica, quindi, non può essere ridotta alla domanda “ha un’impresa o non ce l’ha?”, così come non può essere ridotta alla mera occupazione. Occorre guardare alla traiettoria.
Una persona può iniziare con un lavoro dipendente poco qualificato, acquisire competenze, costruire relazioni professionali, aumentare progressivamente la propria autonomia e successivamente aprire un’attività. Quello che conta non è soltanto il punto di arrivo, ma il movimento nel tempo.
Anche qui è necessario evitare un altro automatismo. Il fatto che una persona straniera apra un’impresa non consente di affermare, da solo, che sia pienamente integrata. Una persona può essere economicamente autonoma e contemporaneamente vivere all’interno di una comunità socialmente chiusa, avere relazioni quasi esclusivamente interne al proprio gruppo di origine o mantenere un rapporto molto debole con la comunità civica nella quale vive. Allo stesso modo, un lavoratore dipendente può essere pienamente inserito, parlare perfettamente la lingua, rispettare le regole, partecipare alla vita sociale e avere relazioni diffuse, pur non avendo mai aperto un’impresa.
L’imprenditorialità è quindi un indicatore importante di autonomia e radicamento economico, ma non può diventare una prova assoluta di integrazione. Il problema è sempre lo stesso: non dobbiamo sostituire un indicatore complesso con un singolo dato facilmente misurabile.
Il dato territoriale può invece essere utilizzato in un altro modo, a mio avviso molto più interessante. Se alcune aree riescono sistematicamente a trasformare una parte maggiore della popolazione immigrata in soggetti economicamente autonomi, lavoratori qualificati o imprenditori, possiamo domandarci quali caratteristiche del sistema stiano favorendo questo risultato. Se altre aree producono sistematicamente minori opportunità, dobbiamo chiederci se il problema dipenda dal tessuto produttivo, dalla domanda, dalla disponibilità di credito, dalla rete infrastrutturale o da altri fattori.
In questo senso, il numero delle imprese straniere smette di essere soltanto un dato sugli immigrati e diventa anche un dato sulla qualità del territorio. È esattamente ciò che significa rendere verificabile la relazione: non misurare soltanto la persona, ma anche il contesto nel quale le chiediamo di costruire autonomia.
Questa osservazione produce anche una conseguenza politica che considero particolarmente importante. La programmazione dei flussi migratori continua a essere costruita prevalentemente attraverso strumenti nazionali, mentre l’integrazione avviene in territori caratterizzati da capacità economiche e sociali profondamente differenti.
Lo Stato può stabilire quante persone debbano entrare, quali settori abbiano bisogno di lavoratori e quali quote assegnare. Ma una volta effettuato l’ingresso, la possibilità concreta di costruire una vita autonoma dipende in misura significativa dal territorio nel quale quella persona viene inserita.
Questo significa che una politica migratoria realmente programmata dovrebbe tenere conto non soltanto della domanda di lavoro nazionale, ma anche della capacità dei singoli territori di assorbire nuova popolazione in modo sostenibile. Mercato del lavoro, disponibilità abitativa, servizi, trasporti, scuola, densità produttiva e possibilità di crescita professionale dovrebbero diventare variabili della programmazione. Perché una quota nazionale non dice nulla sulle condizioni concrete nelle quali una persona dovrà successivamente vivere.
Se vogliamo costruire un vero Indice di integrazione, dunque, dobbiamo evitare che diventi esclusivamente una scheda individuale. L’indice dovrebbe contenere anche una dimensione territoriale. Non per attribuire automaticamente meriti o colpe alle amministrazioni locali, ma per distinguere ciò che dipende dalla persona da ciò che dipende dal contesto.
Un lavoratore che non riesce a migliorare la propria posizione in un territorio privo di opportunità non può essere valutato nello stesso modo di chi dispone di strumenti concreti, accessibili e utilizzabili e sceglie sistematicamente di non percorrere alcuna traiettoria di autonomia. Questo non elimina la responsabilità individuale. La rende più precisa. E rende più precisa anche la responsabilità delle istituzioni.
Il dato delle quasi 390mila imprese individuali non comunitarie ci consegna quindi una fotografia molto più interessante di quanto possa apparire a prima vista. Non ci dice semplicemente che gli stranieri fanno impresa. Ci dice che lo fanno in misura molto diversa a seconda del territorio. Ed è precisamente questa differenza che dovrebbe interessare una politica dell’integrazione.
Perché se vogliamo passare da un’immigrazione semplicemente amministrata a un’immigrazione realmente governata, dobbiamo smettere di immaginare che il percorso successivo all’ingresso sia identico ovunque.
L’Italia non è economicamente uniforme, non offre ovunque le stesse opportunità e non possiede ovunque la stessa capacità di trasformare lavoro in autonomia e autonomia in mobilità economica. Una politica migratoria seria dovrebbe partire anche da qui: non soltanto chiedendosi quanti lavoratori far entrare, ma domandandosi dove potranno costruire un percorso realistico di autonomia e quali territori siano realmente in grado di sostenerlo.
Perché l’integrazione economica non dipende soltanto da chi arriva. Dipende anche dal luogo nel quale gli chiediamo di costruire il proprio futuro.
Avv. Fabio Loscerbo – Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista Registro UE n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428
Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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