Al Nordest servono immigrati. Ma il bisogno delle imprese non basta a garantire l’integrazione

Nel suo editoriale “L’immigrazione che serve all’economia del Nordest”, pubblicato il 20 luglio 2026 su Il Nord Est, Francesco Jori affronta una questione che il dibattito politico continua troppo spesso a eludere: il Nordest ha bisogno di lavoratori stranieri. Le imprese faticano a reperire manodopera, interi settori produttivi denunciano carenze strutturali di personale e il declino demografico rende sempre più difficile mantenere in equilibrio il rapporto tra occupati, pensionati e sistema previdenziale.

Negare questa realtà sarebbe inutile. L’economia italiana, e quella del Nordest in particolare, utilizza già da anni il lavoro degli immigrati nei settori della manifattura, dell’agricoltura, dell’edilizia, della logistica, del turismo, dell’assistenza familiare e dei servizi. In molte attività produttive, l’assenza di lavoratori stranieri determinerebbe difficoltà immediate, riduzione della capacità operativa e perdita di competitività.

Il punto, tuttavia, è che il bisogno delle imprese non può diventare l’unico criterio attraverso il quale costruire una politica migratoria. L’economia può indicare quanti lavoratori servono oggi, ma non è in grado, da sola, di stabilire se quelle persone riusciranno a inserirsi stabilmente nella società, se conserveranno nel tempo la propria autonomia economica e se il loro percorso migratorio resterà sostenibile negli anni.

Il rischio è quello di considerare il cittadino straniero esclusivamente come forza lavoro. Finché esiste un posto disponibile, l’immigrazione viene presentata come necessaria. Quando il rapporto di lavoro termina, il settore entra in crisi oppure il lavoratore non è più immediatamente funzionale al sistema produttivo, emerge una questione che in precedenza era stata ignorata: che cosa rimane del percorso di integrazione?

Il lavoro è certamente uno degli elementi principali dell’integrazione, ma non coincide con essa. Un contratto di lavoro dimostra che, in un determinato momento, il cittadino straniero è inserito in un’attività produttiva. Non dice necessariamente se percepisca un reddito sufficiente, se disponga di un’abitazione stabile, se conosca adeguatamente la lingua italiana, se sia in grado di mantenere autonomamente la propria famiglia e se i figli partecipino regolarmente alla vita scolastica.

Non dice, soprattutto, se quel risultato verrà mantenuto nel tempo.

Una politica migratoria costruita soltanto sulle esigenze immediate delle imprese rischia di produrre un’immigrazione economicamente utile nel breve periodo, ma socialmente fragile nel lungo periodo. Il lavoratore può essere necessario oggi e diventare marginale domani, specialmente quando viene collocato nei settori meno qualificati, caratterizzati da salari bassi, contratti discontinui, limitate possibilità di crescita professionale e maggiore esposizione alle crisi economiche.

In queste condizioni, il lavoro non diventa sempre uno strumento di emancipazione. Può trasformarsi in una forma di permanenza precaria, sufficiente a soddisfare temporaneamente il bisogno dell’impresa ma non a garantire una reale autonomia della persona. Se il salario non consente di sostenere il costo dell’abitazione, mantenere la famiglia e affrontare i normali bisogni della vita quotidiana, il cittadino straniero rimane formalmente occupato ma sostanzialmente vulnerabile.

È proprio qui che la lettura economica dell’immigrazione deve essere completata. Le imprese hanno il diritto di chiedere la manodopera necessaria alla produzione, ma la società ha il diritto di domandarsi quale tipo di presenza straniera si stia costruendo e quali saranno le sue conseguenze nel medio e lungo periodo.

Il bisogno produttivo non può essere confuso con l’integrazione. Il fatto che una persona lavori non significa automaticamente che sia integrata; allo stesso modo, il fatto che l’economia abbia bisogno di quella persona non garantisce che il suo percorso rimanga sostenibile quando il lavoro cambia, termina o non assicura più un reddito adeguato.

Questa distinzione è decisiva perché il costo dell’immigrazione non coincide soltanto con il momento dell’ingresso. Si manifesta nel tempo e dipende dalla capacità del cittadino straniero di mantenere la propria autonomia, di consolidare la propria posizione lavorativa, di partecipare alla vita sociale e di evitare una dipendenza strutturale dall’assistenza pubblica.

Un lavoratore giovane e regolarmente occupato può inizialmente produrre un saldo economico positivo, versando contributi e utilizzando in misura limitata i servizi pubblici. Ma il quadro può cambiare se, negli anni successivi, il rapporto di lavoro diventa discontinuo, il reddito rimane insufficiente, il nucleo familiare cresce senza raggiungere una reale autonomia o i figli non riescono a compiere un adeguato percorso scolastico e professionale.

Per questa ragione il fabbisogno delle imprese rappresenta soltanto il punto di partenza. Non può essere la prova definitiva della sostenibilità dell’immigrazione e nemmeno dell’integrazione della persona.

L’integrazione richiede continuità. Il cittadino straniero non può essere considerato pienamente integrato soltanto perché, al momento dell’ingresso o del rinnovo del permesso di soggiorno, dispone di un contratto di lavoro. Occorre verificare se il percorso compiuto produca effettiva autonomia economica, stabilità abitativa, conoscenza della lingua, responsabilità familiare, partecipazione scolastica dei figli e rispetto delle regole della convivenza civile.

Soprattutto, questi elementi non possono essere verificati una sola volta. Una persona può essere integrata oggi e non esserlo più tra dieci anni. Può perdere il lavoro, abbandonare ogni percorso di miglioramento, entrare stabilmente nel lavoro sommerso o dipendere in modo permanente dagli interventi assistenziali. Al contrario, una persona inizialmente fragile può migliorare, qualificarsi professionalmente e costruire nel tempo un rapporto sempre più solido con la società.

L’integrazione è dunque un processo dinamico. Si raggiunge, si mantiene e può anche regredire.

Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” muove proprio da questa consapevolezza. L’ingresso può essere giustificato dal bisogno economico, ma la permanenza stabile deve trovare fondamento nella continuità dell’integrazione. Non basta che il cittadino straniero sia stato utile all’impresa in un determinato momento; occorre verificare se abbia mantenuto nel tempo un rapporto responsabile con la comunità nella quale vive.

Questo non significa negare la centralità del lavoro né sottovalutare le esigenze produttive. Significa, al contrario, attribuire al lavoro il suo valore autentico: non soltanto strumento per coprire un posto vacante, ma primo passaggio di un percorso più ampio di autonomia, partecipazione e responsabilità.

Il Nordest ha bisogno di lavoratori stranieri, ma non ha bisogno di importare nuova marginalità. Ha bisogno di persone capaci di costruire nel tempo una posizione stabile, di contribuire alla produzione, di mantenere autonomamente la propria famiglia e di partecipare alla vita sociale.

Se il cittadino straniero viene considerato soltanto per ciò che produce oggi, si commette un errore tanto economico quanto politico. Si utilizza il suo lavoro senza interrogarsi sul futuro della sua presenza. Ma quando l’integrazione fallisce, il costo non rimane a carico dell’impresa che aveva richiesto manodopera: ricade sulla società, sui servizi sociali, sulla scuola, sul sistema sanitario, sul mercato abitativo e sulla convivenza civile.

È quindi necessario superare la contrapposizione tra chi sostiene che gli immigrati siano indispensabili e chi vorrebbe chiudere ogni ingresso. La questione vera non è soltanto quanti lavoratori stranieri servano, ma quale integrazione si pretenda da chi viene chiamato a vivere stabilmente nel Paese.

L’economia può dire quanti immigrati servono al Nordest. Non può però garantire che saranno integrati.

Per questo il bisogno delle imprese deve essere accompagnato da una valutazione più ampia e duratura della posizione del cittadino straniero. Il lavoro apre la porta dell’integrazione, ma non la conclude. E soprattutto non può trasformarsi in un lasciapassare definitivo, valido indipendentemente da ciò che accadrà negli anni successivi.

Un’immigrazione economicamente necessaria può essere anche socialmente sostenibile, ma soltanto quando l’integrazione non viene presunta sulla base del primo contratto di lavoro e viene invece dimostrata, mantenuta e verificata nel tempo.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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