Ferghane Azihari sostiene che i principali responsabili delle trasformazioni che stanno interessando le società europee non siano gli immigrati, ma gli stessi governi che, negli ultimi decenni, hanno gestito le politiche migratorie. È un’affermazione destinata a suscitare consenso e dissenso, ma che contiene una domanda alla quale la politica europea continua a non dare una risposta convincente: qual è la responsabilità dello Stato quando l’integrazione non produce i risultati attesi?
Per troppo tempo il dibattito si è sviluppato lungo due direttrici opposte. Da una parte chi attribuisce ogni criticità esclusivamente all’immigrazione. Dall’altra chi considera l’integrazione una conseguenza quasi automatica dell’ingresso e della permanenza nel territorio nazionale. Entrambe queste letture trascurano un elemento essenziale: il ruolo delle istituzioni.
L’integrazione non è un fenomeno spontaneo. È il risultato di politiche pubbliche, di regole chiare, di diritti e doveri reciproci, di strumenti amministrativi adeguati e, soprattutto, della capacità dello Stato di verificare se gli obiettivi perseguiti siano stati realmente raggiunti.
È proprio su questo punto che l’Europa mostra oggi la propria maggiore debolezza.
Negli ultimi anni l’Unione europea ha investito risorse sempre più consistenti nel controllo delle frontiere, nell’identificazione delle persone, nella cooperazione tra gli Stati membri e nel contrasto dell’immigrazione irregolare. Sono strumenti indispensabili, ma riguardano prevalentemente la fase dell’ingresso.
Molto meno sviluppati sono, invece, gli strumenti destinati a verificare ciò che accade dopo.
Non esiste un sistema europeo capace di misurare periodicamente il livello di integrazione delle persone che vivono stabilmente nei Paesi membri. Eppure è proprio questa verifica che consentirebbe di comprendere se le politiche pubbliche stiano funzionando oppure no.
Da questo punto di vista, la riflessione di Azihari merita attenzione. Se i governi rivendicano la responsabilità di progettare le politiche migratorie, devono assumersi anche la responsabilità di valutarne i risultati. Non è sufficiente disciplinare gli ingressi. Occorre verificare se il percorso di integrazione produca effettivamente partecipazione alla vita della comunità, autonomia economica, conoscenza della lingua, rispetto delle regole fondamentali dell’ordinamento e condivisione dei valori costituzionali.
È proprio questa la proposta del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
L’integrazione non può essere affidata a presunzioni o a valutazioni puramente ideologiche. Deve diventare un processo misurabile attraverso indicatori oggettivi: inserimento lavorativo, regolarità fiscale e contributiva, autonomia abitativa, partecipazione ai percorsi formativi, frequenza scolastica dei figli, conoscenza della lingua e progressivo consolidamento del rapporto con la comunità nazionale.
Solo disponendo di dati verificabili lo Stato può distinguere tra percorsi di integrazione riusciti, situazioni che richiedono ulteriori interventi di sostegno e casi nei quali, nel pieno rispetto della Costituzione, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e del diritto dell’Unione europea, potranno essere valutati percorsi individualizzati di ReImmigrazione.
La provocazione di Ferghane Azihari, dunque, può essere letta in una prospettiva diversa da quella puramente politica. Se l’integrazione rappresenta un obiettivo delle politiche pubbliche, i governi non possono limitarsi a proclamarla. Devono dimostrare di essere in grado di governarla e, soprattutto, di misurarne i risultati. È questa la sfida che l’Europa continua a rinviare e che, prima o poi, sarà chiamata ad affrontare.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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