Bologna accoglie, ma rifiuta i rimpatri: la contraddizione del modello Lepore

Bologna rivendica da anni un ruolo centrale nell’accoglienza dei migranti, dei richiedenti asilo e dei titolari di protezione internazionale. Il sistema metropolitano dispone di centinaia di strutture distribuite sul territorio e nel 2025 ha accolto complessivamente 1.797 persone nella categoria ordinaria, 139 persone con disagio sanitario o mentale e 515 minori stranieri non accompagnati. Si tratta di 2.451 persone coinvolte, nell’arco dell’anno, nei diversi percorsi del Sistema di accoglienza e integrazione.

Sono numeri che confermano la dimensione del modello bolognese. Un modello che l’amministrazione comunale presenta come avanzato, diffuso e capace di coniugare assistenza, accompagnamento sociale e integrazione.

Quando, però, il dibattito si sposta dall’accoglienza al rimpatrio degli stranieri che non hanno diritto di rimanere, la disponibilità istituzionale sembra arrestarsi.

Nel febbraio 2026, di fronte all’ipotesi avanzata dal Ministero dell’interno di realizzare un Centro di permanenza per i rimpatri a Bologna o comunque in Emilia-Romagna, il sindaco Matteo Lepore ha espresso una netta contrarietà. Ha definito sbagliata la proposta, sostenendo che il sistema dei CPR non funziona e che alla città servirebbero piuttosto agenti, volanti e maggiori mezzi per la sicurezza. Ha inoltre qualificato l’eventuale struttura come un ulteriore spreco di denaro.

Sul piano giuridico occorre essere precisi. Il sindaco non dispone i rimpatri, non decide il trattenimento amministrativo e non individua autonomamente le strutture destinate a tale funzione. Si tratta di competenze statali, sottoposte alle garanzie previste dalla legge e al controllo dell’autorità giudiziaria.

La questione, dunque, è eminentemente politica.

Lepore non ha dichiarato che nessuno straniero irregolare debba mai essere rimpatriato. Ha però respinto lo strumento territoriale attraverso il quale, nell’attuale ordinamento, lo Stato tenta di rendere materialmente eseguibili una parte dei provvedimenti di espulsione.

È qui che emerge la contraddizione del modello bolognese.

Il Comune chiede risorse, strutture, servizi e collaborazione istituzionale quando si tratta di accogliere. Rivendica il proprio ruolo nella gestione dei richiedenti asilo, dei rifugiati, delle famiglie e dei minori stranieri non accompagnati. Ma quando la politica migratoria affronta il momento opposto, quello dell’allontanamento di chi non possiede più un titolo per restare, la risposta diventa un rifiuto preventivo.

Una politica migratoria seria non può occuparsi soltanto dell’ingresso e della permanenza. Deve contemplare anche l’esito negativo del percorso.

Non tutte le domande di protezione vengono accolte. Non tutti gli stranieri presenti sul territorio acquisiscono un diritto stabile alla permanenza. Alcuni ricevono un provvedimento di espulsione; altri perdono il titolo di soggiorno; altri ancora, dopo una valutazione individuale e nel rispetto delle garanzie giurisdizionali, devono lasciare il territorio nazionale.

Affermare questo non significa criminalizzare l’immigrazione. Significa riconoscere la distinzione elementare tra immigrazione regolare e permanenza irregolare.

Se ogni decisione negativa rimane ineseguita, il sistema perde credibilità. La procedura amministrativa e giurisdizionale diventa una costruzione puramente formale: lo Stato esamina la domanda, decide che non esiste un diritto alla permanenza, emette un provvedimento di allontanamento, ma non riesce a eseguirlo.

Il risultato è un paradosso. Chi rispetta le procedure, attende il visto, presenta la documentazione necessaria e accede regolarmente al territorio viene sottoposto a condizioni precise. Chi invece rimane dopo un diniego definitivo può contare, molto spesso, sull’incapacità materiale del sistema di eseguire il rimpatrio.

I CPR presentano certamente problemi seri. Le condizioni di trattenimento devono rispettare la dignità della persona. La tutela legale deve essere effettiva. La durata della restrizione non può essere arbitraria. La gestione delle strutture deve essere trasparente e rigorosamente controllata. Né può essere ignorato il problema della loro reale efficacia, richiamato dallo stesso Lepore nel motivare la propria opposizione.

Ma dalle criticità di uno strumento non discende che la funzione del rimpatrio possa essere eliminata.

La domanda da rivolgere al sindaco è allora molto semplice: se il CPR non va bene, quale alternativa concreta propone Bologna per rendere effettivi i provvedimenti di espulsione?

Non è sufficiente chiedere più agenti e più volanti. Le forze di polizia possono presidiare il territorio, prevenire i reati e assicurare le persone responsabili di condotte illecite. Ma non possono sostituire una struttura amministrativa destinata all’identificazione, all’organizzazione del viaggio e all’esecuzione del rimpatrio.

Del resto, lo stesso Lepore ha chiesto nel gennaio 2026 un rafforzamento degli interventi di prevenzione e contrasto alla microcriminalità e al disagio sociale nella zona della stazione, sollecitando la convocazione urgente del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica.

È dunque lo stesso Comune a riconoscere che Bologna presenta problemi di sicurezza, marginalità e degrado che richiedono un intervento più incisivo dello Stato.

Naturalmente sarebbe scorretto sovrapporre automaticamente immigrazione irregolare e criminalità. La maggioranza degli stranieri non commette reati e una parte consistente della popolazione immigrata lavora, paga le tasse e partecipa alla vita della città.

Ma sarebbe altrettanto scorretto negare che l’irregolarità protratta, l’assenza di lavoro, la precarietà abitativa e la marginalità possano alimentare situazioni di vulnerabilità, sfruttamento e insicurezza.

Una politica responsabile deve tenere insieme accoglienza, integrazione, controllo e rimpatrio. Non può selezionare soltanto le fasi compatibili con la propria identità ideologica.

Anche all’interno del centrosinistra la posizione di Lepore non è apparsa scontata. Il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, ha sostenuto la necessità di mantenere aperto il dialogo con il Governo e ha osservato che le città sono maggiormente gravate dalle tensioni rispetto al resto del territorio.

La differenza è significativa.

De Pascale ha riconosciuto che il tema non può essere liquidato con un rifiuto aprioristico. Lepore, invece, ha trasformato il “no al CPR” in un elemento della propria posizione politica, scaricando sul Governo la responsabilità del fallimento dei rimpatri e dell’accoglienza.

Ma una città non può pretendere di essere protagonista soltanto quando si distribuiscono diritti, servizi e risorse.

Deve assumersi anche la responsabilità politica di spiegare cosa accade quando una persona, dopo tutte le verifiche e le garanzie previste dall’ordinamento, non ha diritto di rimanere.

Il paradigma di Integrazione o ReImmigrazione nasce esattamente da questa esigenza.

Chi ha titolo per restare deve essere accompagnato verso un’integrazione reale, misurabile e fondata sulla reciprocità. Chi lavora, rispetta le regole e partecipa alla comunità deve essere valorizzato. Chi si trova in una condizione di vulnerabilità deve ricevere una protezione effettiva.

Ma chi non possiede un titolo per la permanenza deve essere rimpatriato, nel rispetto della dignità personale, del diritto di difesa, del principio di non-refoulement e delle garanzie previste dalla legge.

Non si tratta di scegliere tra umanità e fermezza. Una politica migratoria priva di umanità è ingiusta. Una politica priva di effettività è semplicemente inesistente.

Il modello Lepore, invece, sembra fermarsi alla prima metà del problema: accogliere, assistere e includere. Quando arriva il momento di riconoscere che alcuni percorsi possono concludersi con il ritorno nel Paese di origine, il Comune alza un muro politico.

Bologna non può essere la città dell’accoglienza senza essere anche la città della legalità.

Accogliere chi ha diritto e rimpatriare chi non lo ha non sono politiche contraddittorie. Sono le due componenti indispensabili di un sistema credibile.

La vera contraddizione è pretendere di governare l’immigrazione rifiutando una delle sue conseguenze inevitabili.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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